Cardinale Arizmendi: Esame finale: I poveri
Cosa abbiamo fatto per loro quest'anno?
Il cardinale Felipe Arizmendi, vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas e responsabile della Dottrina della fede presso la Conferenza episcopale messicana (CEM), offre ai lettori di Exaudi il suo articolo settimanale.
FATTI
Vale la pena riflettere sugli aspetti positivi e negativi di questi ultimi dodici mesi. Cosa abbiamo fatto bene? Quali cose positive ci sono successe? Cosa ricordiamo con affetto? Al contrario, cosa è andato storto? Cosa avremmo voluto che non fosse successo? Cosa dovremmo correggere?
Sono molti i punti in cui questo esame di vita dovrebbe essere intrapreso, ma desidero sottolineare la necessità di una revisione personale ed ecclesiale di come abbiamo dimostrato il nostro amore per coloro che si trovano in povertà a causa delle loro circostanze. Capisco che per alcuni possa essere fastidioso che io ne parli così tanto, ma è la guida per sapere se stiamo seguendo la via di Gesù, ed è l’esame che, secondo San Matteo, ci verrà posto alla fine della nostra vita.
FULMINE
Continuo a condividere con voi alcune affermazioni categoriche di Papa Leone XIV nella sua esortazione Dilexi te, sull’amore per i poveri. Riflettere su di esse ci aiuterà a fare un buon esame di coscienza di fine anno.
«La chiamata del Signore alla misericordia verso i poveri ha trovato la sua espressione più piena nella grande parabola del Giudizio finale (cfr Mt 25,31-46), che è anche una descrizione vivida della beatitudine dei misericordiosi. Lì il Signore ci offre la chiave per raggiungere la nostra pienezza, perché se cerchiamo quella santità che piace a Dio, in questo testo troviamo precisamente un protocollo sul quale saremo giudicati. Le parole forti e chiare del Vangelo vanno vissute senza commenti, senza speculazioni e scuse che ne sminuiscono la forza. Il Signore ci ha fatto capire molto chiaramente che la santità non può essere compresa né vissuta senza queste sue esigenze» (28).
«Ciò che dice la Parola rivelata è un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo. La riflessione della Chiesa su questi testi non deve oscurare o indebolire il loro senso esortativo, ma piuttosto aiutare ad accoglierli con coraggio e fervore. Perché complicare ciò che è così semplice? Gli schemi concettuali hanno lo scopo di facilitare il contatto con la realtà che cercano di spiegare, non di allontanarci da essa» (31).
«La Chiesa riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Fondatore, povero e paziente, si sforza di porre rimedio alle loro necessità e cerca di servire Cristo in loro. Infatti, essendo stata chiamata a conformarsi agli ultimi, non ci devono essere dubbi in lei, né spiegazioni che indeboliscano questo chiaro messaggio. Bisogna dire con chiarezza che esiste un legame inscindibile tra la nostra fede e i poveri» (36).
«Fin dai primi secoli, i Padri della Chiesa hanno riconosciuto nei poveri un accesso privilegiato a Dio, una via privilegiata per incontrarlo. La carità verso i bisognosi non era intesa come una mera virtù morale, ma come espressione concreta della fede nel Verbo incarnato» (39). «La Chiesa primitiva non separava la fede dall’azione sociale: la fede che non era accompagnata dalla testimonianza delle opere, come aveva insegnato Giacomo, era considerata morta» (40). «Pertanto, la carità non è una via facoltativa, ma il criterio del vero culto» (42).
«Per sant’Agostino, il povero non è solo qualcuno da aiutare, ma la presenza sacramentale del Signore» (44). «Il Vangelo è veramente annunciato solo quando tocca la carne degli ultimi, e avvertendo che il rigore dottrinale senza misericordia è una parola vuota» (48). Secondo san Basilio, per essere vicini a Dio bisogna essere vicini ai poveri. L’amore concreto era il criterio della santità. Pregare e prendersi cura, contemplare e guarire, scrivere e accogliere: tutte sono espressioni dello stesso amore per Cristo» (54). «I poveri non sono un problema da risolvere, ma fratelli e sorelle da accogliere» (56). «Per san Bernardo, la compassione non è un optional, ma la via maestra per seguire Cristo» (58).
«La carità cristiana, quando si incarna, diventa liberante. E la missione della Chiesa, quando è fedele al suo Signore, è sempre quella di annunciare la liberazione… Quando la Chiesa si inginocchia per spezzare le nuove catene che imprigionano i poveri, diventa segno della Pasqua» (61). «Per la fede cristiana, l’educazione dei poveri non è un favore, ma un dovere» (72). « I più poveri tra i poveri – coloro che non solo mancano di beni materiali, ma anche di voce e riconoscimento della loro dignità – occupano un posto speciale nel cuore di Dio. Sono gli eletti del Vangelo, gli eredi del Regno. È in loro che Cristo continua a soffrire e a risorgere. È in loro che la Chiesa riscopre la chiamata a mostrare la sua realtà più autentica» (76).
«I più poveri non sono semplici oggetti di compassione, ma maestri del Vangelo. Non si tratta di “portare loro Dio”, ma di trovarlo in mezzo a loro. Servire i poveri non è un gesto dall’alto, ma un incontro tra pari, dove Cristo viene rivelato e adorato… Per questo, quando la Chiesa si china fino a terra per prendersi cura dei poveri, assume la sua posizione più alta» (79).
AZIONI
Quando voi e io saremo di fronte al giudizio finale, ci verrà chiesto cosa abbiamo fatto per i prigionieri, i migranti, i malati e coloro che sono privi di risorse. Nell’ultimo anno, cosa abbiamo fatto per loro? Che possiamo essere più cristiani quest’anno in questo amore preferenziale.
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