Antonio Roura: “L’educazione cattolica non mira all’indottrinamento, ma ad aprire orizzonti di significato in un mondo frammentato”
In questa intervista, il direttore della Segreteria della Commissione Episcopale per l’Educazione e la Cultura analizza le principali sfide che le scuole si trovano ad affrontare oggi, il ruolo delle lezioni di religione e l’urgente necessità di un patto educativo che metta la persona al centro
In un momento in cui le aule scolastiche si confrontano con il ritmo vertiginoso della trasformazione tecnologica e con una profonda crisi di valori, la prospettiva della Chiesa sull’educazione assume un’importanza fondamentale. Per approfondire queste sfide, La Missio, collaboratore di Exaudi, dialoga con Antonio Roura , direttore del Segretariato della Commissione Episcopale per l’Educazione e la Cultura della Conferenza Episcopale Spagnola.
Grazie alla sua vasta esperienza e alla profonda conoscenza delle complessità pedagogiche e pastorali del Paese, Roura ci guida attraverso i progetti attuali dell’istituto, il valore insostituibile dell’educazione religiosa e l’urgente necessità di costruire ponti attraverso il dialogo culturale. Ne scaturisce una discussione aperta e sincera sul presente e sul futuro di una scuola chiamata, oggi più che mai, a educare le menti e i cuori delle nuove generazioni.
La scuola estiva di Salamanca si concentra sul supporto agli insegnanti di religione. Perché questo cambio di prospettiva è così importante?
La Scuola estiva di Salamanca, organizzata dalla Commissione episcopale per l’educazione e la cultura, è stata uno spazio di incontro, riflessione e lavoro per lo sviluppo professionale degli insegnanti di religione. Ha riunito delegati diocesani, insegnanti del DECA (Dichiarazione di competenza ecclesiastica per l’educazione cattolica), insegnanti e coordinatori della formazione provenienti dai diversi sistemi scolastici cattolici. In tale occasione, abbiamo presentato e discusso una proposta di Quadro di riferimento per lo sviluppo professionale, elaborata attraverso un processo altamente partecipativo. Questo approccio partecipativo rappresenta uno dei suoi principali punti di forza, poiché ci permette di attingere all’esperienza concreta di coloro che insegnano, supportano e lavorano quotidianamente in classe.
Una delle convinzioni che ha permeato l’incontro è stata la necessità di prendersi cura degli insegnanti. Da anni, giustamente, poniamo l’accento sulla loro preparazione teologica e pedagogica. Tale impegno rimane essenziale, ma oggi dobbiamo ampliare la nostra prospettiva. Non basta offrire corsi o buoni materiali; dobbiamo accompagnare la persona lungo tutto il suo percorso professionale, dall’ingresso nella professione fino alle fasi di maggiore esperienza.
Gli insegnanti di religione lavorano in scuole diverse, in contesti culturali variegati e talvolta con un autentico senso di isolamento o vulnerabilità. Hanno bisogno di una formazione professionale continua, ma anche di essere ascoltati, riconosciuti e supportati. A questo proposito, ci ispiriamo agli insegnamenti di Papa Leone XIV e, in particolare, alla sua lettera apostolica ” Tracciare nuove mappe di speranza” . In essa, ci viene ricordato che l’educazione è un’impresa collettiva e che nessuno educa da solo.
Prendersi cura degli insegnanti significa aiutarli a riscoprire la propria vocazione, rafforzare la loro identità professionale e fornire loro le risorse necessarie per affrontare le sfide senza incorrere nel burnout. Questo è il cambiamento di prospettiva che abbiamo voluto sottolineare a Salamanca: passare dal semplice chiedersi quale formazione offriamo al chiedersi di cosa ha bisogno ogni insegnante nella sua attuale fase personale e professionale. Quando ci prendiamo cura degli insegnanti, ci prendiamo cura dell’educazione, della presenza della Chiesa nelle scuole e, in definitiva, degli studenti e delle loro famiglie.
Quali vantaggi offre il nuovo Sistema di Sviluppo Professionale rispetto al modello tradizionale di formazione degli insegnanti?
Offre un modo diverso di intendere la formazione: non come somma di corsi isolati, ma come un processo che accompagna l’intera vita professionale. Il Quadro di riferimento prende spunto dai modelli di competenza degli insegnanti attualmente in fase di sviluppo, ma specifica il ruolo unico dell’insegnante di religione attraverso cinque ambiti distinti e complementari.
Il primo ambito è quello pedagogico-didattico: pianificazione, insegnamento e valutazione rigorosa, nel rispetto del curriculum e della diversità degli studenti. Il secondo, relazionale e inclusivo, si riferisce alla creazione di legami di fiducia, all’ascolto, al dialogo e al sostegno in classi eterogenee. Il terzo, istituzionale e collaborativo, colloca l’insegnante all’interno del corpo docente, del progetto educativo e del rapporto con le famiglie e la comunità. Il quarto, digitale e innovativo, richiede l’utilizzo della tecnologia e dell’innovazione con criteri pedagogici e discernimento etico. Infine, il quinto, identitario ed ecclesiale, integra la formazione teologica, il dialogo tra fede e cultura e il legame con la Chiesa nella pratica quotidiana dell’insegnamento.
Ciascun ambito viene sviluppato utilizzando indicatori osservabili. Questi non sono una lista di controllo per monitorare o classificare l’insegnante, bensì dei parametri di riferimento che gli consentono di rivedere la propria pratica, riconoscere i punti di forza e individuare le aree di miglioramento. Gli stessi indicatori possono guidare l’autovalutazione, supportare un programma di mentoring o contribuire a progettare percorsi formativi più adatti alle reali esigenze.
È importante precisare che il Quadro di riferimento proposto non è ufficiale e non è stato approvato dal Ministero dell’Istruzione. Si tratta di una proposta aperta, compatibile con i quadri di riferimento didattici generali e concepita per essere adattata in modo flessibile. Il suo contributo consiste nell’offrire un linguaggio comune a supporto dello sviluppo professionale, senza ridurlo alla mera accumulazione di corsi o certificazioni.
Quali qualità dovrebbe possedere un buon insegnante di religione nell’odierna scuola pluralista e secolarizzata?
Innanzitutto, deve essere un buon insegnante: deve conoscere la sua materia, preparare le lezioni, insegnare e valutare con rigore e partecipare al progetto educativo della scuola. La sua identità di insegnante di religione non lo esime dalle esigenze della professione docente. Essa richiede anche che presenti la tradizione cristiana in modo comprensibile e che si confronti con le domande degli studenti e con la cultura in cui vivono.
In una scuola pluralista, ciò è particolarmente evidente nella relazione educativa. L’insegnante si assicura che ogni studente possa partecipare senza timore di essere deriso per le proprie convinzioni, i propri dubbi o la propria storia familiare. Presta attenzione a coloro che incontrano maggiori difficoltà a partecipare, ascolta prima di rispondere e promuove il dialogo tra chi ha opinioni diverse. Quando sorge un conflitto, si impegna a trasformarlo in un’opportunità per imparare a convivere, senza evitare di affrontare ciò che deve essere corretto.
Le lezioni di religione sollevano interrogativi sul significato della vita che toccano profondamente gli studenti. Tali interrogativi devono essere affrontati con rispetto e discrezione, senza imporre confidenze o richiedere l’adesione a determinate credenze. L’insegnante guida gli studenti nel loro percorso di apprendimento e, quando necessario, collabora con il personale docente e le famiglie. La sua formazione teologica gli consente di presentare con chiarezza la proposta del Cristianesimo; la sua competenza pedagogica gli permette di renderla accessibile a tutti e di lasciare spazio a ogni studente per formulare liberamente il proprio giudizio. È qui che risiedono la sua professionalità e la sua identità.
La proposta si concentra sul tutoraggio e sul supporto. In che modo ciò può contribuire concretamente allo sviluppo professionale degli insegnanti?
Il mentoring è utile perché impedisce agli insegnanti di affrontare da soli i dubbi e le difficoltà della propria pratica. Il Framework offre un linguaggio condiviso per questo supporto: gli ambiti e i relativi indicatori consentono di osservare la realtà, formulare domande pertinenti e concordare obiettivi di miglioramento senza trasformare la relazione in un esame.
Un mentore non è qualcuno che detta legge a un nuovo insegnante. È un collega esperto che aiuta a guardare alla pratica con una prospettiva diversa, condivide spunti e supporta il processo decisionale. Il rapporto è significativo solo se basato sulla fiducia e sull’ascolto attivo; non si tratta di giudicare o controllare.
Questo supporto può essere cruciale nei primi anni, quando gestire la convivenza, pianificare, interagire con le famiglie e trovare il proprio posto all’interno della scuola richiede uno sforzo maggiore. Ma il mentoring non è limitato a chi è alle prime armi. Permette anche agli insegnanti più esperti di confrontare le proprie pratiche, condividere ciò che hanno imparato e continuare a crescere professionalmente.
Quale ruolo dovrebbero svolgere le diocesi, le università, i centri DECA e gli istituti di istruzione in questo nuovo modello?
Ciascuna istituzione ha una responsabilità diversa, ma tutte devono agire in modo coordinato. Il Quadro di riferimento e i suoi indicatori possono offrire loro un linguaggio comune per individuare i bisogni e organizzare al meglio le decisioni.
Le delegazioni diocesane devono mantenere uno stretto contatto con gli insegnanti e, sulla base di tale contatto, elaborare piani di formazione e supporto. Le università e i centri DECA devono garantire una solida formazione iniziale per gli insegnanti, connessa alla realtà della classe. Le scuole devono mettere a disposizione tempo e risorse per la formazione, il tutoraggio e la collaborazione.
Anche gli istituti scolastici e gli editori possono utilizzare i domini e gli indicatori per orientare i propri programmi e risorse formative, evitando offerte generiche o scollegate dalla pratica. La Commissione Episcopale per l’Istruzione e la Cultura ha il compito di promuovere il coordinamento, salvaguardare il significato del Quadro di riferimento e fornire strumenti comuni, nel rispetto della realtà di ciascuna diocesi. Non intendiamo creare una struttura complessa, bensì tessere una rete di responsabilità condivisa al servizio degli insegnanti.
Da qui al 2028, con il congresso proposto e in attesa di approvazione, cosa vorresti che cambiasse nella vita e nella missione degli insegnanti di religione?
Vorrei vedere un cambiamento, soprattutto nell’esperienza quotidiana degli insegnanti: che ogni insegnante di religione possa dire di non sentirsi solo e di far parte di una comunità professionale ed ecclesiale che riconosce il suo lavoro e lo sostiene. Il Congresso è ancora una proposta che dovrà essere studiata e approvata dai vescovi. Piuttosto che concentrarci su una data, dovremmo chiederci quale percorso vogliamo seguire fino al 2028.
Vorrei che la revisione della propria pratica, la ricerca di consulenza e la formazione professionale continua non fossero viste come un peso o una formalità, ma come una dimensione naturale della professione. Se il Congresso verrà approvato, dovrebbe consentirci di condividere esperienze, valutare progetti pilota e verificare quali miglioramenti vengono effettivamente implementati nei centri.
Confido che per allora avremo programmi di tutoraggio collaudati, strumenti di autovalutazione efficaci e una collaborazione più stretta tra diocesi, università e scuole. Ma soprattutto, gli insegnanti avranno ritrovato fiducia nel valore pedagogico e umano del loro lavoro: educatori riconosciuti per la loro competenza professionale e, al tempo stesso, consapevoli dell’identità e della missione che danno significato alla loro presenza nella scuola.
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