Amare il mondo, non rifiutarlo
L'opera di Chantal Delsol e i pericoli dell'emancipazione radicale contro il valore del radicamento e della cura per la realtà
Chantal Delsol, filosofa francese, scrive con chiarezza e franchezza quando coglie il polso delle vicissitudini del nostro tempo. In * L’odio per il mondo: totalitarismo e postmodernità* (IES, Santiago del Cile, 2026), sottolinea come la spinta emancipatrice sia una delle chiavi – con le sue luci e le sue ombre – della modernità e della nostra attuale postmodernità. È una spinta impetuosa volta a costruire una nuova umanità, minando le radici del tronco culturale ereditato. È una ricerca impaziente del futuro che, con il motto “tutto è possibile”, spazza via ogni ostacolo sul suo cammino in nome del “bene assoluto” a cui aspira.
L’agente emancipatorio assume il ruolo di demiurgo, plasmando la realtà a suo piacimento. Questo demiurgo cerca di creare l’uomo nuovo, per cui si propone di liberarlo da ogni legame, ovvero di spogliarlo della sua condizione sociale, della sua appartenenza a piccole società (famiglia, comunità), dei suoi affetti. Per questo creatore della nuova umanità, non esiste nulla di dato o ricevuto che debba essere rispettato. La volontà umana si fa legge a sé stessa e stabilisce le leggi che plasmano la nuova società. Che cosa rimane della persona comune, dell’uomo comune in termini chestertoniani? Ciò che rimane è il mero individuo senza legami originari, senza vincoli. Un individuo ridotto al puro divenire, senza radici familiari o comunitarie, e persino senza una grammatica naturale da rispettare.
Marx, riecheggiando la modernità, scrisse nella sua undicesima tesi su Feuerbach: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; il punto, però, è cambiarlo “. Addio all’iniziale atteggiamento di rispetto per lo stato di fatto (ammirazione, meraviglia). Da quel momento in poi, l’attenzione si spostò su una trasformazione rivoluzionaria, la forza motrice dei totalitarismi nazista e comunista del XX secolo. Questo zelo trasformativo persiste ancora nella postmodernità, sovvertendo la condizione umana e i suoi desideri intrinseci.
Questa mentalità totalitaria prevale ancora ampiamente ai nostri giorni; il suo zelo emancipatorio e travolgente si pone – in molti casi – “al di là del bene e del male”. I suoi nuovi demiurghi si considerano i rappresentanti di una vasta maggioranza, di cui si proclamano avanguardia. Pensano per il popolo, perché credono di conoscere il proprio bene meglio del popolo stesso (cfr. p. 213). Ci sono stati illuminati prima, e ci sono anche adesso.
Cosa propone Delsol? Riesaminare tutta la realtà nella sua essenza più intima e costitutiva. Si tratta di distinguere senza separare, perché gli esseri umani hanno bisogno sia di radicamento che di emancipazione, di radici e libertà. «Non è la modernità», afferma l’autore, «a essere in discussione, ma i suoi eccessi. Né è l’emancipazione in sé, ma il desiderio persistente, malvagio e in definitiva futile – poiché l’impresa è impossibile – di eliminare ogni radicamento per raggiungere un’emancipazione assoluta, trionfante e senza barriere» (p. 68). Sono gli eccessi, la superbia della modernità, che devono essere opportunamente contenuti.
La proposta di Chantal Delsol adotta una visione compassionevole della realtà. Non viviamo certo nel migliore dei mondi possibili, ma il nostro mondo è suscettibile di miglioramento. Il tempo lo dirà, senza eccessiva impazienza, perché «il messaggio morale è una promessa che si traduce giorno dopo giorno in gesti poco gloriosi, che ricomincia da capo in ogni generazione, ma non può aspirare al suo compimento definitivo per ordine di una circolare ufficiale (p. 56)». Per riconciliarci con la realtà, dobbiamo iniziare amando il mondo, non rifiutandolo o distruggendolo. Dobbiamo guarirlo, ripararlo e arricchirlo con l’atteggiamento di un giardiniere che pulisce, concima, semina e si prende cura del mondo che ha trovato al suo arrivo (cfr. p. 276).
Abbiamo bisogno anche dell’atteggiamento di Neemia, il cui racconto «mostra come la città [Gerusalemme] rinasca non per iniziativa di un singolo individuo, ma per la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce le relazioni ancor prima delle pietre» (Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 8). Prima di tutto, e il principio sta nella centralità della persona umana e delle sue relazioni; poi vengono le pietre. Affermare le radici, migliorare l’ambiente, elevare l’individuo e promuovere le relazioni sociali sono atteggiamenti che manifestano amore per il mondo: opera di giardinieri, non di demiurghi.
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