17 Marzo, 2026

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Tra progresso e prudenza

Intelligenza Artificiale e Medicina

Tra progresso e prudenza

L’avvento dell’intelligenza artificiale nella pratica medica non è più uno scenario futuristico, ma una realtà che trasforma visite, diagnosi e decisioni cliniche. Il suo enorme potenziale, tuttavia, coesiste con sfide etiche che richiedono prudenza, trasparenza e una ferma difesa del rapporto medico-paziente. Una recente conferenza presso la Reale Accademia di Medicina e Chirurgia di Siviglia ha affrontato le chiavi di questo equilibrio: come sfruttare l’intelligenza artificiale senza abbandonare gli aspetti più essenziali della medicina: giudizio clinico, responsabilità morale e assistenza compassionevole al paziente.

La scorsa settimana ho avuto l’opportunità di tenere una conferenza alla Reale Accademia di Medicina e Chirurgia di Siviglia su  intelligenza artificiale  ed etica medica, un tema che non appartiene più al futuro, ma al presente immediato. Noi medici lo percepiamo quotidianamente: l’intelligenza artificiale sta entrando nelle nostre visite, nei sistemi di triage, nell’interpretazione delle immagini e, molto presto, in ambiti ancora più profondi della pratica clinica. E se la medicina cambia, inevitabilmente cambia anche il rapporto medico-paziente.

La domanda iniziale è semplice: cos’è esattamente l’intelligenza artificiale? Come ho accennato nella presentazione, l’intelligenza artificiale si riferisce a sistemi computerizzati in grado di imitare determinati comportamenti cognitivi umani: vedere, leggere, apprendere o prendere decisioni. In altre parole, meccanismi che elaborano i dati per generare informazioni e conoscenza – qualcosa che, in superficie, assomiglia alla saggezza. Ma questa “somiglianza” è ben lungi dall’essere equivalente.

Perché elaborare migliaia di radiografie in pochi minuti non equivale a esercitare un giudizio clinico. Il giudizio implica discernimento, esperienza, sensibilità e, soprattutto, responsabilità morale. Come sottolineava Aristotele con il suo concetto di  nous, conoscere e comprendere sono molto più che calcolare. E come ammoniva Heidegger, pensare non è semplicemente ragionare: si tratta di entrare in contatto con la realtà, non di ridurla a un algoritmo.

I sistemi di intelligenza artificiale non hanno tutto questo. Non pensano, non giudicano e certamente non hanno una coscienza morale. Eseguono processi, ma non possono rispondere a un dilemma etico. Non sono agenti morali: non possono scegliere tra il bene e il male. Possono essere strumenti straordinari, ma non sono soggetti responsabili.

Oggi, l’intelligenza artificiale supera gli esseri umani sotto molti aspetti: velocità, accuratezza, capacità di gestire grandi quantità di dati e coerenza matematica. Può rilevare noduli polmonari con elevata precisione, anticipare e prevedere i rischi, progettare trattamenti personalizzati e automatizzare le procedure amministrative.

Alcuni algoritmi progettati dall’intelligenza artificiale, infatti, funzionano già come sistemi di supporto euristici, capaci di suggerire percorsi diagnostici basati su migliaia di casi pregressi.

Tuttavia, la medicina non è solo tecnica. Se lo fosse, un chirurgo potrebbe operare semplicemente seguendo un piano, e un intensi vista potrebbe gestire una terapia intensiva basandosi esclusivamente sui dati forniti dai sistemi di monitoraggio. Ma non è così. La medicina è una pratica etica che richiede comprensione del contesto personale del paziente, ascolto, prudenza ed empatia. La pratica umanistica della medicina non può essere sostituita da alcun modello matematico.

Ecco perché è importante mettere in guardia dai rischi. Il primo è l’opacità. Molti sistemi algoritmici digitali funzionano come “scatole nere”: offrono una proposta senza spiegare come ci sono arrivati. Questo non è eticamente corretto quando una decisione riguarda la vita o la salute di una persona.

Un altro rischio della medicina algoritmica è il bias: se i dati utilizzati per addestrare un modello sono distorti (per sesso, età, etnia o status socioeconomico), anche il risultato sarà distorto. La diseguaglianza algoritmica non è fantascienza; esiste ed è già stata denunciata da diversi studi.

Un terzo rischio è la disumanizzazione. Se i pazienti osservano che chi li assiste guarda più lo schermo che negli occhi, perderemo gradualmente lo spazio relazionale che costituisce l’essenza della medicina. La relazione clinica è un palinsesto emotivo. Dubbi, paure, speranze e decisioni sono tutti incisi su di essa. Cancellarla è un errore irreversibile.

Ma non meno importante è la responsabilità.

Chi è responsabile quando il sistema fallisce? Il medico che si è affidato alla raccomandazione? L’ospedale che l’ha implementato? L’azienda che l’ha progettato? L’etica medica spagnola ha già iniziato ad affrontare queste questioni. Il Codice di Etica Medica del 2022 richiede trasparenza, tracciabilità e controllo etico nello sviluppo e nell’uso dell’intelligenza artificiale. E sottolinea: gli algoritmi possono essere utili, ma non sostituiscono mai il dovere di una buona pratica medica.

In breve, l’intelligenza artificiale non è né un nemico né un oracolo. Può rendere la medicina più accurata e accessibile, a patto che non cediamo il controllo etico a sistemi, per quanto intelligenti, privi dell’elemento umano: la comprensione degli altri.

Forse la medicina del futuro aspirerà all’atarassia tecnologica (quella tranquillità ricercata dagli antichi greci), ma non dovremmo confondere la serenità con l’ingenuità. L’intelligenza artificiale è uno strumento potente. La cosa intelligente da fare, paradossalmente, è usarla con prudenza.

José María Domínguez Roldán. Membro dell’Osservatorio di Bioetica. Istituto di Scienze della Vita. Università Cattolica di Valencia.

*Articolo pubblicato su El Español.

Observatorio de Bioética UCV

El Observatorio de Bioética se encuentra dentro del Instituto Ciencias de la vida de la Universidad Católica de Valencia “San Vicente Mártir” . En el trasfondo de sus publicaciones, se defiende la vida humana desde la fecundación a la muerte natural y la dignidad de la persona, teniendo como objetivo aunar esfuerzos para difundir la cultura de la vida como la define la Evangelium Vitae.