Ti innamorerai di una macchina
La fede di fronte alla singolarità tecnologica
“Ti innamorerai di una macchina: la fede di fronte alla singolarità tecnologica” è un saggio di bioetica e filosofia della tecnologia, pubblicato nel 2025 da Ediciones Rialp. Con le sue 302 pagine, l’opera affronta a fondo il dibattito sull’amore postmoderno e sottolinea il ruolo crescente che l’intelligenza artificiale è destinata a svolgere nelle relazioni sentimentali.
Il titolo del libro è volutamente provocatorio e funge da tesi preventiva: innamorarsi di una macchina non appartiene più esclusivamente al regno della fantascienza, ma costituisce piuttosto un orizzonte plausibile per il quale stanno iniziando a emergere numerose prove. L’autore fa riferimento, tra le altre cose, a pratiche sempre più diffuse tra i giovani, che si rivolgono a sistemi di intelligenza artificiale per consultarsi su problemi relazionali, sfogare le proprie emozioni o cercare una guida emotiva laddove prima si rivolgevano ad amici, familiari, pastori, psicologi o altri modelli di riferimento in carne e ossa. A questo si aggiungono fenomeni ancora più inquietanti, come la creazione di chatbot personalizzati basati sui dati dei propri cari defunti, con cui tentano di prolungare artificialmente il legame emotivo. Questi esempi non sono presentati come eccentricità isolate, ma come primi sintomi di una trasformazione più profonda nei modi in cui ci relazioniamo e affrontiamo il lutto, il che rafforza la tesi centrale del libro: che “l’amore per le macchine” sta iniziando a prendere forma come una possibilità culturalmente normalizzata. Il sottotitolo, La fede di fronte alla singolarità tecnologica , esplicita il quadro a partire dal quale viene affrontato il tema: una riflessione etica che incorpora la tradizione cristiana, ma senza ridursi a un discorso confessionale o apologetico.
L’opera è strutturata in nove capitoli organizzati in tre sezioni, secondo un metodo che l’autore stesso definisce “spirale ascendente”. La prima sezione analizza come i progressi tecnologici degli ultimi tre decenni stiano trasformando non solo il paradigma classico della medicina, ma anche il concetto stesso di salute. Secondo l’autore, questo concetto sta subendo, da un lato, un processo espansivo, colonizzando l’ideale stesso di felicità; e, dall’altro, un movimento riduttivo, per cui l’approccio sperimentale e quantificabile arriva a monopolizzare la comprensione della salute e della malattia. Questa dinamica implosivo-esplosiva ha come conseguenza principale la medicalizzazione della condizione umana: un fenomeno attraverso il quale la medicina viene percepita come la via privilegiata per affrontare qualsiasi tipo di problema, compresi quelli di natura emotiva e spirituale.
Una seconda conseguenza di questo movimento implosivo-esplosivo – prosegue Echarte – riguarda l’offuscamento dei confini tra usi terapeutici e non terapeutici della biotecnologia, nonché la crescente centralità dei progetti di bioenhancement. I progressi tecnologici stanno aprendo orizzonti di possibilità in cui, attraverso farmaci, protesi, interventi chirurgici e, più recentemente, sistemi di intelligenza artificiale, gli esseri umani sembrano più capaci di ottimizzare le proprie capacità fisiche, intellettuali, emotive e persino morali. E sebbene le controversie etiche associate a questo tipo di interventi non siano nuove, non hanno mai acquisito una rilevanza paragonabile, proprio a causa della loro crescente fattibilità tecnica. Infine, questa espansione del potere tecnologico coincide, come in una sorta di tempesta perfetta, con l’epidemia di solitudine che colpisce le società del cosiddetto Primo Mondo, ricche di conoscenza, libertà e risorse e, allo stesso tempo, profondamente individualiste. Diventa inevitabile che la tecnologia torni a fungere da ancora di salvezza contro questa mancanza di comunicazione tra masse iperconnesse, sì, ma solo per questioni banali.
La seconda sezione è dedicata all’esame dei movimenti postumanisti e transumanisti . Secondo Echarte, i cambiamenti sociali associati alle tendenze di medicalizzazione dell’amore e al potenziamento cibernetico della vita romantica non possono essere spiegati esclusivamente dai progressi tecnologici, ma rispondono anche ad alcune correnti di pensiero che agiscono da catalizzatori ideologici di queste trasformazioni.
La deriva tecnocratica affonda le sue radici più indietro nel tempo di quanto si possa immaginare: è iniziata – sostiene Echarte – con un razionalismo illuminista orientato alla progressiva tecnologizzazione della ragione, è proseguita con il nichilismo post-romantico che ha tecnologizzato l’affettività, ed è culminata nella teoria critica, dove la volontà stessa diventa oggetto di intervento tecnico. In questa luce, l’“amore macchina” non appare come una stravaganza, ma come il paradigma più avanzato, la conseguenza ultima di un processo iniziato più di tre secoli fa. Infine, in questa stessa sezione, l’autore esamina le principali risposte critiche a questa fase finale, concentrandosi in particolare su quelle sviluppate a partire dall’umanesimo cristiano. Echarte utilizza questo dialogo di posizioni per far luce sull’autocomprensione pratica dell’individuo moderno in contesti altamente tecnologici, un quadro in cui il concetto di “autonomismo biotecnologico” acquisisce particolare rilevanza: la tendenza a ridurre il giudizio pratico – anche nelle questioni di cuore – ad algoritmi oggettivanti. L’autore lancia qui un altro avvertimento: i nuovi dispositivi tecnologici per uso affettivo, pur presentandosi come nuovi strumenti di emancipazione – araldi di una presunta nuova era di liberazione dell’amore – finiranno per erodere la percezione estetica e morale, impedendo in definitiva al soggetto di riconoscere la singolarità e la bellezza dell’altro.
Possiamo, allora, impedire che la narrativa sentimentale – profondamente alienante – eclissi quegli altri, autentici sentimenti che ci collegano alla realtà e, in essa, ci permettono di trovare pace? Troveremo in futuro uomini e donne disposti a esporsi a quella serena nudità del cuore? Individui capaci di correre il rischio di cadere nel ridicolo o, peggio ancora, di subire la violenza di un altro potenzialmente oggettificante? La terza e ultima sezione del libro affronta tutti questi interrogativi, dedicata all’analisi degli immaginari filotecnologici e fobotecnologici postmoderni, sia nella loro versione utopica che in quella distopica. Echarte ne studia le caratteristiche e le cause principali e, soprattutto, la loro effettiva capacità di trasformare le abitudini sociali.
Sulla base delle conclusioni della terza sezione, Echarte formula il contributo principale dell’opera: “l’amore per le macchine” costituisce uno dei maggiori rischi del nostro tempo, eppure continua a ricevere molta meno attenzione rispetto ad altri problemi associati all’intelligenza artificiale – indubbiamente più visibili e appariscenti – come i bias algoritmici o la trasformazione del mercato del lavoro. Di fronte a questo scenario, Echarte non propone una tecnofobia reattiva o un ritorno nostalgico a stili di vita pre-tecnologici. La sua alternativa è più impegnativa: recuperare una solida comprensione della natura umana e, con essa, “imparare di nuovo a tremare” di fronte agli orizzonti tecnologici. Tuttavia, egli intende questa paura non come paralisi, ma come un catalizzatore per il progresso scientifico e umano, capace di riequilibrare le forze del dato e dello scelto.
Infine, Echarte sottolinea l’urgenza di ripensare il rapporto tra tecnologia e affettività prima che certe pratiche si consolidino come convinzioni indiscutibili. La rilevanza del libro in questo senso è innegabile. La sua analisi si allinea a quella di autori critici come Aldous Huxley, Iris Murdoch, Sherry Turkle, Charles Taylor e Byung-Chul Han; tuttavia, introduce una prospettiva unica, sottolineando la centralità del corpo soggettivo, inteso come entità che informa senza ridursi a mera informazione, fonte di azione, ma non prigioniero delle trasformazioni che ogni azione genera, siano esse esterne o interne, valutabili o meno.
Tra l’altro, basandosi su questa concezione del corpo, Echarte offre una risposta insolita a una delle domande cruciali del nostro presente tecnologico: perché continuare a fare ciò che una macchina può già fare meglio? La chiave principale per giustificare un “sì, ne vale la pena” risiede – sostiene l’autore – nell’amore, la vera radice di ogni azione e territorio interdetto alla macchina. Senza amore, l’azione non solo cessa di avere significato per chi agisce, ma si svuota di significato in sé. Pertanto, la perfezione senza amore non è altro che un’illusione, sebbene molto gradita a una società ossessionata dall’immagine, come la nostra, una società di competenze e competizione. In essa, la ricerca dell’eccellenza sta svuotando i cuori dei professionisti e, peggio ancora, degli amanti, perché l’altro non è forse finito in un trofeo di caccia?
È prevedibile che l’opera susciterà polemiche, non solo tra coloro che difendono una visione materialista o scientista dell’umanità, ma anche tra i loro apparenti opposti: quei tecnopessimisti che ritengono impossibile per l’intelligenza artificiale simulare il comportamento umano al punto da rendersene realmente indistinguibile, fino al punto di farci innamorare. Echarte sostiene, tuttavia, che la comparsa dei cosiddetti “pappagalli dell’amore stocastico” sia inevitabile, non solo a causa dei progressi tecnologici degli ultimi anni, ma anche a causa di quello che lui chiama “l’inverso del test di Turing”: una progressiva perdita di sensibilità umana che, come accennato in precedenza, ci rende incapaci di riconoscere ciò che trascende il corpo oggettivo.
Questa forma di deterioramento, o demenza digitale , sta favorendo nuovi legami uomo-macchina, ma anche una trasformazione più profonda dell’individuo, che diventa una sorta di macchina bayesiana capace di prevedere e persino manipolare il futuro, ma incapace di comprenderlo. Di fronte a questi nuovi criteri di successo – anche in ambito affettivo – Echarte difende una logica alternativa di non-leadership , in cui l’intimità espressiva ha la precedenza sulle apparenze performative, anche a costo della solitudine. Perché, come conclude l’autore, ci sono perdite più gravi di quelle causate dalla solitudine. In ordine crescente di gravità: amare una persona-macchina, amare una macchina e, infine, diventare a propria volta una persona-macchina. D’altra parte, scrive Echarte con speranza, il deserto non deve essere necessariamente la destinazione finale dell’intimità espressiva; può paradossalmente diventare uno dei principali luoghi d’incontro del nostro tempo, una vera e propria “parola d’ordine” per coloro che aspirano ancora a ereditare la terra.
Nelle sue pagine finali, Ti innamorerai di una macchina ci invita a riscoprire un vero umanesimo tecnologico, capace di accogliere i grandi progressi scientifici senza abbandonare una concezione esigente di cosa significhi essere umani. A tal fine, l’autore avverte che le semplici diete tecnologiche non sono sufficienti: non basta limitare l’uso della tecnologia; è piuttosto necessario trovare qualcosa che colmi il vuoto che lascia quando viene temporaneamente messa da parte. Altrimenti, possiamo solo aspettarci angoscia, ricadute e frustrazione di fronte alla dipendenza tecnologica.
È a questo punto che il libro culmina in una riflessione sulla contemplazione e sulla necessità di reimparare a stabilire connessioni immediate con l’altro. Echarte offre consigli pratici per imparare a vedere il mondo in modo diverso e restituire al nostro presente la mistica del quotidiano. Così, lungi dal implicare una rinuncia alla tecnologia, l’autore sostiene che da questo modo di “vedere” nuovo e tuttavia antico potremmo aspettarci la più grande rivoluzione tecnologica degli ultimi tre secoli; un’affermazione audace e controversa che racchiude il nucleo del saggio e ci invita all’impossibile: a rispiritualizzare la tecnologia, a portarla – e noi stessi con essa – verso un nuovo mondo di possibilità finora invisibili, persino ai transumanisti più audaci.
Echarte Alonso, Luis Enrique.
Ti innamorerai di una macchina. Fede di fronte alla singolarità tecnologica .
Madrid: Edizioni Rialp, 2025.
Codice ISBN: 978-84-321-7185-7.
Luis Echarte. Professore di Lettere ed Etica Medica. Università di Navarra
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