13 Aprile, 2026

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Riflessione del Vescovo Enrique Díaz: La misericordia del Signore è eterna. Alleluia

Seconda Domenica di Pasqua

Riflessione del Vescovo Enrique Díaz: La misericordia del Signore è eterna. Alleluia

Monsignor Enrique Díaz Díaz condivide con i lettori di Exaudi la sua riflessione sul  Vangelo di questa domenica, 5 aprile 2026,   dal titolo:  “La misericordia del Signore è eterna. Alleluia”.

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Atti 2:42-47:  «I credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune».

Salmo 117:  «La misericordia del Signore dura in eterno. Alleluia!»

I. San Pietro:  «La risurrezione di Cristo ci dona la speranza di una vita nuova».

Giovanni 20:19-31:  «Otto giorni dopo Gesù apparve loro».

Tommaso riflette perfettamente il nostro mondo: la sua audacia nel negare ciò che tutti sperimentano, i suoi dubbi e la sua richiesta di prove sono caratteristici di un mondo moderno in cui crediamo solo a ciò che personalmente sperimentiamo, tocchiamo e gustiamo. La Domenica della Divina Misericordia ci mostra che esistono segni oggettivi della risurrezione di Gesù, sia quelli offerti da Lui ai suoi apostoli, sia le prove viventi presentate dalla prima comunità cristiana negli Atti degli Apostoli. Gesù presenta gli argomenti inconfutabili di un corpo spezzato e amorevole, donato per amore degli altri; la comunità offre le chiare conseguenze di quell’amore: il Verbo fatto carne, l’amore espresso nella condivisione di ciò che si ha, la preghiera che eleva e impegna, e l’Eucaristia, espressione della più grande unione con il Signore Risorto e tra di noi. Segni di vita così evidenti che san Tommaso non può far altro che esclamare: “Mio Signore, mio ​​Dio!”.

Il Vangelo ci presenta un cambiamento radicale successivo alla Risurrezione di Gesù. Inizia con una comunità che entra nell’oscurità della notte, con le porte sigillate, la paura dipinta sui volti e il timore angosciato delle autorità ebraiche. Ma a poco a poco, la speranza si fa strada e l’oscurità si dissolve, culminando con la presentazione dei discepoli, ispirati dallo Spirito a diventare testimoni di Gesù, invitando gli altri a  “credere che Gesù è il Messia e che, credendo, avrete vita nel suo nome”.

La nostra fede spesso appare vuota, come se ci limitassimo a seguire tradizioni e costumi religiosi, formalità esteriori che crollano di fronte a un serio interrogativo. Cristiani solo di nome, sulla carta, e annoiati. Per i primi cristiani, l’incontro con il Signore risorto fu un turbine che li scosse nel profondo e un’esperienza che trasformò le loro vite, i loro costumi e le loro credenze. Dalle tenebre che minacciavano quella comunità assopita e impaurita, chiusa in se stessa e senza orizzonti, si mossero verso la radiosa esplosione di luce e speranza radicata nella vittoria di Colui che ha dato la sua vita per noi e che ha definitivamente sconfitto la morte. L’incontro con Gesù vivo e risorto li trasformò in persone nuove, rinnovate, piene di gioia e di pace. Liberandoli dalla paura e dalla timidezza, aprì loro nuovi orizzonti e li spinse ad annunciare la Buona Novella e a testimoniare, a tutti coloro che volessero ascoltare, il Cristo vivo e risorto. Il soffio di Gesù su di loro e le sue parole,  “Ricevete lo Spirito Santo”,  producono un duplice movimento: una forza nei loro cuori e un impulso che li spinge a tendere la mano ai loro fratelli e sorelle. È come se creasse una corrente interiore che li unisce, facendoli sentire un solo cuore e una sola anima, ma impedendo loro di chiudersi in se stessi. Al contrario, li spinge a manifestare e trasmettere questa nuova vita agli altri. L’esperienza della risurrezione è così potente che coloro che credono in essa e la vivono si impegnano a una vita più umana, più piena e più felice.

I segni che Gesù offrì a Tommaso ci aiutano a comprendere che i chiodi nei suoi piedi e nelle sue mani e la ferita nel suo costato sono segni del suo amore e della sua sofferenza nel donarsi per gli altri, e al tempo stesso tracce della sua presenza in mezzo a noi. Per questo Papa Leone ci dice che  «Gesù risorto non nasconde le sue ferite, ma le mostra come prova definitiva di un amore più forte di qualsiasi tradimento o abbandono».  Non possiamo conoscere Gesù risorto se non attraverso le ferite che ha lasciato sul suo corpo: l’emarginazione, il dolore e la sofferenza degli umili e degli esclusi, dei denigrati e degli ignorati, degli espropriati e degli sfruttati. Come possiamo vedere il mondo attraverso le ferite di Gesù? Proviamo a guardarlo e scopriremo, sorprendentemente, che è impossibile nascondere o dissimulare la miseria e il dolore dell’umanità, perché appaiono chiaramente, eppure vengono percepiti con amore, speranza e totale donazione di sé. Non possiamo guardare attraverso le ferite di Gesù con egoismo e indifferenza, né con risentimento e desiderio di vendetta. Guardare attraverso le ferite di Gesù significa guardare con la certezza che questo mondo ha il significato che gli è stato dato dall’amore incommensurabile di Gesù; significa guardare con la speranza che la sua risurrezione continui ad operare in mezzo a noi; e significa vivere con il dinamismo della vita nuova che il suo sangue versato continua a generare. Questo è il cuore dell’esperienza pasquale: l’incontro con Qualcuno vivo, capace di liberarci dal fatalismo e dalla negazione, e di aprirci una nuova via verso la pace, la vera pace. Guardare attraverso le ferite di Gesù significa immergersi nella sua Pasqua: morte e risurrezione.

Le prime comunità cristiane compresero appieno il significato della risurrezione del loro Signore e poterono così iniziare una nuova era, con la domenica come giorno del Signore, con l’ascolto e la meditazione della Parola, con una mensa aperta a tutti, dove chi è nel bisogno può prendere e chi ha più del necessario può contribuire, per creare una mensa comune. La risurrezione di Gesù non si manifesterà tra noi se non attraverso la condivisione. L’Eucaristia, l’Agnello fatto pane per dare la vita, si manifesta quando “nessuno è nel bisogno”, quando nessuno è escluso e quando la Parola viene condivisa. Contempliamo oggi le ferite di Gesù che gridano per la risurrezione; contempliamo anche i segni delle prime comunità cristiane, unite di un solo cuore e di una sola anima, che si riunivano quotidianamente nel tempio e nelle case, condividendo il pane e mangiando insieme con gioia e semplicità di cuore. Quali segni di risurrezione stiamo dando? Dove ci conduce la nostra esperienza del Gesù vivente? Dove scopriamo e mostriamo le gloriose ferite? Com’è la nostra vita in comunità e quanto siamo disposti a condividere?

Enrique Díaz

Nació en Huandacareo, Michoacán, México, en 1952. Realizó sus estudios de Filosofía y Teología en el Seminario de Morelia. Ordenado diácono el 22 de mayo de 1977, y presbítero el 23 de octubre del mismo año. Obtuvo la Licenciatura en Sagrada Escritura en el Pontificio Instituto Bíblico en Roma. Ha desarrollado múltiples encargos pastorales como el de capellán de la rectoría de las Tres Aves Marías; responsable de la Pastoral Bíblica Diocesana y director de la Escuela Bíblica en Morelia; maestro de Biblia en el Seminario Conciliar de Morelia, párroco de la Parroquia de Nuestra Señora de Guadalupe, Col. Guadalupe, Morelia; o vicario episcopal para la Zona de Nuestra Señora de la Luz, Pátzcuaro. Ordenado obispo auxiliar de san Cristóbal de las Casas en 2003. En la Conferencia Episcopal formó parte de las Comisiones de Biblia, Diaconado y Ministerios Laicales. Fue responsable de las Dimensiones de Ministerios Laicales, de Educación y Cultura. Ha participado en encuentros latinoamericanos y mundiales sobre el Diaconado Permanente. Actualmente es el responsable de la Dimensión de Pastoral de la Cultura. Participó como Miembro del Sínodo de Obispos sobre la Palabra de Dios en la Vida y Misión de la Iglesia en Roma, en 2008. Recibió el nombramiento de obispo coadjutor de San Cristóbal de las Casas en 2014. Nombrado II obispo de Irapuato el día 11 de marzo, tomó posesión el 19 de Mayo. Colabora en varias revistas y publicaciones sobre todo con la reflexión diaria y dominical tanto en audio como escrita.