Riflessione del Vescovo Enrique Díaz: I miei pensieri non sono i vostri pensieri
XXV Domenica del Tempo Ordinario
Monsignor Enrique Díaz Díaz condivide con i lettori di Exaudi la sua riflessione sul Vangelo di questa domenica, 13 settembre 2026, dal titolo: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri ” .
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Isaia 55:6-9: « I miei pensieri non sono i vostri pensieri».
Salmo 144: «Benedirò il Signore per sempre»
Filippesi 1:20-24, 27: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire è guadagno».
Matteo 20:1-16: «Mi odierete forse perché sono buono?»
Oggi, la Parola di Dio scuote le nostre strutture umane più profonde. Ci mette di fronte a una realtà che spesso fatichiamo ad accettare perché infrange la nostra logica commerciale del merito e dello sforzo egoistico. La parabola che abbiamo appena ascoltato, quella degli operai nella vigna, ci presenta un Dio che non calcola come noi. Il profeta Isaia ce lo aveva già preannunciato con assoluta chiarezza nella prima lettura: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il Signore. E quanto è bello così! Se le vie di Dio fossero le nostre vie, saremmo persi sotto il peso della nostra meschinità.
Il luogo di lavoro è un ambiente in cui regnano le ingiustizie perché privilegia il capitale e il profitto rispetto alla dignità e ai bisogni primari delle persone. Orari e salari dimostrano che le persone diventano semplici numeri, ingranaggi di una macchina produttiva che avvantaggia solo pochi e lascia la maggioranza a malapena in grado di sopravvivere. La disoccupazione non è dovuta solo alla mancanza di lavoro, alla negligenza o all’incapacità; è dovuta principalmente alla mancanza di opportunità in un mondo ingiusto dominato dal denaro.
La campagna rimane immutata: duro lavoro, alto rischio per gli agricoltori e magri guadagni al momento del raccolto. I profitti finiscono nelle mani degli speculatori. L’attuale concentrazione di reddito e ricchezza deriva principalmente dai meccanismi ingiusti del sistema finanziario e da un accumulo di beni e servizi che non promuove il bene comune, non avvantaggia tutti e non porta alla vera felicità umana. Se a ciò aggiungiamo la dilagante corruzione a tutti i livelli, i legami con la piaga del narcotraffico, della tratta di esseri umani e del traffico di droga, insieme alle estorsioni, il tessuto sociale ed economico delle comunità viene definitivamente distrutto. Questo ha gravi ripercussioni sulla disoccupazione, la sottoccupazione e drammatiche situazioni di difficoltà personale, familiare e sociale. Non c’è da stupirsi, quindi, che molti giovani emigrino in cerca di migliori opportunità, abbandonando le proprie famiglie o, nei casi peggiori, rimanendo intrappolati nelle reti del narcotraffico e delle organizzazioni criminali. Quando il profitto è più importante delle persone, l’umanità ne esce sempre sconfitta.
Di fronte a questo mondo di ingiustizia e disoccupazione, Gesù ci racconta la sua parabola. Ha qualcosa da insegnarci? Immagino che se ci mettessimo nei panni dei primi operai che lavoravano tutto il giorno e ricevevano la stessa paga di chi lavorava solo un’ora, ci lamenteremmo e criticheremmo il datore di lavoro presentato nella storia. Ma c’è una lezione più profonda, anche a livello puramente lavorativo. Il datore di lavoro non commette alcuna ingiustizia perché il denaro, il salario equo concordato, rappresenta la somma necessaria per sopravvivere con dignità. Ed è un diritto sancito da tutte le leggi: il diritto a un salario che garantisca cibo, istruzione, assistenza sanitaria e alloggio adeguati. Ma questo diritto rimane lettera morta perché ci sottomettiamo alle leggi di un capitalismo spietato. Cristo propone un vero cambiamento, in cui tutti i fratelli e le sorelle possano ottenere il loro “denaro”, cioè un salario equo e sufficiente per permettere a una famiglia di vivere con dignità. La parabola ha anche altri significati. Si concentra sull’insegnamento di Gesù sulla fraternità, il cui fondamento è l’accoglienza dei deboli. La risposta che offre alle differenze è molto chiara: la regola d’oro su cui si fonda la comunità deve essere l’uguaglianza: tutti ricevono lo stesso trattamento, indipendentemente dal lavoro svolto. Sarà necessario abbattere gli schemi che trasformano la comunità in un campo dove la forza e l’egoismo sembrano essere la norma. La nuova comunità cristiana deve riscoprire la sua vocazione originaria e smantellare le strutture sistemiche che la rendono facile preda dei potenti, dove i deboli vengono ignorati e gli esclusi non hanno accesso ai benefici del Regno.
Cosa sarebbe successo se gli altri operai non fossero stati assunti? Chi era arrivato prima si sarebbe accontentato del denaro che si era giustamente guadagnato, ma quando sorgono paragoni e differenze, ne scaturisce la rabbia. Ciò che Gesù propone è un’esperienza di comunità in cui vi sia rispetto e apprezzamento per tutti, in cui la comunione si vive accogliendo chi è diverso e meno fortunato. Davanti a Dio non conta il merito, né la quantità o la qualità del lavoro. Sia la chiamata a partecipare alla sua vigna, sia la ricompensa sono un dono, non un premio. La risposta e l’impegno personale sono essenziali, ma la ricompensa è un dono gratuito di Dio. Dio parla di grazia, della gioia del donare. Noi, invece, parliamo subito di paragoni e pretese. E il paragone genera sempre un complesso di superiorità o ci fa sprofondare nell’amarezza dell’invidia. Non è forse vero che molte sofferenze e frustrazioni derivano dal confrontarci con ciò che gli altri hanno, con ciò che gli altri fanno o con ciò di cui godono e noi no? Gli operai hanno giustamente ricevuto il loro salario, ma quando guardano gli altri, si rattristano per quanto guadagnano. L’invidia corrode il cuore quando ci confrontiamo con gli altri e ci sentiamo superiori. Dietro questa parabola si cela anche la critica di Gesù a coloro che si considerano giusti e disprezzano gli altri, a coloro che chiudono il cuore ai deboli, a coloro che giudicano gli altri peccatori o malvagi.
La parabola mette seriamente in discussione il nostro sistema economico, ma anche i nostri sistemi religiosi e familiari, costringendoci a riflettere su chi non riesce a trovare lavoro, sui salari ingiusti, sui migranti disprezzati… sulle tante vittime del nostro mondo del lavoro. Come mi comporto con chi ha avuto meno opportunità di me? Come posso essere fedele a Gesù, che ci insegna che siamo figli di un Padre che ama tutti allo stesso modo? Cosa possiamo fare per cambiare le strutture ingiuste del mondo economico? Qual è il mio atteggiamento verso chi non riesce a trovare lavoro?
Dio nostro, buon Padre, Padre di tutti, che nell’amore per Te e per il prossimo hai scelto di riassumere tutta la Tua legge, concedici di scoprirti e amarti nei nostri fratelli e sorelle, affinché, costruendo una nuova comunità, possiamo raggiungere la vita eterna. Amen.
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