27 Aprile, 2026

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Riflessione del Vescovo Enrique Díaz: Chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere mio discepolo

23ª Domenica del Tempo Ordinario

Riflessione del Vescovo Enrique Díaz: Chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere mio discepolo

Il vescovo Enrique Díaz Díaz condivide con i lettori di Exaudi la sua riflessione sul  Vangelo di questa domenica, 7 settembre 2025, intitolato:  “Chi non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere mio discepolo”.

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Sapienza 9, 13-19:  «Chi è l’uomo che può conoscere i disegni di Dio?»

Salmo 89:  «Tu sei, Signore, il nostro rifugio»

Filemone 9-10, 12-17: «Non accoglietelo come uno schiavo, ma come un fratello amato»

Luca 14:25-33:  «Chiunque non rinuncia a tutti i suoi beni non può essere mio discepolo»

È sorprendente la libertà con cui Papa Francesco ha denunciato stili cristiani che hanno ben poco a che vedere con i veri discepoli di Gesù. Li ha definiti “cristiani di buone maniere ma di cattiva morale”, “credenti da museo”, “ipocriti della casistica”, “cristiani incapaci di vivere controcorrente”, “cristiani corrotti” che pensano solo a se stessi, “cristiani istruiti” che non annunciano il Vangelo…

Se ci chiedono se vogliamo seguire Gesù, possiamo tutti rispondere di sì. Perché la Chiesa richiede ben poco per essere considerati cristiani: i neonati vengono battezzati con pochi requisiti; al massimo, la partecipazione ad alcuni colloqui preparatori e un vago impegno ad agire da cristiani, educando il bambino secondo la legge di Dio e i comandamenti della Chiesa. Ma all’inizio, con Gesù, non era così. Per essere discepoli, Gesù pose condizioni così chiare che indussero chiunque volesse diventarlo a prenderlo seriamente in considerazione. Pochi sarebbero cristiani se, per farlo, dovessimo soddisfare le tre condizioni che, quando necessario, Gesù richiede ai suoi discepoli. Diciamo di prendere la croce di Gesù, ma la adattiamo al nostro modo e al nostro stile. Si può essere cristiani e mentire; si può essere cristiani ed essere ingiusti con il proprio fratello. Nessuno mette in dubbio se siamo cristiani e ci dedichiamo alla droga o all’alcol. Si può essere cristiani e diffamare, distruggere e ingannare. I cristiani mentono, rubano, abortiscono e voltano le spalle ai loro fratelli e sorelle. Ci costruiamo la nostra croce, una croce “facile”, accomodante, “piccola”.

Al massimo, comprendiamo la sofferenza della vita come una croce e la sopportiamo come meglio possiamo; oppure comprendiamo anche il lavoro e la dedizione di ogni giorno come una croce, anche se lo facciamo con svogliatezza e riluttanza. Sopportiamo il nostro marito o la nostra moglie perché non c’è altra scelta; è la croce che ci è toccata e non possiamo “buttarla via”. C’è chi pensa che portare la croce e seguire il Crocifisso significhi cercare piccole mortificazioni, privarsi di soddisfazioni e rinunciare a gioie legittime per raggiungere, attraverso la sofferenza, una comunione più profonda con Lui. Quando il Vangelo ci dice di prendere la croce, non si riferisce specificamente a queste croci, sebbene sia legittimo per noi prenderle e possano aiutarci a seguirlo. Gesù parla di qualcosa di molto più profondo che portare al collo una croce fatta a nostra misura e gusto. Gesù invita tutti, fino a tre volte, a fare una scelta radicale per Lui, a prendere la croce e a rinunciare a tutto; altrimenti, non possiamo essere suoi discepoli. Gesù ci presenta tre richieste come casi estremi che ci danno un’idea di quanto sia importante seguire la sua via.

Il primo è preferire Gesù alla famiglia. Il discepolo deve essere disposto a subordinare tutto all’adesione al Maestro. Se, nel tentativo di instaurare il regno di Dio, il Vangelo e la famiglia entrano in conflitto, così che quest’ultima impedisce l’instaurazione della prima, l’adesione a Gesù ha la precedenza. Gesù e il suo progetto di creare una nuova società, distinta dal sistema mondano, sono al di sopra dei legami familiari.

Il secondo, prendere la croce per essere discepoli, non riguarda sacrifici o mortificazioni, come detto in precedenza, ma accettare e assumere che l’adesione a Gesù comporta persecuzione e incomprensione da parte della società, persecuzione che deve essere accettata e sopportata come conseguenza della sua sequela. Pertanto, non c’è bisogno di affrettarsi, per non promettere di fare più di quanto possiamo realizzare. L’esempio della costruzione della torre, che richiede un’attenta pianificazione per calcolare i materiali disponibili, o del re che pianifica frettolosamente la battaglia, senza sedersi a studiare le sue possibilità contro il nemico, è sufficientemente esemplificativo.

La terza condizione, rinunciare a tutto per essere discepoli, ci sembra eccessiva. Come se dare la preferenza assoluta al progetto di Gesù ed essere disposti a subire persecuzioni per questo non bastasse, Gesù esige qualcosa che sembra al di là delle nostre forze: rinunciare a tutto ciò che abbiamo. Questa è, senza dubbio, una formulazione estrema che deve essere compresa. Il discepolo deve persino essere disposto a rinunciare a tutto ciò che ha, se questo è un ostacolo per porre fine a una società ingiusta in cui alcuni accaparrano i beni della terra di cui altri hanno bisogno per sopravvivere. L’altro ha sempre la priorità. Ciò che è proprio cessa di essere proprio quando un altro ne ha bisogno. Solo dal distacco possiamo parlare di giustizia; solo dalla povertà possiamo combatterla. Solo da lì possiamo costruire la nuova società, il Regno di Dio, sradicando l’ingiustizia dalla terra.

Per coloro tra noi che spesso minimizzano il Vangelo e vorrebbero che le parole e gli atteggiamenti di Gesù fossero meno radicali, leggere questo testo è difficile, perché il Maestro Nazareno è tremendamente esigente. Non illudiamoci: abbiamo forse fatto una croce morbida a modo nostro? Abbiamo ammorbidito il cristianesimo fino a farlo diventare una religione insipida e disimpegnata?

Scegliere la croce di Gesù non significa scegliere la sofferenza passiva o l’indifferenza alle circostanze che possiamo cambiare. Significa scegliere la vita anche a rischio di incontrare battute d’arresto e problemi. Significa morire sulla croce per sperare nella Resurrezione.

Padre buono, aiutaci ad ascoltare l’invito di Gesù a prendere la sua croce e donaci il coraggio e l’amore per lasciare tutto per lui e seguirlo con efficacia. Amen.

Enrique Díaz

Nació en Huandacareo, Michoacán, México, en 1952. Realizó sus estudios de Filosofía y Teología en el Seminario de Morelia. Ordenado diácono el 22 de mayo de 1977, y presbítero el 23 de octubre del mismo año. Obtuvo la Licenciatura en Sagrada Escritura en el Pontificio Instituto Bíblico en Roma. Ha desarrollado múltiples encargos pastorales como el de capellán de la rectoría de las Tres Aves Marías; responsable de la Pastoral Bíblica Diocesana y director de la Escuela Bíblica en Morelia; maestro de Biblia en el Seminario Conciliar de Morelia, párroco de la Parroquia de Nuestra Señora de Guadalupe, Col. Guadalupe, Morelia; o vicario episcopal para la Zona de Nuestra Señora de la Luz, Pátzcuaro. Ordenado obispo auxiliar de san Cristóbal de las Casas en 2003. En la Conferencia Episcopal formó parte de las Comisiones de Biblia, Diaconado y Ministerios Laicales. Fue responsable de las Dimensiones de Ministerios Laicales, de Educación y Cultura. Ha participado en encuentros latinoamericanos y mundiales sobre el Diaconado Permanente. Actualmente es el responsable de la Dimensión de Pastoral de la Cultura. Participó como Miembro del Sínodo de Obispos sobre la Palabra de Dios en la Vida y Misión de la Iglesia en Roma, en 2008. Recibió el nombramiento de obispo coadjutor de San Cristóbal de las Casas en 2014. Nombrado II obispo de Irapuato el día 11 de marzo, tomó posesión el 19 de Mayo. Colabora en varias revistas y publicaciones sobre todo con la reflexión diaria y dominical tanto en audio como escrita.