19 Aprile, 2026

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Pensare il presente con San Tommaso d’Aquino

Omaggio e riflessione nell'ambito del Premio Abelardo Lobato 2026 della Società Internazionale di Tommaso d'Aquino (SITA)

Pensare il presente con San Tommaso d’Aquino

Rodrigo Guerra López,  collaboratore di Exaudi, ha ricevuto il Premio “Abelardo Lobato 2026” sabato 17 gennaio 2026, nella storica Basilica di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Il  premio,  assegnato dalla  Società Internazionale Tommaso d’Aquino (SITA), è giunto alla sua seconda edizione ed è dedicato alla memoria del frate domenicano Abelardo Lobato Casado OP (uno dei fondatori della SITA). Il premio è un riconoscimento al vincitore “per aver sviluppato un pensiero filosofico di grande attualità e impatto, soprattutto in ambito antropologico, etico e sociale, fondato sul pensiero metafisico di San Tommaso d’Aquino”.

Guerra López ha espresso la sua profonda gratitudine alla  professoressa Lorella Congiunti, presidente della SITA, e alla  professoressa Cristina Reyes, vice-rettrice della Pontificia Università della Santa Croce, per questo immeritato riconoscimento. Ha inoltre sottolineato la presenza di eminenti tomisti, tra cui l’illustre  padre Lluís Clavell, presidente emerito della Pontificia Accademia di San Tommaso d’Aquino. La cerimonia, tenutasi nella Sala dei Papi della basilica a partire dalle 16:30, ha incluso la cerimonia di premiazione e la relazione principale del vincitore:  “Pensare al presente con San Tommaso d’Aquino: Abelardo Lobato OP e il rinnovamento del pensiero tomista“.

Questo premio non è solo un riconoscimento personale, ma un’affermazione istituzionale della vitalità del tomismo speculativo nel XXI secolo: un pensiero metafisico radicato in San Tommaso, capace di confrontarsi con le urgenze antropologiche, etiche e sociali del mondo contemporaneo, senza ridursi a mera erudizione storica.

Un tomismo vivo, ecclesiale e dialogico

La conferenza di  Rodrigo Guerra López, tenuta in questo contesto premiato, costituisce un manifesto programmatico per il rinnovamento del tomismo. L’autore, filosofo messicano la cui carriera è stata segnata dall’incontro personale con Abelardo Lobato a partire dal 1986, struttura la sua riflessione attorno a tre assi interconnessi che rispondono direttamente alle sfide del presente:

  1. Recuperare la dimensione metafisica dell’intelligenza.  In un “cambiamento epocale” accelerato dalla tecnologia e dalla cultura, Guerra López rifiuta sia l’ottimismo razionalista moderno sia il pessimismo nichilista postmoderno. Invoca la distinzione tomistica tra  separatio  (un giudizio composizionale-divisivo che accede all’essere concreto) e  abstractio  (propria delle scienze particolari), così come appare nel commento al  De Trinitate di Boezio. La metafisica tomistica non è un’astrazione formale elevata, ma  una resolutio a ens  (un ritorno all’atto dell’essere come fondamento del concreto). Questo approccio metodologico ci permette di trascendere il fenomenico e il contestuale senza negare la storicità, discernendo il bene nel male  per accidens. Di fronte agli attuali pregiudizi antimetafisici (sospetto della sostanza, della natura o della legge naturale), propone un tomismo “metodologico” che entra nei dibattiti contemporanei dall’interno, dimostrando la radicale rilevanza dell’esse  per  il singolare.
  2. Sviluppare il tomismo in comunione e al servizio della Chiesa.  L’autore insiste su un tomismo profondamente ecclesiale, fedele allo spirito di San Tommaso d’Aquino e al Magistero. Punto di riferimento fondamentale è l’istruzione  Donum veritatis di Joseph Ratzinger  (1990), che regola la libertà teologica senza marginalizzare l’autorità del Successore di Pietro. Critica gli atteggiamenti che, sotto le spoglie della dottrina, riducono il papato a intrighi politici, dimenticando la  prudenza di Dio. La Chiesa ha bisogno di un “diaconato dell’intelletto credente” (facendo eco alla  Veritatis gaudium ), che studi rigorosamente i classici – in particolare Tommaso d’Aquino – per illuminare le attuali sfide pastorali (bioetica, famiglia, crisi culturale). Ciò implica andare “oltre” Tommaso senza tradirlo, attraverso un tomismo speculativo “essenziale” (Fabro), che pensa  nel suo spirito  e non ripete formule.
  3. Una lettura analitica e sfumata della modernità e del postmodernismo.  Seguendo il metodo tomista di discernere innanzitutto la verità in ogni autore (anche pagano o “sospetto”), Guerra López rifiuta le visioni lineari della modernità come un mero declino verso l’immanentismo. Cita un testo poco noto di Francesco (28 gennaio 2022) sulle sintesi superiori che integrano eredità diverse in un orizzonte “poliedrico”. Esempi fecondi: Bergson in Gilson, Kierkegaard in Fabro, Scheler in Wojtyla, l’ermeneutica in Beuchot. Ispirato da Augusto Del Noce, sostiene una “filosofia della storia della filosofia” guidata dall’analogia dell’essere (metafisica, non logica). Per un latinoamericano, questo si collega a Methol Ferré e ad aspetti del pensiero di Francesco (e all’attuale pontificato di Leone XIV).

Un’eredità personale e collettiva

La toccante conclusione evoca il dialogo di Lobato con Giovanni Paolo II su Wojtyla: una fenomenologia riformata non ostacola, ma anzi aiuta a “pensare il presente e raggiungere l’essere più profondamente”. Questo gesto riassume lo spirito dell’omaggio: un tomismo aperto, ecclesiale, dialogico, guidato dallo Spirito Santo (“Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est”).

Il Premio Abelardo Lobato 2026, nel riconoscere Guerra López, ribadisce che il tomismo non è una reliquia da museo, ma una fonte viva per il discernimento culturale ed ecclesiale del XXI secolo.

Testo completo della conferenza:

Pensando al presente con San Tommaso d’Aquino: Abelardo  Lobato OP e il rinnovamento del pensiero tomista, di Rodrigo Guerra López

Premio “Abelardo Lobato” Società Internazionale di Tommaso d’Aquino Basilica di Santa Maria sopra Minerva Roma, Italia 17 gennaio 2026

Introduzione Molti anni fa, ho avuto il privilegio di incontrare Fra Abelardo Lobato, OP. Lo sentii parlare per la prima volta al Secondo Congresso Mondiale di Filosofia Cristiana, tenutosi a Monterrey, in Messico, dal 20 al 24 ottobre 1986. Avevo vent’anni ed ero uno studente universitario di filosofia. Fra Abelardo era già una figura di spicco del pensiero tomista. La conferenza che tenne in quell’occasione verteva su “L’uomo come essere personale”. Come tutti sanno, si sarebbe appassionato a questo tema per gran parte della sua vita. Ricordo che, con mia grande sorpresa, quando mi avvicinai per congratularmi con lui per la sua presentazione, trovai un frate domenicano estremamente cordiale, sorridente e che trasmetteva spontaneamente un grande entusiasmo per gli studi tomisti. Mi guardò attentamente negli occhi, come se volesse instaurare un’amicizia.

A quel tempo, ero studente di un gruppo di professori che ci avevano instillato l’amore per la filosofia cristiana, fortemente ispirati da Étienne Gilson, Cornelio Fabro, Francisco Canals e Josef Pieper. Per noi, incontrare Abelardo Lobato OP, ex studente di Reginald Garrigou-Lagrange OP, è stato come incontrare un membro d’eccezione di quella famiglia di grandi filosofi cristiani del XX secolo.

Negli anni successivi ci siamo incontrati in diverse occasioni. Nel 1989, si tenne a Quito, in Ecuador, il Terzo Congresso Mondiale di Filosofia Cristiana, e lui fu così gentile da partecipare alla mia conferenza. Ricordo con grande gratitudine quel gesto di gentilezza e i commenti che mi rivolse. Nello stesso periodo, Fra Abelardo offriva ogni anno un ritiro spirituale in un convento domenicano nella città di Puebla. Approfittando dei suoi viaggi in Messico, ci tenne in diverse occasioni un breve corso su San Tommaso d’Aquino e ci incoraggiò a creare un gruppo SITA. Grazie a lui, abbiamo tutti assistito con stupore a come il pensiero del “Dottore Angelico” diventasse passione, dialogo e luce per comprendere le sfide culturali del nostro tempo. Nulla sfuggiva alla sua attenzione: le sue ricerche sulla persona, la libertà, la legge naturale, la coscienza e la differenziazione sessuale, insieme alle sue preoccupazioni per la famiglia, la società, la vita politica, la bioetica e la crisi culturale contemporanea.

Ed è stato questo il punto che, almeno per me, è stato profondamente toccante e di grande impatto. Vedere come la sapienza di San Tommaso d’Aquino non si limitasse alla mera erudizione filologica o storico-critica, ma fosse accompagnata da una passione per la vita umana concreta e i suoi problemi più urgenti. Per Fra Abelardo Lobato, OP, l’amore per la verità, seguendo San Tommaso, era accompagnato da un enorme entusiasmo ed energia missionaria. Il tomismo non era una venerabile reliquia del passato, ma una proposta che risuonava nel cuore dei giovani messicani e nelle controversie filosofiche che più ci preoccupavano in quegli anni.

Non smetto mai di stupirmi che questa duplice dimensione – approfondire lo studio del pensiero filosofico e teologico di San Tommaso ed entrare in un dialogo pertinente con la cultura del nostro tempo – sia la stessa preoccupazione che Papa Francesco ha cercato di condividere nel suo discorso ai partecipanti dell’ultimo Congresso Tomistico Internazionale:

“Il tomismo non deve essere un pezzo da museo, ma una fonte viva (…) È necessario promuovere, nelle parole di Jacques Maritain, un ‘tomismo vivente’, capace di rinnovarsi per rispondere alle domande attuali. Il tomismo avanza quindi seguendo un duplice movimento vitale di ‘sistole e diastole’. Sistole, perché prima bisogna concentrarsi sullo studio dell’opera di san Tommaso nel suo contesto storico e culturale, per individuarne i principi strutturanti e coglierne l’originalità. Poi, però, viene la diastole: entrare in dialogo con il mondo contemporaneo, per assimilare criticamente ciò che è vero e giusto nella cultura del nostro tempo.”

Pensando proprio a queste cose, che sono allo stesso tempo magistero pontificio e testimonianza esistenziale della vita di frate Abelardo, in questa occasione desidero rendergli un piccolo omaggio, meditando ad alta voce sull’importanza di ripensare le sfide del presente con l’aiuto di san Tommaso d’Aquino.

Per fare ciò, cercherò di sviluppare tre idee: la necessità di riesaminare la portata metafisica dell’intelligenza nel dibattito filosofico e teologico contemporaneo; la necessità di sviluppare il tomismo in comunione con la Chiesa e al suo servizio; la necessità di accompagnare il tomismo con una lettura analitica e sfumata della modernità e delle diverse reazioni postmoderne.

La necessità di ridefinire la portata metafisica dell’intelligenza nel dibattito filosofico e teologico contemporaneo

Il cambiamento culturale e tecnologico nella società contemporanea è profondo e in rapida accelerazione. Non c’è bisogno di essere esperti del dibattito modernità/postmodernità per rendersi conto che è in atto un vero e proprio “cambiamento epocale”, che merita di essere seguito attentamente e compreso a fondo. Come per molti altri processi storici e culturali del passato, i cambiamenti che stiamo vivendo oggi presentano aspetti sia positivi che negativi. Il paradigma illuminista moderno ha tentato di convincerci che il processo storico è guidato dalla razionalità scientifica e tecnologica, che in ultima analisi garantirebbe un futuro più libero e razionale per tutti. Da parte loro, molti dei più significativi movimenti antimoderni, forse inconsciamente, hanno fatto eco a questa stessa idea, sebbene in versione negativa; hanno cioè proposto che la modernità sia un percorso verso l’immanentismo, il nichilismo o peggio.

Un’attenta osservazione della realtà deve riconoscere che entrambe le posizioni sono in parte giustificate e in parte profondamente errate. In ogni dato momento, dosi significative di verità coesistono con i più grandi errori. Inoltre, la storia non è un processo deterministico che punta in un’unica direzione; non è, ad esempio, un tragico cammino verso la catastrofe, ma piuttosto un dramma scandito da molteplici libertà in cui il male esiste sempre “per accidens”, in modo carente, come una certa assenza, in mezzo alla presenza di una perfezione e di una positività che caratterizzano tutto ciò che è.

Per identificare e discernere l’essere dal non-essere, la verità dall’errore, il bene dal male, è necessario trascendere il momento puramente sensoriale, puramente fenomenico, puramente contestuale e puramente storico e affermare che la realtà non si esaurisce nel suo aspetto temporale e finito. Tuttavia, questa trascendenza non è un’ascesa graduale lungo la linea dell’astrazione, allontanandosi sempre di più dal singolare, bensì un ritorno, per così dire, al fondamento di ciò che rende l’ente concreto ciò che è e semplicemente “essere”. Per gli studiosi di San Tommaso d’Aquino, questa è una questione ben nota. Un certo formalismo si è impadronito delle menti di alcuni interpreti dell’Aquino, che talvolta hanno osato affermare che l’essere è il frutto di un altissimo livello di astrazione formale.

Tuttavia, una lettura attenta del commento al  *De Trinitate* di Boezio rivela che Tommaso d’Aquino identifica tre tipi di distinzioni operate dalla mente: una reale e due fittizie. La prima è l’operazione dell’intelletto che compone e divide, che conosciamo come *separatio*. Le altre due sono modalità di astrazione che corrispondono alle scienze fisiche e alla conoscenza puramente formale, come la matematica. Nella stessa opera, Tommaso osserva acutamente che è caratteristico dei platonici e dei pitagorici non distinguere sufficientemente tra *separatio* e *abstractio*. Ciò è comprensibile perché l’incapacità dei platonici e dei pitagorici di scoprire l’atto dell’essere come fondamento di ogni formalità li ha costretti ad affermare la sussistenza delle *forme* come principio causale principale delle cose composte nel mondo sensibile, facendo così scivolare il metodo della metafisica nel regno puramente formale. San Tommaso, al contrario, pensa il metodo della metafisica a partire dal suo vero oggetto: l’essere delle cose e la loro causa ultima, l’Essere separato.

La ‘separatio’ è la modalità propria della conoscenza spontanea, poiché comprendiamo le cose così come sono, sulla base dell’unione o dissociazione reale delle componenti del concreto. L’astrazione, invece, ci allontana da tutta la realtà in tutta la sua ricchezza per approfondirne determinati aspetti.

Da questa prospettiva, la metafisica assume come oggetto il suppositum, la realtà separata in quanto tale, non come questo o quello. La metafisica indaga ciò che si predica “in sé” del sussistente, come l’essere e l’agire. Pertanto, la metafisica non astrae; piuttosto, il suo movimento è l’opposto dell’astrazione. Mentre le scienze particolari si moltiplicano, affrontando diversi aspetti della realtà, la metafisica ripristina l’unità dell’essere e si costituisce come conoscenza del concreto nel suo insieme. Naturalmente, ciò vale solo per una metafisica che riconosce l’atto dell’essere (esse) nell’ente (ens: id quod habet esse). Se l’oggetto della metafisica fosse l’essenza delle cose o l’idea dell’essere (esse commune), essa cadrebbe immediatamente nel metodo della massima astrazione, cioè nella nozione indeterminata di essere.

Questa breve digressione è rilevante per comprendere come una parte significativa delle attuali controversie in ambito filosofico, e persino teologico, ruoti attorno al recupero autentico della portata metafisica dell’intelligenza, cioè alla capacità di raggiungere una “resolutio a ens” e infine una “resolutio ad Esse”. Senza questo, la riflessione rimane intrappolata nell'”orizzonte trascendentale”, non solo quello puramente formale, ma anche quello puramente fattuale e contestuale.

Le attuali controversie filosofiche e teologiche sono estremamente varie e si moltiplicano su vari argomenti, approcci e scuole di pensiero. Tuttavia, non sembra esagerato affermare che alcune di esse siano, per così dire, appesantite o condizionate da un concetto di ragione che, consapevolmente o inconsapevolmente, ha chiuso totalmente o parzialmente la sua portata propriamente metafisica. Non è raro sentire, in alcuni ambienti, affermazioni di sospetto o addirittura di disprezzo per la metafisica, basate su pregiudizi sulla distanza della filosofia prima dalla realtà, sull'”immobilità” della nozione di sostanza, sulla rigidità della nozione di “natura”, sull’impertinenza della “legge naturale”, sull’apparente evidenza che la metafisica sia già stata “superata”, e così via.

In tutti questi casi, non basta fare generiche esortazioni a favore della metafisica o del “tomismo”. È necessario che i tomisti entrino negli spazi e negli ambienti segnati da questi pregiudizi e, dal loro interno – non dall’esterno! – dimostrino con argomentazioni che la scienza dell’essere in quanto essere per il Dottore Angelico non rimanda all’astratto, ma alla più radicale coerenza del singolare e del concreto in quanto tale. Fare questo non significa indire una crociata apologetica in difesa di San Tommaso, ma piuttosto recuperare il tomismo in chiave metodologica, cioè seguendo la via invenzioni, il cammino di scoperta che dobbiamo percorrere oggi per ripensare la realtà del nostro presente con la massima fedeltà e senza pregiudizi.

La necessità di sviluppare il tomismo in comunione e al servizio della Chiesa

Un secondo elemento che mi sembra fondamentale quando medito ad alta voce sul rinnovamento del pensiero tomistico è la necessità di sviluppare il tomismo con un senso profondamente ecclesiale.

Ciò potrebbe sembrare ovvio, ma non lo è se consideriamo che negli ultimi anni ci sono state significative rivendicazioni e critiche all’insegnamento papale da parte di alcuni pensatori, inclusi i tomisti. Quando affermo questo, non intendo dire che non sia legittimo sollevare interrogativi o mettere in discussione un particolare aspetto dell’insegnamento della Chiesa. Sappiamo tutti che è legittimo sollevare interrogativi quando, in buona coscienza, ci sono ragioni ben fondate e argomentate. Tuttavia, spesso si dimentica che il contenuto dell’Istruzione “Donum veritatis” sulla vocazione ecclesiale del teologo, pubblicata da Joseph Ratzinger il 24 marzo 1990, si applica anche ai tomisti e non è stato abrogato.

In altre parole, la legittima pluralità e libertà dei teologi non dovrebbe essere esercitata marginalizzando il Magistero o l’autorità del Successore di Pietro, e tanto meno venendo meno alla carità, danneggiando la comunione o causando scandalo. È una trappola particolarmente perversa affermare ciò che consideriamo vero al di fuori di questi parametri.

Questo atteggiamento non è estraneo allo spirito di San Tommaso d’Aquino e, in generale, alla migliore tradizione teologica della Chiesa cattolica. Se c’è un dubbio, una critica o una messa in discussione di un insegnamento magisteriale, non c’è motivo di farsi prendere dal panico. È semplicemente necessario utilizzare i canali appropriati, esprimere la propria convinzione con vero rispetto ed essere pazienti.

Al di là di “Donum veritatis”, un testo che merita di essere rivisitato, credo che, in fondo, alcune delle risposte apparentemente “dottrinali” al Magistero offerte da alcuni tomisti negli ultimi anni riguardino una domanda ancora più sottile che tocca il cuore stesso della fede. Considero il dono che Dio mi elargisce attraverso il Successore di Pietro come parte della Provvidenza, della prudentia di Dio? O forse, senza troppa consapevolezza, preferisco un’interpretazione del Papa e del suo Magistero in cui le manovre politiche o gli intrighi di palazzo diventano il fattore più decisivo nella mia adesione o nel mio rifiuto?

Si tratta di una questione delicata che, a seconda di come viene risolta, influenza notevolmente la disponibilità della mente tomista a compiere il passo successivo: mettere la nostra intelligenza al servizio del Mistero che è la Chiesa. La Chiesa oggi ha bisogno di una diaconia dell’intelletto credente. Le nuove sfide pastorali che emergono in ogni ambito non saranno risolte con successo dagli eventi o dall’improvvisazione. È necessario osservare e comprendere la realtà studiando con rigore i classici del pensiero cristiano, tra cui spicca senza dubbio San Tommaso d’Aquino. Ciò è stato sottolineato anche nelle linee guida per l’applicazione della Costituzione “Veritatis Gaudium” promulgate da Papa Francesco.

Naturalmente, questo studio intende andare oltre la mera ripetizione di certe formule, che certamente vanno apprese e comprese. Il punto cruciale è pensare, guidati da San Tommaso d’Aquino, e addentrarsi in un tomismo speculativo, “essenziale”, come amava dire Cornelio Fabro. Solo così sarà possibile andare oltre il Dottore Angelico senza tradirne i fondamenti perenni.

La necessità di accompagnare il tomismo con una lettura analitica e differenziata della modernità e delle diverse reazioni postmoderne

San Tommaso d’Aquino è stato un maestro sotto molti aspetti. Il suo amore per coloro che lo hanno preceduto è evidente in tutte le sue opere. È stato meraviglioso che, nel tempo, siano emersi studi che dimostrano in modo profondo che, oltre al suo immenso apprezzamento per Aristotele, Tommaso d’Aquino ha imparato da molti altri autori, come i filosofi arabi, il neoplatonismo e i Padri della Chiesa, in particolare Sant’Agostino. San Tommaso era convinto che per comprendere un autore sia necessario prima identificare l’elemento di verità nel suo pensiero e poi, naturalmente, riconoscerne anche i limiti. L’errore deve essere interpretato alla luce dell’essere; il male deve essere compreso alla luce del bene. No, il contrario.

Questo approccio metodologico consente a San Tommaso di imparare molto dai pensatori pagani, “sospetti” per alcuni, come Aristotele o gli arabi.

Papa Francesco, in un testo poco noto firmato il 28 gennaio 2022, festa di San Tommaso d’Aquino, ha osservato qualcosa di simile. Ha affermato che è necessario:

“Capire che la filosofia avanza significa scoprire, dopo aver studiato le varie opinioni e controversie, una sintesi superiore che riconosce la piccola o grande dose di verità in ogni posizione. Se guardiamo ai grandi maestri del pensiero cristiano nel corso dei secoli, non troviamo nulla di diverso. Sono tutti grandi proprio perché imparano umilmente da una sorta di empatia con i loro predecessori, purificano la loro visione alla luce della certezza che la fede offre loro e cercano di esprimere le loro scoperte creando nuove, complesse sintesi in cui si possa vedere sia l’eredità ricevuta sia, allo stesso tempo, l’originalità di coloro che hanno saputo aprire la propria mente a un nuovo orizzonte di comprensione: più integrativo, più completo, più ‘multiforme’, se mi è consentito usare l’espressione.”

Se osserviamo attentamente alcuni importanti tomisti del XX secolo, ho l’impressione che la stessa cosa sia accaduta tra loro. Penso subito all’impatto positivo che il pensiero di Bergson ha avuto sull’intelletto di Étienne Gilson. Penso all’impatto che il pensiero di Kierkegaard ha avuto su Cornelio Fabro. E non posso non menzionare l’influenza che Max Scheler ha avuto sulla mente di Karol Wojtyla o quanto Maurice Beuchot abbia imparato dall’ermeneutica contemporanea. Nei quattro casi che ho citato, i tomisti non hanno accettato acriticamente i loro interlocutori non tomisti, ma si sono lasciati interpellare da loro, discernendo con finezza ciò che poteva essere assimilato e ciò che non lo era. Il segreto sta nel discernimento, cioè nei criteri fondamentali che questi autori tomisti usavano per discriminare e giudicare senza dissolvere l’essenziale.

Quando la modernità viene interpretata come un percorso più o meno rettilineo verso forme sempre più perniciose di immanentismo, è molto difficile imparare da autori come Bergson, Kierkegaard, Scheler o Ricoeur.

Credo quindi che noi tomisti dobbiamo affinare la nostra interpretazione filosofica della modernità e delle potenziali reazioni postmoderne. Questo affinamento, mi sembra, richiede non solo la storia della filosofia, ma una “filosofia della storia della filosofia”, un po’ come ha già sottolineato Augusto Del Noce. Solo così è possibile raggiungere una comprensione più analitica e articolata dei dibattiti che caratterizzano il nostro tempo.

Cito Augusto Del Noce non a caso, ma perché, senza entrare ora nello specifico del suo pensiero, la grande lezione che forse ci lascia è che non ogni lettura filosofica della modernità è compatibile con gli elementi fondamentali della filosofia e della teologia di san Tommaso d’Aquino, soprattutto quando questi elementi includono al loro interno la comprensione della partecipazione dell’atto di essere negli enti e la corrispondente analogia della realtà.

In altre parole, una lettura filosofica della storia della filosofia, animata da una comprensione metafisica e non meramente logica dell’analogia, sono alcuni degli strumenti che meglio ci aiutano a proseguire l’avventura del pensiero tomistico e ad arricchirlo, recuperando la verità e il bene che appaiono in altri autori, a volte molto lontani e diversi da Tommaso.

Per un latinoamericano come chi parla qui, la figura di Del Noce ci è particolarmente cara, poiché il filosofo italiano ha avuto una notevole influenza su Alberto Methol Ferré, uno degli intellettuali che meglio ci permettono di comprendere alcuni aspetti del pensiero di Papa Francesco e il significato ecclesiale e culturale che riveste oggi Papa Leone XIV.

In conclusione: pensa al presente

Abelardo Lobato mi incoraggiò a conseguire un dottorato all’Angelicum. Feci domanda e ricevetti la lettera di ammissione nel 1992. Tuttavia, non potevo permettermi le spese di vitto e alloggio, e finii per studiare in un posto molto diverso. Nella mia tesi di dottorato, dedicata al metodo filosofico di Karol Wojtyła, non volevo tralasciare alcuni argomenti delicati e alquanto controversi tratti dalle ricerche di Padre Lobato, che mi spiegò pazientemente durante uno dei nostri incontri.

Padre Lobato aveva pubblicato nel 1979 sulla rivista Angelicum uno studio esaustivo sul pensiero di Karol Wojtyla. In questo studio, dopo aver spiegato in dettaglio alcune delle intuizioni centrali del libro di Karol Wojtyla  Persona e atto, osò formulare una critica: «Nella sua opera c’è più fenomenologia che metafisica, e questo è dannoso per la filosofia della persona, che può essere elaborata solo con rigore metafisico».

Il neoeletto Papa Giovanni Paolo II lo incontrò e gli disse: “Dobbiamo parlare”. Dopo la conversazione, Fratel Abelardo scoprì che la questione non era così semplice. La sua interpretazione di Wojtyla era in qualche modo influenzata dagli scritti di Mieczyslaw Albert Krapiec, OP. Papa Giovanni Paolo II sottolineò che, a suo avviso, la riforma della fenomenologia nei suoi scritti filosofici indicava una riformulazione della metafisica classica e personalista. Tuttavia, gli disse anche di aver compreso la sua opinione, poiché la traduzione inglese di * Person and Act*  si prestava ad alcuni fraintendimenti.

Quando il mio libro, *Ritorno alla persona: il metodo filosofico di Karol Wojtyla *, fu pubblicato nel 2002,  fra Abelardo mi ringraziò per aver chiarito tutti questi aspetti e mi disse di riconoscere che Karol Wojtyla era stato sul punto di una riformulazione particolarmente originale della metafisica tomistica, basata su una riconsiderazione critica del realismo fenomenologico. Il frate domenicano mi disse qualcosa che cito, facendo appello alla mia memoria: “Alla fine, la fenomenologia riformata come l’ha fatta Wojtyla non è un ostacolo, ma un aiuto per pensare il presente e per raggiungere più profondamente l’essere”.

Questa evoluzione di Frate Abelardo non fu una semplice sottomissione ecclesiastica al Papa. Fu, da un lato, il frutto del suo stesso cammino intellettuale e spirituale. Frate Abelardo fu un grande metafisico, un frate profondamente ecclesiale e un uomo di dialogo, sempre pronto a conoscere la verità in tutto e in tutti. Perché, come spesso ripetiamo noi tomisti: “Omne verum, a quocumque dicatur, a Spiritu Sancto est”, ogni verità, chiunque la pronunci, viene dallo Spirito Santo.

Grazie per la pazienza e mi congratulo in anticipo con i vincitori del Premio Abelardo Lobato 2026. Grazie mille!

Exaudi Redazione

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