Pasolini invita all’umiltà radicale: “La pace nasce dal farsi piccoli e dal rinunciare alla violenza”
Nella sua prima meditazione quaresimale del 2026, il predicatore della Casa Pontificia, Fra Roberto Pasolini, davanti a Papa Leone XIV e alla Curia Romana, ha proposto la conversione come cammino di umiltà evangelica ispirato a San Francesco d'Assisi, invitando a disarmare il cuore in mezzo ai conflitti globali
Nell’Aula Paolo VI, sotto lo sguardo vigile di Papa Leone XIV e dei membri della Curia romana, fra Roberto Pasolini, predicatore della Casa Pontificia e frate cappuccino, ha inaugurato venerdì il ciclo di meditazioni quaresimali con un messaggio forte: la vera pace non nasce da accordi politici o da strategie militari, ma dal coraggio di “farsi piccoli”, di rinunciare alla violenza in ogni sua forma e di optare per il dialogo anche nelle circostanze più avverse.
La riflessione, intitolata “Conversione: seguire il Signore Gesù sulla via dell’umiltà”, si concentra sul versetto di 2 Corinzi 5,17: “Se dunque uno è in Cristo, è una creatura nuova”. Pasolini collega questa idea alla figura di San Francesco d’Assisi – nel contesto dell’ottantesimo anniversario della sua morte e dell’Anno Giubilare – presentandolo come un “uomo trafitto dal fuoco del Vangelo” capace di ravvivare in ogni persona il desiderio di una vita nuova nello Spirito.
Il predicatore ha sottolineato la necessità di riaffermare la vitalità del Battesimo in un mondo segnato da guerre e violenza. “Peccato, conversione e grazia si intrecciano nella vita reale”, ha affermato, descrivendo la conversione come un’iniziativa divina che richiede la libertà umana per risvegliare “l’immagine di Dio” nel silenzio interiore. Ciò implica un “cambiamento di sensibilità”: guardare gli altri con misericordia evangelica, spazzare via l’amarezza accumulata e riconoscere il peccato – non come mera debolezza, ma come un potere distruttivo contro la libertà – per aprirsi a una profonda guarigione.
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Tema centrale del discorso è stata l’umiltà come cammino battesimale. Pasolini ha sottolineato che questa virtù non impoverisce l’essere umano, ma anzi lo restituisce alla sua vera grandezza, contrastando il peccato originale nato dal rifiuto della piccolezza. “L’umiltà non diminuisce: restituisce alla vera grandezza”, ha affermato, ricordando che la grandezza dell’uomo sta nel farsi piccolo, come i “piccoli” la cui fragilità risveglia la misericordia, “forse l’energia più preziosa del mondo”.
In un contesto di conflitti globali, il frate ha insistito sul fatto che l’umiltà evangelica è particolarmente necessaria nei momenti di difficoltà: “Spesso pensiamo che sia possibile solo quando tutto va bene. In realtà, è vero il contrario: è proprio nei conflitti che diventa più necessaria”. Qui risiede l’implicito invito al “disarmo spirituale” – o disarmo verbale, in termini di dialogo rispettoso – rinunciando alla vendetta, all’oppressione e alle parole offensive, per costruire relazioni di uguaglianza e ascolto.
La meditazione, che proseguirà ogni venerdì fino al 27 marzo, ci invita a una conversione continua in cui la debolezza diventa l’essenza stessa della vita battezzata, secondo San Paolo. Pasolini ha concluso invocando San Francesco e chiedendoci di seguire le orme di Gesù, in un periodo quaresimale che, sotto il pontificato di Leone XIV, si presenta come un’opportunità di rinnovamento evangelico radicale e fraterno.
Le meditazioni che seguono esploreranno temi quali la libertà, la speranza, la missione e la fraternità, sempre all’insegna del motto “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura”, con San Francesco come guida concreta verso una vita più umana ed evangelica.
Testo completo della meditazione:
Meditazione quaresimale 2026 – 1
Conversione
Seguire il Signore Gesù sulla via dell’umiltà
Dopo gli Esercizi Spirituali guidati dalla figura di San Bernardo di Chiaravalle, le meditazioni quaresimali di quest’anno non potevano che ispirarsi all’esperienza cristiana di Francesco d’Assisi. I due santi non sono lontani l’uno dall’altro: Bernardo morì nel 1153, Francesco nacque nel 1181, a meno di trent’anni di distanza. È come se la fiaccola dell’eredità evangelica si fosse passata di mano in mano attraverso i secoli, senza mai spegnersi.
Quest’anno ricorre l’ottavo centenario della morte di Francesco e il Santo Padre ha voluto celebrare l’occasione con un giubileo speciale, invitando tutta la Chiesa a lasciarsi nuovamente toccare dalla grazia di Dio attraverso la testimonianza del Poverello d’Assisi. Francesco non è solo un santo da ricordare o ammirare: è un uomo consumato dal fuoco del Vangelo, capace di ravvivare in ciascuno di noi il desiderio di una vita nuova nello Spirito.
Per tracciare il suo cammino spirituale, la prima meditazione si concentra sulla sua conversione e si snoda in cinque tappe: il cambiamento di gusto che la grazia opera nella sensibilità; l’alterazione prodotta dal peccato e la necessità di una guarigione radicale; l’umiltà come vera misura della grandezza umana; la scelta di farsi più piccoli come forma propria della vita battesimale; infine, la natura continua della conversione, che non si compie una volta per tutte, ma ricomincia sempre.
1. Il cambiamento del gusto
Cosa intendiamo quando parliamo di conversione? È una domanda che merita di essere posta con sincerità, perché le possibili risposte sono molteplici e non tutte ugualmente fedeli al Vangelo.
La catechesi tradizionale la descrive come un ritorno a Dio dopo l’allontanamento dal peccato. La teologia morale ne sottolinea la dimensione di cambiamento comportamentale. La tradizione ascetica insiste sulla necessità di pratiche penitenziali che disciplinino il corpo e la volontà. La Scrittura, da parte sua, usa un termine che trascende tutte queste prospettive: *metanoia*, un cambiamento della mente, del cuore, del modo profondo in cui si percepisce la realtà. Non una semplice correzione di rotta, ma una trasformazione di prospettiva. Non solo una revisione dei comportamenti, ma una rivoluzione della sensibilità.
Chi ha ragione? In una certa misura, tutti. Ma c’è un ordine da rispettare. Capire dove inizia veramente la conversione – il suo punto di partenza – non è una questione teorica. È il problema più concreto che ci sia. Se scegliamo il punto di partenza sbagliato, rischiamo di costruire su fondamenta fragili.
Sappiamo che la conversione evangelica è anzitutto iniziativa di Dio, a cui l’uomo è chiamato a partecipare con tutta la sua libertà. Non è pura passività né pura conquista. È risposta: la risposta più adeguata che un essere umano possa dare alla grazia che lo precede e lo chiama.
La conversione avviene nel profondo della nostra natura, dove l’immagine di Dio impressa in noi attende di essere risvegliata. È come se qualcosa, a lungo silenzioso, improvvisamente ricominciasse a vibrare.
È qui che l’esperienza di Francesco d’Assisi si rivela preziosa. Nel suo Testamento, dettato pochi mesi prima della morte, egli scrive: «Il Signore concesse a me, frate Francesco, di cominciare a fare penitenza in questo modo. Quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai loro misericordia. E quando me ne andai, ciò che mi sembrava amaro si cambiò in dolcezza di mente e di corpo» (Testamento, Fonti Francescane 110).
Ricordando le tappe essenziali del suo cammino, Francesco afferma innanzitutto che l’iniziativa è tutta del Signore. È Dio che gli ha dato la possibilità di iniziare a fare penitenza, cioè di intraprendere un cammino di conversione. Il “fare penitenza” di cui parla Francesco non va inteso come un esercizio ascetico per meritare la grazia di un nuovo rapporto con Dio. Allude piuttosto a un cambiamento totale di sensibilità: un nuovo modo di guardare sé stessi, gli altri e la realtà alla luce del Vangelo.
Questo cambiamento inizia in modo molto concreto: quando inizia ad avere misericordia degli altri. È il cuore della sua storia. In quell’incontro con i lebbrosi, il giovane Francesco sperimenta un definitivo cambiamento di prospettiva: scopre una dolcezza inaspettata proprio dove non la cercava e dove non si aspettava nemmeno di trovarla.
Nel momento in cui si è donato liberamente ai più poveri della società, dimenticando per la prima volta se stesso, Francesco ha trovato la risposta al disagio che albergava nel suo cuore: l’amarezza di una vita piena di tante cose ma ancora vuota del suo valore essenziale. Quell’incontro ha causato un terremoto interiore in lui: ciò che un tempo gli era sembrato amaro era diventato dolce.
Questo è il cuore della conversione: non principalmente un atto di volontà, ma una trasformazione interiore, un misterioso cambiamento di sensibilità. Questo cambiamento non elimina la nostra partecipazione; la rende più vera, più libera e più gioiosa. Lo sforzo non scompare, ma ne cambia la natura. La conversione non è più un tentativo di raddrizzare la propria vita con le proprie forze, ma una risposta a una grazia che ha ridefinito i parametri del nostro modo di percepire, giudicare e desiderare.
Consideriamo invece cosa succede quando questo passaggio viene a mancare. Se fossimo costretti a mangiare ogni giorno cibo di cui non avevamo mai apprezzato il sapore, potremmo farlo per disciplina, per un certo periodo, ma senza gioia e con crescente fatica. Se qualcuno coltivasse una passione senza averne mai sperimentato il piacere e la risonanza interiore, la vivrebbe presto come un peso. Se qualcuno costruisse una vita con un’altra persona senza aver mai assaporato il vero amore, quella relazione rischierebbe di trasformarsi in una forma di coercizione. E se una persona religiosa indossasse abiti, compisse gesti e pronunciasse parole in nome di un Dio conosciuto solo per sentito dire, senza averne una vera esperienza personale, finirebbe per sperimentare un profondo turbamento interiore, che potrebbe colpire anche coloro di cui si prende cura.
Si tratta di situazioni difficili da sostenere a lungo termine. E qualcosa di simile accade quando la conversione viene affrontata in modo errato: quando chiediamo a noi stessi – o anche agli altri – di aderire a una morale senza aver prima assaporato la dolcezza della vita nuova in Cristo.
Il “fare penitenza” di cui parla Francesco non è un programma di volontaria austerità, ma l’inizio di una lotta per difendere e custodire il tesoro di un rinnovato entusiasmo per la vita, finalmente ritrovato. È coltivare con fedeltà il seme di una vita nuova che Dio ha piantato nel terreno dei nostri cuori.
2. L’alterazione del peccato
Per comprendere perché la conversione debba essere così radicale, perché non basti correggere alcuni comportamenti, ma occorra un vero rinnovamento della sensibilità, dobbiamo sondare la profondità del solco che il peccato ha scavato in noi.
Stiamo parlando di quella odiosa distanza da noi stessi, di quella stanchezza nel volere veramente il bene che riconosciamo come tale, di quella frattura tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere. San Paolo lo esprime con disarmante onestà nella Lettera ai Romani: «Io stesso non capisco le mie opere; infatti non faccio quello che voglio, ma faccio quello che detesto. Quando faccio quello che non voglio, riconosco che la legge è buona; ma allora non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene. Infatti desidero il bene, ma non sono in grado di attuarlo» (Rm 7,15-18).
Queste parole non descrivono la condizione di un peccatore che non vuole cambiare, ma di chi desidera il bene e tuttavia si ritrova a fare il male che non vuole. Ecco perché la conversione richiede una vita: perché la ferita del peccato non riguarda solo qualche scelta sbagliata, ma tocca più profondamente il modo stesso in cui siamo fatti.
Per comprendere l’origine di questa condizione, dobbiamo tornare all’inizio. Il racconto di Genesi 3 non parla semplicemente di una trasgressione, ma documenta piuttosto una profonda trasformazione avvenuta nell’umanità dopo l’atto di disobbedienza. Ancor prima che si manifesti la reazione di Dio, il testo nota due cose importanti: l’umanità si rende conto della propria nudità e prova paura, cercando di nascondersi da Dio.
“Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; cucirono foglie di fico e se ne fecero delle cinture” (Genesi 3:7).
“Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». Egli rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto»” (Genesi 3:9-10).
Paura e vergogna sono i primi frutti del peccato. Non una punizione imposta dall’esterno, ma un cambiamento che nasce nell’essere umano. Prima della Caduta, l’uomo e la donna erano nudi e non provavano alcuna vergogna. Dopo il peccato, questo equilibrio si infrange. Si crea una frattura: con Dio, con gli altri e persino con se stessi. L’umanità non si sente più in pace; inizia a percepirsi come sbagliata e a guardare gli altri con sospetto. Ecco perché sorgono paura e vergogna.
Non si tratta di emozioni superficiali, ma del segno di un profondo malessere: l’uomo percepisce dentro di sé uno scarto tra ciò che vorrebbe essere e ciò che scopre di essere.
Ecco cosa produce il peccato. Non toglie nulla a Dio; ci altera. Le categorie dei nostri sensi si confondono: non riconosciamo più chiaramente ciò che è buono, vero e bello. E così perdiamo anche la giusta misura di noi stessi, dimenticando la grandezza a cui siamo chiamati.
Viviamo in un’epoca in cui la parola “peccato” sembra essere quasi scomparsa dal nostro modo di pensare. Nella coscienza comune – e talvolta anche nella vita della Chiesa – tutto viene spiegato come fragilità, ferite, limiti o costrizioni. Quando si parla ancora di peccato, spesso lo si riduce a un piccolo errore o a una debolezza.
C’è del vero in questa visione. La tradizione spirituale ha sempre riconosciuto che la fragilità umana non è semplicemente una questione di cattiva volontà e che il giudizio deve essere accompagnato dalla misericordia. Il problema sorge quando questa prospettiva sostituisce quella teologica invece di integrarla. Se ogni peccato diventa solo un sintomo e ogni colpa una disfunzione, qualcosa di essenziale rischia di scomparire: la grandezza della libertà umana e la sua intrinseca responsabilità.
Se ogni scelta è semplicemente il risultato della nostra storia, dei nostri traumi o del nostro condizionamento, allora tutto diventa spiegabile e, in ultima analisi, giustificabile. Ma se così fosse, la libertà sarebbe solo un’illusione e la responsabilità morale perderebbe il suo significato. E qui sorge un paradosso: se non esiste più la possibilità del vero male, non potremmo nemmeno credere nella possibilità del vero bene. Se il peccato scompare, anche la santità diventerebbe un destino astratto e incomprensibile.
Ecco perché la fede cristiana prende sul serio il peccato. Non per accusare l’umanità, ma per salvaguardare e affermare la sua grandezza. Per riconoscere che le sue scelte contano davvero, che la sua libertà è reale e che con essa può costruire o distruggere: se stessa, gli altri, il mondo.
Significa anche riconoscere che dentro di noi c’è una vera ferita, che non può essere risolta con qualche aggiustamento, ma ha bisogno di una profonda guarigione.
La conversione è un cammino impegnativo, perché ha il compito di guarire la nostra esistenza ristabilendo il rapporto con Dio, nostro Creatore e Salvatore. È un dono di grazia, ma si concretizza nella ripetizione concreta di gesti e scelte che abbiamo iniziato a vivere nella libertà e nell’amore. La sua efficacia dipende proprio dalla capacità di mantenere nel tempo questi gesti, anche quando diventano faticosi o ripetitivi. Non si tratta di una stanchezza sterile: è la fedeltà di chi ha già intravisto il senso e il valore di ciò che sta vivendo e, proprio per questo, continua a praticarlo con libertà e gioia.
Quando san Francesco, dopo l’incontro con i lebbrosi, sente per la prima volta dentro di sé qualcosa di vero e di libero, la sua risposta non è di abbandono o di rinuncia: è di riconoscimento. E quando, nella chiesetta della Porziuncola, ascolta il Vangelo e comprende che questa parola lo chiama per nome, reagisce con un grido di gioia: «Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!» (Vita prima di Tommaso da Celano 22, FF 356).
Francesco comincia a fare penitenza perché nell’incontro con Cristo ritrova finalmente se stesso: l’immagine dell’uomo nuovo «creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,24), quell’immagine che il peccato aveva oscurato e che la grazia riportava alla luce.
3. La misura recuperata
Nella storia della Chiesa, Francesco d’Assisi è noto per aver abbracciato la povertà radicale, scegliendola come forma essenziale della sua vita evangelica. Tuttavia, se leggiamo attentamente i suoi scritti, ci rendiamo conto che il suo amore per la povertà non è mai disgiunto da una profonda stima per l’umiltà.
Nella Regola non bollata scrive: «Tutti i frati si sforzino di seguire l’umiltà e la povertà del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola non bollata, IX, FF 29). In un celebre inno, scrive: «Santa Signora Povertà, il Signore ti salvi con tua sorella, la santa umiltà», spiegando come le due virtù operino insieme per purificare l’uomo: «La santa povertà confonde la cupidigia e l’avarizia e le ansietà del secolo presente. La santa umiltà confonde la superbia e tutti gli uomini che sono nel mondo» (Saluto alle Virtù, FF 256, 258).
Per Francesco, povertà e umiltà sono inseparabili, perché scaturiscono direttamente dal mistero dell’Incarnazione. Nella sua Lettera a tutto l’Ordine, riflettendo sul mistero eucaristico, esclama: «O sublime umiltà! O umile sublimità, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, si è umiliato fino a nascondersi, per la nostra salvezza, sotto l’umile apparenza del pane!» (FF 221). E, dopo l’esperienza delle Stimmate sul monte della Verna, si rivolge a Dio dicendo: «Tu sei l’umiltà» (Lodi di Dio Altissimo, FF 261).
Per Francesco, il Cristo povero e umile non è solo un’altra immagine devozionale, ma il nome più appropriato per quel Dio rivelato nell’Incarnazione e nella Pasqua del suo Verbo eterno. Nella povertà e nell’umiltà, egli riconosce i tratti stessi di Dio che l’umanità è chiamata a incarnare perché creata a sua immagine e somiglianza.
Se la povertà, nella forma radicale vissuta da Francesco, riguarda solo chi si sente chiamato a tale vocazione, l’umiltà è una via che ogni battezzato è chiamato a percorrere se vuole accogliere pienamente la grazia della vita in Cristo.
Vale la pena, allora, riscoprire il vero significato di una parola spesso fraintesa, a partire dalla sua etimologia. Il latino *humilitas* è imparentato con *humus*, la terra. L’umile è colui che viene dalla terra, che appartiene alla terra, che non dimentica di essere terra.
Il gesto delle ceneri con cui entriamo in Quaresima – «ricordati che sei polvere e in polvere tornerai» – non è un invito alla tristezza o al disprezzo di sé: è un ritorno alla verità. È il modo in cui la Chiesa ci restituisce al nostro io più autentico, liberandoci dal peso soffocante di ciò che non siamo.
Tuttavia, l’umiltà è stata spesso fraintesa. Nel mondo classico, questo concetto aveva quasi sempre una connotazione negativa: indicava insignificanza, miseria e servilismo. Alcuni filosofi (Spinoza e Nietzsche) ereditarono in seguito questa diffidenza, interpretando l’umiltà come una triste passione nata dalla contemplazione della propria impotenza, o come la virtù dei codardi che elevano a valore ciò che è mera debolezza.
Nella storia della spiritualità cristiana, anche l’umiltà è stata distorta: ridotta a disprezzo di sé, a mortificazione fine a se stessa, talvolta persino a maschera di ipocrisia. Per questo è diventata una parola difficile da pronunciare e ancora più difficile da incarnare.
Ma l’umiltà cristiana non ha nulla a che fare con queste contraffazioni. La Tradizione lo ha chiarito perfettamente: l’umiltà non è semplicemente una virtù che si conquista con la forza di volontà. È piuttosto un modo di abitare il mondo e le relazioni; è il frutto di un’esperienza – spesso segnata da umiliazioni – che sminuisce l’immagine gonfiata che abbiamo di noi stessi e ci riporta alla verità. È un dono dello Spirito, più che un esercizio ascetico.
Gesù lo sapeva così bene che ha fatto dell’umiltà l’unica qualità che ci ha chiesto esplicitamente di imitare in tutto il Vangelo. Non dice: “Imparate da me a compiere miracoli o a risuscitare i morti”. Dice semplicemente: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Matteo 11:29). In questa sola parola, ha riassunto tutto il suo modo di essere nel mondo.
I Padri ne trassero una conclusione radicale: vivere l’umiltà non significa aggiungere qualcosa alla normale vita cristiana, ma piuttosto comprenderla nella sua pienezza alla luce del Vangelo. L’umile è, semplicemente, il cristiano.
Sant’Agostino, invitando Dioscoro ad abbracciare la fede cristiana, scrive: «La via della verità è questa: prima l’umiltà, seconda l’umiltà, terza l’umiltà; e ogni volta che mi interroghi di nuovo, io ti risponderei sempre così» (Epistola 118,3.22).
L’umiltà non impoverisce l’uomo: lo restituisce a se stesso. Non lo diminuisce: lo rivela alla sua vera grandezza. Per questo è così strettamente legata alla conversione.
Il peccato originale nasce proprio dal rifiuto dell’umiltà: dal rifiuto di accettare noi stessi come esseri umani, finiti e dipendenti da Dio. La conversione, quindi, può essere intesa solo come un ritorno all’umiltà. Non un abbassamento al di sotto della propria realtà, ma un rientro in essa. Una discesa dalla falsa autostima alla propria verità per scoprire che questa verità, nel suo nucleo, è stata benedetta fin dall’inizio.
4. Rimpicciolirsi
Se torniamo all’incontro di Francesco con i lebbrosi, possiamo cogliere un aspetto ancora più sorprendente della sua intuizione evangelica. Francesco era un uomo assetato di realizzazione: cercava la gloria, inseguiva sogni e desiderava vivere la vita al massimo. Per tutta la vita aveva cercato di diventare “più grande”: un mercante di successo, un cavaliere, un uomo di prestigio. Ma queste aspirazioni non gli avevano dato ciò che cercava.
Quando, d’altra parte, incontra qualcuno “più piccolo” di lui, accade l’inaspettato: la sua vera grandezza emerge. Non attraverso la conquista, ma attraverso l’abbraccio. Non elevandosi, ma inchinandosi.
Francesco comprende allora qualcosa di sorprendente: nel mondo creato da Dio, il posto privilegiato spetta ai piccoli. È proprio in loro che si manifesta la “potenza” di cui parla il Vangelo: quella di diventare figli di Dio. Un bambino, infatti, è pienamente in pace con il fatto di dover dipendere da un Padre. Per questo non ha paura di essere se stesso né si vergogna di chiedere.
Da questa libertà scaturisce una forza unica: la capacità di ispirare bontà negli altri. I bambini, nella loro vulnerabilità, risvegliano la misericordia, che è forse l’energia più preziosa del mondo.
Ecco perché il Poverello d’Assisi chiede ai suoi compagni di chiamarsi “fratellini”. Non per apparire più umili, ma per vivere davvero come piccoli: uomini che non occupano tutto lo spazio, ma lo aprono agli altri.
Per Francesco, essere piccoli è il modo concreto di incarnare il Vangelo: apertura radicale e ospitalità verso l’altro.
Per insegnare ai suoi frati il valore di questa posizione secondaria, Francesco li esorta a mendicare quando il lavoro non basta a garantire le loro necessità. «E quando è necessario, andate a chiedere l’elemosina. […] E i frati che lavorano per procurarsela avranno una grande ricompensa e aiuteranno coloro che li donano a guadagnarla e ad acquistarla; perché tutte le cose che gli uomini lasciano nel mondo periranno, ma dalla carità e dall’elemosina che hanno dato riceveranno la ricompensa del Signore» (Regola non bollata, IX, FF 31).
Per Francesco, mendicare non era una strategia legittima, forse nemmeno astuta, per ottenere cibo e altri beni materiali. Era un modo per attivare misericordia e generosità negli altri: per permettere loro di sperimentare ciò che lui aveva sperimentato nell’incontro con i lebbrosi.
Nel Vangelo, Gesù ha ripetutamente sottolineato la piccolezza come essenza del mistero del Regno e come condizione per entrarvi. Ha paragonato la logica del Vangelo a un seme: piccolo, ma capace di crescere fino a diventare un albero che ospita uccelli tra i suoi rami. Ha spiegato ai discepoli – sempre tentati da sogni di grandezza – che solo chi si fa piccolo come i bambini può entrare nel Regno dei Cieli. Inoltre, ha detto che chi vuole essere grande deve farsi piccolo e farsi servo di tutti.
Non è forse questo, in fondo, il grande segreto dell’Incarnazione? Perché Dio, volendo assumere la nostra umanità, lo ha fatto diventando non solo un uomo, ma un bambino, nato nel grembo della Vergine Maria? Non solo per suscitare stupore e meraviglia, ma per risvegliare il meglio della nostra umanità.
È di fronte a qualcuno che non suscita né paura né competizione che cessiamo di avere paura e vergogna e torniamo a dare ciò che siamo.
Diventare piccoli non è quindi una rinuncia o una riduzione: è una dimensione essenziale dell’essere cristiani.
Certamente, non tutte le forme di piccolezza sono autentiche. A volte ciò che chiamiamo umiltà non è altro che un modo sottile e ingannevole di alimentare le nostre insicurezze, di permettere ai nostri limiti di dominarci o di sfuggire alla stanchezza della vita e delle relazioni. È una contraffazione che assume molte maschere.
Ma quando scegliamo di diventare – non di rimanere – piccoli perché abbiamo riconosciuto la piccolezza di Dio e ci siamo sentiti accolti e amati da Lui, allora questa scelta non è una forma di regressione o di rinuncia: è il volto dell’uomo nuovo che il Battesimo ci restituisce.
5. Conversione continua
Se la conversione è un cambiamento di sensibilità che sana lo squilibrio prodotto dal peccato e ci restituisce alla giusta misura della nostra umanità – quella piccolezza che ci rende partecipi della natura di Dio –, resta ancora un ultimo passo, forse il più impegnativo: riconoscere che la conversione non è mai compiuta.
Spesso immaginiamo la conversione come un processo semplice: prima il peccato, poi la decisione di cambiare, infine il cammino verso la santità. È un quadro confortante, ma la vita nello Spirito è più complessa e paziente di quanto pensiamo.
Peccato, conversione e grazia non sono tappe successive: nella vita concreta si intrecciano. Restiamo peccatori, siamo sempre in conversione, ed è proprio così che siamo santificati dallo Spirito.
Convertirsi significa rimettere continuamente in moto questo movimento del cuore, attraverso il quale la nostra povertà si apre alla grazia di Dio.
Questo discorso, nel suo nucleo, ci è familiare: ogni Quaresima ci ricorda la responsabilità di verificare la vitalità del nostro battesimo. Tuttavia, quando la conversione assume la forma concreta dell’umiltà, qualcosa dentro di noi resiste. Accettiamo il cambiamento, ma fatichiamo a lasciarci ridefinire. Preferiamo rafforzarci piuttosto che sminuire la nostra immagine e le nostre aspettative.
Così, il vecchio riaffiora, a volte nei vizi palesi, altre volte in forme più sottili e persino religiose: il bisogno di riconoscimento, la ricerca di un ruolo, l’autoreferenzialità.
Ecco perché la lotta è reale: è la lotta per rimanere piccoli e umili. È quell’incessante lavoro interiore che ci libera dalla nostra immagine di noi stessi e ci permette di servire veramente gli altri, liberamente e concretamente.
L’apostolo Paolo conosce bene la lotta per salvaguardare l’umiltà e la libertà dei figli di Dio. Nella sua Seconda Lettera ai Corinzi, accusato di debolezza mentre altri – i “super-apostoli” – impongono la loro volontà con la forza, rifiuta la via del vanto. Non perché gli manchino argomenti, ma perché ha compreso qualcosa di cruciale: la debolezza non è una fase da superare, ma l’essenza stessa della sua vita in Cristo. E scrive: “Perciò mi vanterò ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. […] Quando sono debole, allora sono forte” (2 Corinzi 12,9-10).
Non si tratta semplicemente di un gesto personale di umiltà: è una dichiarazione teologica. La piccolezza non è una strategia o un atteggiamento esteriore, ma l’essenza stessa della vita battesimale. Il cristiano sceglie di presentarsi disarmato perché segue il Maestro, che ha svuotato se stesso e ha trasformato la croce in fonte di vita.
Spesso pensiamo che l’umiltà evangelica sia possibile solo quando tutto va bene. In realtà, è vero il contrario: è proprio nei momenti di conflitto e difficoltà che diventa più necessaria. Quando l’istinto ci spinge a difenderci o a imporre la nostra volontà, è allora che vediamo se abbiamo veramente imparato il Vangelo della Croce.
La luce, infatti, mostra la sua forza non quando tutto è chiaro, ma quando regna l’oscurità.
Su questa piccolezza si fonda il mistero della comunione nella Chiesa, come ci ha ricordato il Santo Padre nella sua ultima udienza: «In questo consiste la santità della Chiesa: nel fatto che Cristo abita in essa e continua a donarsi attraverso la piccolezza e la fragilità dei suoi membri. Contemplando questo miracolo perenne che in essa avviene, comprendiamo il “metodo di Dio”: Egli si rende visibile attraverso la debolezza delle creature, continuando a manifestarsi e ad agire» (Papa Leone, Udienza generale, 4 marzo 2026).
In tempi nuovamente segnati dal dolore e dalla violenza, parlare di piccolezza potrebbe sembrare un discorso astratto, quasi un lusso spirituale. In realtà, è una responsabilità concreta, legata alle sorti del mondo.
La pace non nasce solo da accordi politici, né da strategie diplomatiche o militari, ma da uomini e donne che trovano il coraggio di umiliarsi: capaci di fare un passo indietro, di rinunciare alla violenza in ogni sua forma, di non cedere alla tentazione della vendetta e della prevaricazione, di scegliere il dialogo anche quando le circostanze sembrano negarglielo.
È un compito impegnativo, quotidiano. Non possiamo rimandarlo o delegarlo ad altri. Chi si riconosce figlio di Dio sa che questa conversione del cuore lo riguarda personalmente.
Per questo possiamo fare nostre le parole che san Francesco, al termine della sua vita, segnato dalle stimmate, non si stancava di ripetere ai suoi frati:
«Cominciamo, fratelli, a servire il Signore Dio nostro, perché finora abbiamo fatto pochi progressi» (san Bonaventura, Legenda maggiore XIV,1; FF 1237).
Preghiera di chiusura
Dio onnipotente, eterno, giusto e misericordioso, concedi a noi, miseri, di fare, per amore tuo, ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò che ti piace, affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati e accesi dal fuoco dello Spirito Santo, possiamo seguire le orme del tuo diletto Figlio, nostro Signore Gesù Cristo, e con l’aiuto della tua sola grazia giungere a te, o Altissimo, che nella perfetta Trinità e nella semplice Unità vivi, regni e sei glorificato, Dio onnipotente, nei secoli dei secoli. Amen.
P. Roberto Pasolini, OFM Cap.
Predicatore della Casa Pontificia
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