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Exaudi Redazione

Omelie

14 Dicembre, 2025

8 min

Papa Leone XIV invoca la speranza nelle carceri: “Nessuno si perda! Tutti si salvino!”

Giubileo dei detenuti

Papa Leone XIV invoca la speranza nelle carceri: “Nessuno si perda! Tutti si salvino!”

In una Basilica di San Pietro carica di emozione e simbolismo, Papa Leone XIV ha presieduto la Santa Messa di domenica per il Giubileo dei Detenuti, un evento chiave dell’Anno Giubilare 2025 che riunisce migliaia di detenuti, le loro famiglie e il personale penitenziario. Davanti a circa 6.000 detenuti provenienti da diverse carceri, il Pontefice ha pronunciato un’omelia intrisa di misericordia, invitando alla conversione, al reinserimento e alla costruzione di una “civiltà dell’amore”, anche tra le mura del carcere.

La terza domenica di Avvento, nota come “Gaudete” per il suo invito alla gioia, è stata la cornice ideale per questo Giubileo della Speranza nel mondo carcerario. Leone XIV ha ricordato le parole di Papa Francesco quando ha aperto la Porta Santa del carcere di Rebibbia nel 2024, invitando tutti ad aggrapparsi all’“ancora della speranza” e ad “aprire le porte del cuore”.

Nell’omelia, il Santo Padre ha sottolineato che “il carcere è un ambiente difficile” dove anche le migliori intenzioni incontrano ostacoli, ma ha insistito nel non perdersi d’animo: “Dobbiamo rialzarci da ogni caduta; nessun essere umano è mai veramente giustificato per ciò che ha fatto, e la giustizia è sempre un processo di riparazione e riconciliazione”. Ha evidenziato come, anche in condizioni avverse, possano sbocciare “fiori meravigliosi” di misericordia, perdono e umanità.

Leone XIV ha invocato il desiderio di Francesco di concedere amnistie e programmi di reinserimento durante il Giubileo, esprimendo la speranza che molti Paesi mantengano questa promessa e ricordando l’origine biblica dell’Anno Santo come tempo di “ripartire”. Citando il Vangelo di Giovanni Battista e la profezia di Isaia, ha sottolineato che Dio vuole che “nessuno si perda” e che “tutti siano salvati”, un grido che è risuonato con forza alla fine della sua omelia.

Il Papa ha affrontato sfide concrete come il sovraffollamento, la mancanza di programmi educativi e occupazionali e le ferite personali del passato. Ha auspicato una conversione che coinvolga non solo i detenuti, ma soprattutto coloro che amministrano la giustizia, promuovendo una società fondata sulla carità, come auspicato da San Paolo VI.

Questo Giubileo dei Carcerati, uno dei 35 eventi tematici dell’Anno Santo 2025, rafforza il messaggio centrale di Leone XIV: la speranza non delude, nemmeno nei luoghi più bui. Con l’avvicinarsi del Natale, il Papa ci ha invitato ad accogliere con perseveranza il sogno di Dio, ricordando che “il Signore è vicino” e cammina al nostro fianco.

La celebrazione, caratterizzata dalla massiccia presenza di detenuti, è stata descritta dai media vaticani come un momento di profonda gioia e riconciliazione, in linea con il motto del giubileo “Pellegrini della speranza”.

Testo completo dell’omelia:

GIUBILEO DEI DETENUTI

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV

Basilica di San Pietro
III Domenica di Avvento, 14 dicembre 2025

 

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Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi il Giubileo della speranza per il mondo carcerario, per i detenuti e per tutti coloro che si prendono cura della realtà penitenziaria. Con una scelta densa di significato, lo facciamo nella Terza domenica di Avvento, che la liturgia definisce “Gaudete!”, dalle parole con cui inizia l’Antifona d’ingresso della Santa Messa (cfr Fil 4,4). Questa, nell’Anno liturgico, è la domenica “della gioia”, che ci ricorda la dimensione luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà.

In proposito, il 26 dicembre dello scorso anno, Papa Francesco, aprendo la Porta Santa nella Chiesa del Padre nostro, nella Casa circondariale di Rebibbia, lanciava a tutti un invito: «Due cose vi dico – affermava –. Primo: la corda in mano, con l’àncora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore». Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo (cfr Eb 6,17-20), ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo.

Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato – «ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo» (Is 35,10) – ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione.

Quando però si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità. Si tratta di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia. Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia.

Per questo è importante guardare prima di tutto a Gesù, alla sua umanità, al suo Regno, in cui «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano […], ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,5), ricordando che, se a volte tali miracoli avvengono con interventi straordinari di Dio, più spesso essi sono affidati a noi, alla nostra compassione, all’attenzione, alla saggezza e alla responsabilità delle nostre comunità e delle nostre istituzioni.

E questo ci porta a un’altra dimensione della profezia che abbiamo ascoltato: l’impegno a promuovere in ogni ambiente – e oggi sottolineiamo particolarmente nelle carceri – una civiltà fondata su nuovi criteri, e ultimamente sulla carità, come diceva San Paolo VI alla conclusione dell’Anno giubilare del 1975: «Questa – la carità – vorrebbe essere, specialmente sul piano della vita pubblica, […] il principio della nuova ora di grazia e di buon volere, che il calendario della storia ci apre davanti: la civiltà dell’amore!» (Udienza generale, 31 dicembre 1975).

A tal fine Papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche «forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società» (Bolla Spes non confundit, 10), e a offrire a tutti reali opportunità di reinserimento (cfr ibid.). Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui a ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare (cfr Lv 25,8-10).

Anche il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo. Giovanni il Battista, mentre predicava e battezzava, invitava il popolo a convertirsi e ad attraversare di nuovo, simbolicamente, il fiume, come al tempo di Giosuè (cfr Gs 3,17), per entrare in possesso della nuova “terra promessa”, cioè di un cuore riconciliato con Dio e con i fratelli. Ed è eloquente, in questo senso, la sua figura di profeta: era retto, austero, franco fino a essere imprigionato per il coraggio delle sue parole – non era «una canna sbattuta dal vento» (Mt 11,7) –; eppure al tempo stesso era ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare (cfr Lc 3,10-14).

Sant’Agostino, in proposito, in un suo famoso commento all’episodio evangelico dell’adultera perdonata (cfr Gv 8,1-11), conclude dicendo: «Partiti gli accusatori, sono state lasciate […] la misera e la misericordia. E a quella disse il Signore: […] va’ e non peccare più (Gv 8,10-11)» (Sermo 302, 14).

Carissimi, il compito che il Signore vi affida – a tutti, detenuti e responsabili del mondo carcerario – non è facile. I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più. Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto (cfr Gv 6,39) e che tutti «siano salvati» (1Tm 2,4).

Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo. Mentre si avvicina il Natale, vogliamo abbracciare anche noi, con ancora più forza, il suo sogno, costanti nel nostro impegno (cfr Gc 5,8) e fiduciosi. Perché sappiamo che anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino (cfr Fil 4,5), cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà.

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