Papa Leone XIV esorta il clero di Roma: “Ravviva il dono di Dio e torna ad annunciare con urgenza il Vangelo”
Nel suo primo incontro quaresimale con i sacerdoti della Diocesi di Roma, il Pontefice li ha esortati a superare la stanchezza pastorale, a dare priorità all'annuncio del Vangelo, a promuovere la comunione tra le parrocchie e ad accompagnare da vicino i giovani in una città segnata da secolarizzazione e mobilità
Con calore e franchezza, Papa Leone XIV si è rivolto a centinaia di sacerdoti della Diocesi di Roma, riuniti questa mattina nell’Aula Paolo VI, nel primo giovedì di Quaresima. L’incontro è diventato un momento di incoraggiamento e di sfida pastorale: “Se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia!” ha affermato il Pontefice, suscitando sorrisi e applausi da parte dei presenti.
Il discorso ruotava attorno all’esortazione di San Paolo a Timoteo: “Ti ricordo di ravvivare in te il dono di Dio” (2 Tm 1,6). Leone XIV ha evocato l’immagine della brace nascosta sotto la cenere e ha ricordato le parole di Papa Francesco: “È come se qualcuno soffiasse sul fuoco per ravvivarne la fiamma”. Ha riconosciuto che il fuoco della fede rimane acceso nella tradizione e nella storia della Chiesa romana, ma che la sua vitalità deve essere costantemente alimentata di fronte ai rapidi cambiamenti culturali, al peso della routine e alla crescente distanza che molti avvertono dalla pratica religiosa.

Il Papa ha incentrato il suo messaggio su tre priorità specifiche per la pastorale diocesana:
In primo luogo, ha affrontato il lavoro pastorale ordinario delle parrocchie e l’urgente necessità di tornare ad annunciare il Vangelo. Ha espresso gratitudine per il servizio silenzioso e sacrificale dei parroci – riecheggiando le parole pronunciate da Papa Francesco durante la Messa Crismale del 2023 – e ha sottolineato che il modello tradizionale, incentrato sull’amministrazione dei sacramenti, presupponeva una trasmissione della fede a partire dall’ambiente familiare e sociale, ora fortemente indebolita. “Alcuni dei nostri battezzati non sperimentano la loro appartenenza alla Chiesa”, ha citato Evangelii Gaudium . Pertanto, è prioritario “annunciare di nuovo il Vangelo”, rivedere i percorsi di iniziazione cristiana e cercare nuove modalità di trasmissione della fede che coinvolgano in modo diverso bambini, giovani e famiglie, andando oltre i tradizionali ritmi scolastici.
In secondo luogo, lavorare in comunione . In una Roma caratterizzata da mobilità, stili di vita frammentati e relazioni che trascendono i confini territoriali, “la parrocchia da sola non basta”. Il Papa ha esortato a superare la tentazione dell’autoreferenzialità, collaborando con le parrocchie vicine, condividendo carismi e risorse e coordinando le iniziative per evitare esaurimento e frammentazione. Questo lavoro congiunto non è solo organizzativo, ma anche espressione viva della comunione tra i sacerdoti.
Infine, ha sottolineato l’importanza di essere vicini ai giovani . Molti di loro “vivono senza alcun riferimento a Dio o alla Chiesa”, ha affermato il Papa. Ha chiesto di ascoltare il loro disagio esistenziale, il loro disorientamento, le difficoltà che affrontano nel mondo virtuale e i loro episodi di aggressività. Senza offrire soluzioni magiche, ci ha esortato ad essere presenti, ad accoglierli e a dialogare con scuole, istituzioni educative e specialisti per sostenere adolescenti e giovani adulti.
Ha rivolto un messaggio speciale ai sacerdoti più giovani, spesso stremati da un ambiente insoddisfacente: «Non abbiate paura di confrontarvi gli uni con gli altri, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi». Ha esortato tutti a vivere in fraternità sacerdotale, a sostenersi a vicenda e a perseverare nella fedeltà quotidiana al Signore, anche quando i frutti del loro apostolato non sono immediatamente visibili.
In conclusione, Leone XIV ha ribadito che l’impegno primario è quello di essere “pastori secondo il cuore di Dio” al servizio della Diocesi di Roma, custodendo e coltivando la vocazione in un cammino condiviso di conversione e rinnovata fedeltà. Questo primo discorso quaresimale del Papa – il primo americano nella storia della Chiesa, eletto nel maggio 2025 – segna uno stile pastorale realistico, diretto e pieno di speranza, che chiama il clero romano a riaccendere in modo creativo e collaborativo la missione evangelizzatrice in una città in continuo cambiamento.
Testo completo:
INCONTRO CON IL CLERO DELLA DIOCESI DI ROMA
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Aula Paolo VI
Giovedì, 19 febbraio 2026
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Nel nome del Padre, del Figlio, e dello Spirito Santo,
La pace sia con Voi,
[Indirizzo di saluto del Cardinale Vicario]
Cari fratelli,
vi saluto con grande gioia e vi ringrazio di essere qui stamattina. Ringrazio il Cardinale Vicario per le parole che mi ha rivolto, e saluto cordialmente tutti voi: i membri del Consiglio episcopale, i parroci, tutti i presbiteri presenti. E dico, se è vero che siamo all’inizio di questo cammino quaresimale, questo non è un atto di penitenza: è, almeno per me, una grande gioia! E lo dico sinceramente!
All’inizio dell’anno pastorale ci siamo lasciati ispirare da ciò che Gesù dice alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe: «Se tu conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10).
Il dono, come sappiamo, è anche un invito a vivere una responsabilità creativa. Non siamo soltanto inseriti dentro il fiume della tradizione come esecutori passivi di una pastorale già definita ma, al contrario, con la nostra creatività e i nostri carismi, siamo chiamati a collaborare con l’opera di Dio. A questo proposito, sono illuminanti le parole che l’Apostolo Paolo rivolge a Timoteo: «Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te» (2Tm 1,6). Queste parole sono rivolte, oltre che al singolo, anche alla comunità, e oggi possiamo sentirle rivolte a noi: Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio!
Che cosa significa ravvivare? Paolo rivolge questa esortazione a una comunità che in qualche modo ha perso la freschezza delle origini e lo slancio pastorale; con il contesto che cambia e il tempo che passa, si ravvisa una certa stanchezza, qualche delusione o frustrazione, un certo decadimento spirituale e morale. E allora l’Apostolo dice a Timoteo e a quella comunità: ricordati di ravvivare il dono che hai ricevuto. Questo verbo usato da Paolo – ravvivare – evoca l’immagine della brace sotto la cenere e, come disse Papa Francesco, «suggerisce l’immagine di chi soffia sul fuoco per ravvivarne la fiamma» (Catechesi, 30 ottobre 2024).
Anche per il cammino pastorale della nostra Diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna ravvivarlo.
Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto, è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di essere riattizzata. Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che questo fuoco sia alimentato e ravvivato.
Ciò vale in particolare per alcuni ambiti della vita pastorale, cui vorrei brevemente accennare.
Il primo riguarda certamente la pastorale ordinaria delle parrocchie. E qui, anzitutto vorrei condividervi un pensiero di gratitudine, richiamando le parole che Papa Francesco vi aveva rivolto in una delle ultime Messe Crismali: «Grazie per il vostro servizio; grazie per tanto bene nascosto che fate […]; grazie per il vostro ministero, che spesso si svolge tra tante fatiche, incomprensioni e pochi riconoscimenti» (Omelia nella Messa del Crisma, 6 aprile 2023). Le fatiche e le incomprensioni, però, possono anche essere occasione di riflessione sulle sfide pastorali da affrontare. In particolare, circa la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di una chiara inversione di marcia; infatti, la pastorale ordinaria è strutturata secondo un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una crescente erosione della pratica religiosa.
È urgente perciò ritornare ad annunciare il Vangelo: questa è la priorità. Con umiltà, ma anche senza lasciarci scoraggiare, dobbiamo riconoscere che «parte della nostra gente battezzata non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa», e ciò invita a vigilare anche su una «sacramentalizzazione senza altre forme di evangelizzazione» (Evangelii gaudium, 63). Ricordiamo le domande dell’Apostolo Paolo: «Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?» (Rm 10,14). Come tutti i grandi agglomerati urbani, la città di Roma è segnata dalla permanente mobilità, da un nuovo modo di abitare il territorio e di vivere il tempo, da tessuti relazionali e familiari sempre più plurali e talvolta sfilacciati. Perciò, è necessario che la pastorale parrocchiale rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie.
Un secondo aspetto è questo: imparare a lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione in tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario. In passato, la parrocchia era legata più stabilmente al territorio e ad essa appartenevano tutti coloro che vi abitavano; oggi, però, i modelli e gli stili di vita sono passati dalla stabilità alla mobilità e tante persone, oltre che per motivi lavorativi, si muovono per esperienze di vario genere, vivendo anche le relazioni al di là dei confini territoriali e culturali di appartenenza. La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata partecipazione. In un territorio di grandi dimensioni come quello romano, occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità, che genera sovraffaticamento e dispersione, per lavorare sempre più insieme, specialmente tra parrocchie limitrofe, mettendo in comune i carismi e le potenzialità, programmando insieme ed evitando di sovrapporre le iniziative. Serve un coordinamento maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la nostra comunione presbiterale.
Un ultimo aspetto vorrei sottolineare: la vicinanza ai giovani. Molti di loro – lo sappiamo – «vivono senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa» (Discorso ai partecipanti della sessione Plenaria del Dicastero per la Dottrina della fede, 29 gennaio 2026). Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante aggressività, che sfocia a volte nella violenza. So che conoscete questa realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della loro vita. Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi.
E a proposito di età giovanile, vorrei rivolgere una parola di incoraggiamento ai preti più giovani – ci siete quasi tutti, vero? – che spesso sperimentano sulla loro pelle le potenzialità e le fatiche della loro generazione e di questa epoca. In un contesto sociale ed ecclesiale più difficile e meno gratificante, si può correre il rischio di esaurire in fretta le proprie energie, di accumulare frustrazione e di cadere nella solitudine. Vi esorto alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi, anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda.
Carissimi, sono contento di aver vissuto con voi questo momento di condivisione. Come ho ricordato di recente, il nostro primo impegno è quello di «custodire e far crescere la vocazione in un costante cammino di conversione e di rinnovata fedeltà, che non è mai un percorso solo individuale ma ci impegna a prenderci cura gli uni degli altri» (Lett. ap. Una fedeltà che genera futuro, 13). In questo modo, saremo pastori secondo il cuore di Dio e potremo servire al meglio la nostra diocesi di Roma. Grazie!
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