06 Febbraio, 2026

Seguici su

Nostra Signora di Guadalupe e la Pace tra le Nazioni

Dignità, Incontro e Misericordia di fronte ai confini dell'odio

Nostra Signora di Guadalupe e la Pace tra le Nazioni
Josh Applegate . Unsplash

In un mondo in cui la parola “pace” viene usata come slogan mentre i confini mentali si allargano – noi contro loro, americani contro “illegali”, ebrei contro musulmani – ci sono eventi che non solo offrono conforto, ma rimodellano anche il nostro immaginario morale, civico e, in ultima analisi, cristiano. Per milioni di persone in Messico e in tutto il continente, Nostra Signora di Guadalupe è uno di questi eventi profondamente significativi. Non perché risolva “magicamente” i conflitti, ma perché propone una logica diversa per relazionarsi gli uni con gli altri come popoli: la logica della dignità, dell’incontro e della misericordia.

La Madonna di Guadalupe appare – storicamente – nel terreno più teso che si possa immaginare: lo scontro di culture, le ferite aperte, l’umiliazione, la paura e il risentimento. L’elemento decisivo è l’evento di grazia, che suscita conversione e porta con sé un messaggio sociale: nel racconto di Guadalupe, Maria si rivolge a un semplice indigeno e gli parla con una tenerezza che non è sentimentalismo, ma un gesto profondo che arriva al cuore. Gli restituisce il nome, la missione e la fiducia. Gli ridà dignità! In un’epoca di vincitori e vinti, di potenti e umiliati, questo gesto ha una forza storica unica: Dio sceglie la via degli umili per riparare ciò che è rotto.

Ecco perché la Madonna di Guadalupe diventa “madre” non in senso sentimentale, ma nel senso più concreto: madre è colei che rende possibile la vita e, quando c’è conflitto, rende possibile la convivenza. La pace non inizia nelle “relazioni internazionali” ad alto livello, piene di fascino e di interessi a volte inconfessati; inizia quando una società decide che l’altro non è un oggetto di cui disporre, una minaccia o uno strumento. La Madonna di Guadalupe, con il suo volto meticcio e la sua vicinanza ai più emarginati della storia, afferma un’idea che oggi è urgente ripetere: nessun popolo è destinato a essere superfluo e nessuna cultura è autorizzata a schiacciarne un’altra per sentirsi sicura.

C’è un tratto guadalupano che spesso passa inosservato: la sua capacità di disinnescare sacrificio e violenza. In tempi di polarizzazione, i conflitti si alimentano di una routine psicologica: abbiamo bisogno di capri espiatori che incarnino ogni male e giustifichino i nostri eccessi. Guadalupe, al contrario, ci spinge verso un’identità che non ha bisogno di odiare per esistere. Il suo messaggio – profondamente evangelico e liberatorio – non nega la giustizia; la purifica: la giustizia senza misericordia diventa vendetta; la misericordia senza giustizia diventa ingenuità. La vera pace sostiene entrambe.

Questo punto è cruciale per il dibattito internazionale odierno. Si è tentati di credere che la pace consista semplicemente nel “vincere” o imporre un equilibrio di potere. Ma un equilibrio senza verità è di breve durata: prima o poi crolla. La tradizione cristiana insiste su qualcosa di scomodo per cinici e fanatici: la pace si costruisce con limiti morali e legali, soprattutto nella protezione degli innocenti, nel perseguimento di accordi verificabili e nel rifiuto di trattare la popolazione civile come merce di scambio. Nostra Signora di Guadalupe non è un trattato di scienze politiche, ma è una lezione per tutti, compresi i politici: insegna che l’individuo – il ferito, lo sfollato, il bambino, il prigioniero, il migrante, l’indigeno – è il luogo in cui si misura la verità di qualsiasi “ragion di Stato”.

C’è anche un contributo guadalupano al discorso pubblico: la pace ha bisogno di parole pure. Quando il discorso è intriso di retorica politica, la realtà diventa manipolabile. La narrazione guadalupana, d’altra parte, si esprime con un vocabolario di intimità: “Non sono forse qui, io che sono tua madre?”. In termini sociali, questo equivale a una domanda che dovremmo porci frequentemente: “Chi stiamo abbandonando?”. La violenza cresce dove la solitudine è istituzionalizzata; dove la vita umana cessa di avere un volto.

Per questo motivo, la Madonna di Guadalupe ha avuto – e continua ad avere – un ruolo unico di ponte religioso e culturale. In Messico, la sua immagine è stata un punto di incontro anche per persone con opinioni politiche opposte; nella diaspora, accompagna le migrazioni e le comunità che vivono tra due mondi; in tutto il continente, è percepita come un legame di appartenenza che non esclude in base a razza, classe sociale o lingua.

Nostra Signora di Guadalupe non propone una pace “cosmetica” o semplicemente “evasiva”. Propone una pace incarnata: affrontare la sofferenza di petto, impedirne il ripetersi e ricostruire la fiducia. A livello sociale, questo si traduce in compiti molto concreti: educazione alla riconciliazione, giustizia di transizione dove necessario, politiche di sostegno alle vittime e una cultura che non celebri l’umiliazione dell’avversario. A livello personale, significa imparare a discutere senza distruggere, a esigere senza disumanizzare e a difendere le proprie convinzioni senza trasformare l’altro in una caricatura.

Infine, c’è una dimensione che può essere compresa solo attraverso la fede, ma che ha ripercussioni pubbliche: Nostra Signora di Guadalupe ci ricorda che la pace nasce non solo dalle strategie, ma anche dalla conversione. La conversione non consiste nel diventare “morbidi” o “tiepidi”; si tratta di diventare, per grazia di Dio, veri. Si tratta di rinunciare alle menzogne ​​utili, all’odio redditizio e alla violenza presentata come “inevitabile”. Quando un popolo si abitua a tale retorica, la guerra diventa cultura; quando la rifiuta, la pace diventa possibile.

In tempi di incertezza globale, Nostra Signora di Guadalupe continua a offrire una mappa semplice – e per questo esigente – per la pace tra i popoli: dignità prima del dominio; incontro prima della violenza; misericordia con giustizia prima della vendetta; e il volto dei vulnerabili, dei più umiliati, dei più esclusi, come criterio ultimo. In un mondo frammentato, questa “logica materna”, questa “logica guadalupiana”, non è segno di debolezza. È, forse, uno dei pochi modi realistici per impedire che la storia si ripeta.

Rodrigo Guerra López

Doctor en filosofía por la Academia Internacional de Filosofía en el Principado de Liechtenstein; miembro ordinario de la Pontificia Academia para la Vida, de la Pontificia Academia de las Ciencias Sociales; Secretario de la Pontificia Comisión para América Latina. E-mail: [email protected]