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Mario J. Paredes

Voci

03 Aprile, 2026

5 min

Messaggi dalla Croce per tutti

Vivi una Quaresima che ci renda più attenti a Dio e a chi è più nel bisogno

Messaggi dalla Croce per tutti

La passione e la morte in croce di Gesù di Nazareth sono eventi storici che noi cristiani commemoriamo ogni anno al termine del periodo liturgico della Quaresima, durante la Settimana Santa. Questi eventi, per duemila anni, hanno illuminato le nostre passioni, croci e morti attuali, e ci hanno rinvigorito, sfidato e impegnato per un futuro migliore per tutti. Ma il martirio di Gesù di Nazareth racchiude verità, messaggi e significato non solo per i suoi discepoli nel corso della storia, ma per ogni essere umano, per tutta l’umanità.

Perché gli eventi che hanno segnato la vita di Gesù di Nazareth riecheggiano, risuonano, narrano e gridano per le vite degli innocenti di oggi e per le loro ingiuste condanne. Ci parlano di tutti i sacrifici, dei pesanti fardelli e delle croci imposte a tanti; delle vite di tanti caduti nel mondo; dell’esistenza di tante donne, Cirene e Veronica, che servono e asciugano i volti degli “abbandonati” su tanti fronti e in tante situazioni disumane; della resilienza, della storia e della morte di tanti impegnati – profeticamente – per la verità e la giustizia.

Vorrei sottolineare alcuni aspetti che, fin dalla passione e morte in croce di Gesù, rimangono rilevanti come spunti illuminanti sulla condizione umana e sulla vita dell’uomo e della società odierna. La condanna, la sofferenza, il cammino verso il Calvario e la morte in croce di Gesù ci ricordano la solidarietà con la sofferenza umana: di fronte all’esperienza del male e dell’ingiustizia nel mondo, non siamo soli; nessuno è solo. La solidarietà redime e imprime in ogni esperienza di dolore la speranza che la sofferenza non sia un fallimento, ma parte integrante dell’esperienza e della condizione umana: «Oggi sarai con me in paradiso» (Luca 23,43). Così, la vicinanza di Dio, attraverso la presenza di «Simone di Cirene» e «Simone di Veronica», mai assenti nei momenti di maggiore vulnerabilità, trasforma le nostre più grandi ansie in apparenti sconfitte.

Il processo di Gesù serve da monito severo e da costante avvertimento contro gli abusi del potere istituzionale e i molteplici modi in cui le istituzioni (politiche o religiose) possono essere corrotte per nascondere la verità e proteggere lo status quo. La condanna di Gesù costituisce una denuncia permanente e un monito critico per l’umanità contro l’ingiustizia del sistema giudiziario e dei processi giudiziari che trasformano milioni di innocenti in capri espiatori per coloro che temono il cambiamento a causa della perdita dei propri privilegi.

Ma di fronte alla sofferenza inflitta, la risposta di Gesù di Nazareth non è la vendetta o la rappresaglia, bensì il perdono: «Perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23,34); grazie all’autorità, all’integrità e alla coerenza delle sue convinzioni. La nonviolenza di fronte alla violenza diventa un coraggio e una forza superiori contro il ciclo dell’odio, così l’invito di Gesù a «porgere l’altra guancia» e a «vincere il male con il bene» si trasforma in una sfida etica per ogni cittadino.

Di fronte all’ignoranza e alla paura, fonti del male umano, il perdono si erge come strumento di riconciliazione, liberazione e pace. Il perdono offerto da Gesù sofferente non è segno di debolezza, ma strumento per guarire i cuori, le relazioni e le società divise, rendendo possibile la vittoria della fraternità sul fratricidio e costruendo un presente e un futuro non determinati dai mali e dall’egoismo del passato.

In un’epoca segnata dal comfort, dall’individualismo, dal consumismo, dal materialismo, dall’edonismo e dalla gratificazione immediata, dalla perdita di un significato trascendente nella vita, la croce continua a invitarci a una totale donazione di sé per cause e valori superiori come l’amore e la verità. La croce di Gesù ci ricorderà sempre la necessità di distaccarci dalle nostre zone di comfort per impegnarci in ideali che diano senso alla nostra esistenza umana, nella ricerca del bene comune.

I dubbi di Gesù, la sua sete, la sua impotenza, il suo senso di solitudine e abbandono (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”) e la sua morte danno validità alle nostre lotte, agonie, dubbi e crisi esistenziali, illuminando e insegnandoci che la perseveranza fino alla fine (“Padre, nelle tue mani affido il mio spirito”) è l’atto supremo e definitivo di libertà di ogni essere umano.

Così, ai nostri giorni, la croce ha cessato di essere un mero antico strumento di esecuzione per diventare un simbolo esistenziale, la cui geometria ci ricorda la sintesi della vita di Gesù e di ogni essere umano, nella perenne ricerca verticale della verità, del significato e della trascendenza, e nell’alterità e nell’impegno di solidarietà, orizzontale e fraterna con tutti coloro che ci sono vicini.

In una cultura leggera e postmoderna che venera il successo sociale, le apparenze, l’eterna giovinezza e la felicità dei social network, la croce ci invita ad accettare la fragilità e le nostre cicatrici come parte integrante della nostra condizione umana e della nostra identità.

In un mondo di leader autoritari che cercano di sfruttare gli altri, la croce pone un limite al potere egoistico e ci chiama tutti a esercitare il potere attraverso e per il servizio.

Infine, mentre il mondo odierno ci invita a “voltare lo sguardo dall’altra parte” di fronte al dolore altrui, la croce espone un corpo sofferente e, così facendo, ci dice che vivere pienamente significa impegnarsi per gli altri, fino alla fine, che perdere per una giusta causa è una forma superiore di vittoria sul male nel mondo.

Tutto ciò che è stato detto qui trova riscontro anche nel Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026, in cui ci esorta a «vivere una Quaresima che ci renda più attenti a Dio e a coloro che sono più nel bisogno. Chiediamo la forza di un digiuno che si estenda anche alla nostra lingua, affinché le parole che feriscono si affievoliscano e cresca lo spazio per le voci degli altri. E impegniamoci a fare delle nostre comunità luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e dove l’ascolto generi vie di liberazione, rendendoci più disposti e diligenti a contribuire alla costruzione della civiltà dell’amore».

Mario J. Paredes

Presidente ejecutivo de SOMOS Community Care, una red de 2,600 médicos independientes -en su mayoría de atención primaria- que atienden a cerca de un millón de los pacientes más vulnerables del Medicaid de la Ciudad de Nueva York