L’Eucaristia: centro della nuova evangelizzazione nell’Europa postcristiana
Sulla crisi della fede in Occidente e sul ruolo fondamentale della Messa come motore di trasformazione personale ed ecclesiale
Sto concludendo un breve soggiorno a Torreciudad e, prima di tornare a Burgos, vorrei condividere alcune riflessioni sul Vangelo della quinta settimana di Pasqua, dove Gesù approfondisce la parabola della vite, dei tralci e del frutto. Se dalla vite non spuntano rami che producono frutto, è segno che qualcosa di grave sta accadendo. Il frutto è naturale e l’agricoltore pota o taglia i rami sterili.
La situazione della Chiesa in Occidente evoca oggi questa immagine: siamo viti e tralci sterili. La fede e la spiritualità cristiana in Occidente stanno attraversando una profonda crisi. Il sociologo francese Emmanuel Todd descrive tre fasi del cristianesimo in Europa: una prima fase di attività, in cui un numero significativo di europei credeva e praticava la fede cristiana; una seconda fase, che lui chiama zombie, in cui la fede è andata perduta a livello popolare, ma si mantengono le pratiche legate alle fasi di transizione biografica (battesimo, matrimonio, funerale); e una terza fase, quella attuale, che lui chiama Cristianesimo zero, in cui neppure queste pratiche vengono mantenute. Secondo Todd, il confine tra la fase zombie e la fase zero è segnato dal matrimonio tra persone dello stesso sesso, in cui la legge e l’opinione pubblica non distinguono tra un tipo di unione o l’altro, indipendentemente dal fatto che vi sia un legame, una distinzione tra uomini e donne o un’apertura alla vita.
Siamo nella prima civiltà postcristiana, qualcosa di mai visto prima. Curiosamente, l’Europa continua a influenzare il resto del mondo, trasmettendo uno stile di vita postcristiano ai paesi emergenti, soprattutto in Africa, che lo abbracciano senza essere stati precedentemente cristiani.
Europa, terra di missione e nuovo inizio
Siamo di fronte a una nuova evangelizzazione: l’Europa è terra di missione e dobbiamo ripartire da zero. Ciò ha aspetti negativi e positivi. Tra gli aspetti negativi, c’è un pregiudizio su cosa significhi essere cristiani in questa civiltà post-cristiana. Il cristianesimo è percepito come qualcosa di superato, tipico di una mentalità oscurantista e arcaica nei confronti dello sviluppo scientifico e tecnologico. Inoltre, noi stessi cristiani troviamo difficile distinguere tra l’essenza del cristianesimo (ciò che è stato inizialmente diffuso) e l’enorme stratificazione culturale che si è aggiunta nel corso dei secoli. Come ha affermato San Giovanni Paolo II, «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non pienamente pensata, non fedelmente vissuta». La fede si incultura, diventa consuetudine, legge, pratica, con un legame più o meno necessario con il suo nucleo. È necessaria una formazione approfondita per distinguere ciò che è circostanziale e storico da ciò che è legato all’essenza della fede.
L’aspetto positivo, per così dire, dell’attuale secolarizzazione in Occidente è che questo cristianesimo sociologico-culturale è stato spazzato via, recuperando la versione originaria del cristianesimo come rapporto personale con Cristo. Come ha affermato Benedetto XVI, «non si comincia a essere cristiani con una decisione etica o una grande idea, ma con un avvenimento, con l’incontro con la persona di Cristo». Il nuovo inizio significa quindi tornare al luogo in cui il cristianesimo è nato, ovvero alla Pasqua.
Pasqua ed Eucaristia: il cuore del cristianesimo
La Pasqua è il concetto che riassume l’insieme di situazioni ed eventi che costituiscono l’amore di Cristo portato all’estremo. Tutta la sua vita è amore, ma fondamentalmente i suoi ultimi giorni: il Giovedì Santo, l’Ultima Cena, dove si dona; Venerdì Santo, dove mette in pratica questa dedizione; Sabato Santo, consumazione di quella consegna fino alla fine, fino alla morte; e nella domenica di Pasqua, quando il Padre lo risuscita con un corpo glorioso, non più soggetto allo spazio e al tempo, permettendogli di ritornare alla destra del Padre e di abitare l’anima del cristiano (grazia, sacramenti, soprattutto il battesimo). Padre, Figlio e Spirito Santo dimorano con il corpo glorioso nell’anima di grazia del cristiano. Così ebbe origine la Chiesa.
Ecco perché Gesù Cristo disse: «Fate questo in memoria di me». Dei quattro elementi della Pasqua, il più importante è il primo, il Giovedì Santo: l’istituzione dell’Eucaristia. Da lì si innesca una serie di trasformazioni a catena. Dall’Eucaristia nasce la Chiesa e da essa nascono anche un nuovo inizio e una nuova evangelizzazione.
La Messa è l’attualizzazione della Pasqua di Cristo. In esso avvengono due transustanziazioni: la conversione del pane e del vino nel corpo sacramentale di Cristo e la conversione dei cristiani nel corpo ecclesiale. Chi riceve la comunione diventa un solo spirito con Cristo, e coloro che ricevono la comunione diventano una sola cosa, una sola società, la Chiesa. E la Chiesa trasforma il mondo. Tutto nasce da lì: dalla trasformazione del pane e del vino, dalla trasformazione del comunicando in Cristo, dalla trasformazione dei comunicando nella Chiesa, e dalla trasformazione del mondo da parte dei cristiani.
“Fai questo”: oltre un rituale
Nella secolarizzazione contemporanea, la nuova evangelizzazione ci rimanda a ciò che Cristo ci ha detto: «Fate questo», cioè celebrate l’Eucaristia. Ma questo “fate questo” può essere interpretato in modi diversi a seconda della fede.
- Una fede infantile concepisce l’Eucaristia come un rito, una riproduzione fisica di ciò che Gesù fece quella notte, come una sorta di magia. Si fanno certe cose, si dicono certe parole e si producono degli effetti. I sacramenti sono efficaci, ex opere operato, ma il Signore non si riferiva a una cerimonia parallela alla vita, non mescolata ad essa e dotata di un aspetto magico.
- Una fede adulta concepisce l’Eucaristia come un’assemblea sociologica, la comunione dei cristiani che si riuniscono per affermare se stessi, per svilupparsi o per acquisire consapevolezza di sé. Tutto sarebbe perfettamente trasparente, un incontro sociologico in cui si prendono decisioni, senza nulla di misterioso o simbolico.
In verità, il «fate questo» del Signore non si riferisce a una fede infantile o a una fede adulta, ma a una fede matura, che consiste nell’immedesimarsi in Cristo nel suo amore estremo. Nel Vangelo di questa settimana leggiamo «Io sono la vite, voi i tralci»: un legame vitale con Cristo, con quel sacrificio del Giovedì Santo. «Fate questo in memoria di me» non è solo un ricordo, ma un gesto con le stesse disposizioni, con la stessa dedizione. Quando Gesù dice: “Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò”, non si riferisce solo a Lui, ma al Suo spirito, all’identificazione con Lui. Quando dice: «Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi», non è solo la causa esemplare o il modello, ma fondamentalmente la causa efficiente. Nella misura in cui siamo uniti a Cristo, siamo capaci di amare gli altri.
Partecipazione attiva alla Messa: un atto di resa
La partecipazione attiva alla Messa è donarsi a Cristo. Si tratta di incorporare la preghiera di Sant’Ignazio: “Prendi, Signore, e ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio intelletto e tutta la mia volontà; tutti i miei beni e i miei beni; tu me li hai dati, a te, Signore, li restituisco; tutto è tuo, disponine come vuoi; dammi il tuo amore e la tua grazia, perché questo mi basta”. Oppure come nella popolare preghiera alla Vergine Maria: “Oh, mia Signora, oh, mia Madre! Mi offro completamente a te e, come prova del mio affetto filiale, ti consacro in questo giorno i miei occhi, le mie orecchie, la mia lingua, il mio cuore; in una parola, tutto il mio essere. Poiché sono completamente tuo, oh, Madre di bontà, custodiscimi e difendimi come tua cosa e tuo possesso”. Questo significa andare a Messa con una disposizione all’abbandono.
Come si fa in pratica?
- Venite qualche minuto prima della Messa per pregare e rinfrescare queste disposizioni. Dite al Signore: «Mi dono completamente a te. Voglio donarti, in questa Messa, come Gesù nella notte del Giovedì Santo, tutta la mia vita: il mio corpo donato, il mio sangue versato, la mia memoria, la mia intelligenza, la mia volontà, la mia vita, il mio passato, il mio futuro, qualunque cosa accada oggi, tutti i miei poteri, tutto ciò che vuoi». Una resa totale e radicale di sé prima della Messa.
- Nella stessa Messa, al momento dell’Elevazione dopo la consacrazione del pane, un pio esercizio molto raccomandato è quello di attualizzare l’offerta di sé all’amore misericordioso. Si può dire: «Signore, Padre, mi offro in sacrificio di olocausto» (consegna totale, senza lasciare traccia) «a te, all’amore misericordioso, affinché tu oggi faccia nel mio cuore e attraverso il mio cuore ciò che vuoi».
- Un terzo momento è dopo la Messa: allora inizia il nostro Venerdì Santo, in cui mettiamo in pratica questa resa, e anche il nostro Sabato Santo, che è il compimento di questa resa quando non possiamo più farlo.
- Infine, l’altro momento è la fine della giornata: la nostra domenica di Pasqua quotidiana, dove sperimentiamo la gioia di aver vissuto la giornata in questo modo, trasformandola in amore, aiutando Cristo a salvare, a redimere, essendo corredentori. Non c’è motivo più bello di questo per vivere e donare la propria vita, e da questo deriva la gioia alla fine della giornata, un’anticipazione della gioia che un giorno avremo in cielo.
La bellezza della messa: un atto che trasforma
Per tutto questo la Messa è il centro e la radice della vita interiore. Come racconta Flannery O’Connor, quando fu invitata a una cena in cui si parlava dell’Eucaristia come di un mero simbolo, rispose: “Se è solo un simbolo, non mi interessa”. E all’amica confessa: «È l’unica cosa che mi è venuta in mente di dire, e a pensarci bene, è l’unica cosa che potrò dire dell’Eucaristia, a parte il fatto che per me è la parte fondamentale della mia esistenza. Posso fare a meno di tutto il resto: giovinezza, talento, successo, fama… Posso fare a meno di tutto questo, ma non della Messa. È il centro e la radice della mia vita».
La Messa è il centro e la radice non solo della vita di ogni cristiano, ma anche della nuova evangelizzazione. La Messa viene trasmessa, produce una trasformazione di ogni persona in un tutto (la Chiesa) e della Chiesa che trasforma il mondo.
Dostoevskij, sebbene non letteralmente, fa dire in due occasioni ai suoi personaggi (il principe Myškin e Alëša Karamazov) che “la bellezza salverà il mondo”. Si può parafrasare dicendo che “la Messa cambierà il mondo”. La bellezza è un’idea incarnata, uno spirito incarnato. Percepiamo la bellezza quando dietro la fisicità intuiamo una realtà spirituale. Una notte stellata ci commuove non solo per il suo colore nero punteggiato di bianco, ma anche per l’immensità dell’universo e la nostra piccolezza. Le arti sono belle quando uniscono la realtà fisica a un’idea o a un’idea spirituale.
Ciò avviene in modo sublime nella Messa. Quando il sacerdote si identifica con Cristo, e così fa anche il partecipante, non si verifica solo una rappresentazione, ma un’attualizzazione: si partecipa al dono di sé di Cristo nell’Ultima Cena. Qui si cela un potente paradosso: è più facile essere saggi che santi, ma è più conveniente essere santi che saggi. Possiamo essere tutti santi, anche se è più difficile, perché consiste nell’identificarsi con Cristo, dove la grazia è protagonista.
Come disse Wittgenstein: “Ciò che non può essere spiegato, deve essere mostrato”. La nuova evangelizzazione inizia quindi con la partecipazione attiva alla Santa Messa. Quando il sacerdote e gli assistenti partecipano attivamente, accade qualcosa di molto potente, qualcosa di luminoso, qualcosa di bello. L’allora giovane José Boix, nel 1938, scrisse nel suo diario a proposito della Messa celebrata da San Josemaría Escrivá sui Pirenei durante la guerra civile spagnola: “Qui si svolge l’evento più toccante del viaggio, la Santa Messa. Su una roccia, in ginocchio, quasi disteso a terra, un sacerdote che ci accompagna celebra la Messa. Non la prega come gli altri sacerdoti nelle chiese. Le sue parole chiare e sentite mi penetrano nell’anima. Non ho mai sentito una Messa come questa, non so se per le circostanze o perché il celebrante è un santo”.
La nostalgia per il rito straordinario della Messa è, in realtà, nostalgia della partecipazione attiva sia del sacerdote sia dei partecipanti. Chi partecipa alla Messa in questo modo sperimenta qualcosa di così forte che il rito ordinario è più che sufficiente per questo impegno. Questa dedizione si manifesta nella carità: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli», in un amore che scaturisce dal comandamento nuovo: «Come io vi ho amato, così il mio amore, la mia dedizione nell’Eucaristia, allarghi i vostri cuori e vi permetta di amare un po’ come il mio».
Questo è il motto episcopale e papale di Leone XIII: “In Hilo Unum” (in Lui, uno). L’unità della Chiesa, del lavoro, della famiglia, degli amici, scaturisce dall’unione con Cristo. La carità è un amore che scaturisce dall’unione con Cristo, distinto da tutti gli altri amori.
Maria, Donna Eucaristica
La nuova evangelizzazione comincia con la Santa Messa, come avvenne la prima volta, come avvenne nella prima Pasqua: Giovedì Santo, poi Venerdì, Sabato, Domenica, Ascensione, Pentecoste. Cristo che vive nell’anima del cristiano, cristiani che hanno Cristo e formano la comunità della Chiesa, la Chiesa che trasforma il mondo. Ricominciamo dal Giovedì Santo, dalla Santa Messa, dalla partecipazione attiva. È la parte più evangelica, più rivoluzionaria, più trasformativa, più essenziale del cristianesimo.
Concludo con un riferimento alla Beata Vergine Maria, chiamata per molti motivi la donna eucaristica. Durante l’Ultima Cena apprese cosa era accaduto, ed è per questo che il giorno dopo si troverà ai piedi della croce. Maria è lei stessa una donna eucaristica, perché la bellezza è l’unione di una realtà materiale con una spirituale, e la Messa è bella. Se, oltre a farlo fisicamente, c’è un contributo, un’identificazione con Cristo, un’identificazione con la sua consegna, un fare come ha fatto Cristo, un consegnarci a Lui radicalmente in quel momento, allora la Messa è pura bellezza.
Maria è madre di Cristo non solo perché lo ha dato alla luce biologicamente, non solo perché gli ha donato il suo corpo come ogni madre, ma perché gli ha donato anche tutta la sua anima: i suoi pensieri, i suoi sentimenti, i suoi ricordi, la sua immaginazione, il suo tempo, i suoi progetti, tutta la sua vita. Una resa totale come quella di Cristo durante l’Ultima Cena.
Credi che questa riflessione sull’Eucaristia possa ispirare un cambiamento nel modo in cui viviamo la fede in Europa oggi?
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