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Rosa Montenegro

Voci

27 Ottobre, 2025

5 min

L’erba del vicino è sempre più verde

Dignità umana nell'era della connessione vuota

L’erba del vicino è sempre più verde

È l’erba o il nostro sguardo?

Non so se esista un essere più indigente dell’uomo alla nascita… Tuttavia, in quella miseria è già inscritta la nostra dignità eterna. Essere per un altro. Dipendenza è un altro nome per amore.

Tutti conosciamo le nostre vittorie e le nostre sconfitte, ma ignoriamo quelle degli altri. E questa povertà si fa più acuta e senza tempo con le crisi in famiglia, nelle relazioni interpersonali… senza uno sguardo che si soffermi con calma su noi stessi.

Oggi, la frase “non ho tempo” sembra definirci in base alla richiesta che pone alla nostra presenza o azione, e senza tempo… ci sono solo birre al bar all’angolo.

Perché corriamo così tanto? Dove andiamo?

Abbiamo bisogno l’uno dell’altro.

Nessuna organizzazione fallisce solo per mancanza di talenti, ma piuttosto per difese invisibili. La “talpa del gruppo” compare quando il bisogno di controllo sostituisce la fiducia. A volte si chiama prudenza; altre volte strategia. Quasi sempre, è paura condivisa.

Qui sta il grande interrogativo dell’umanità moderna, che ha scartato la filosofia come fonte di saggezza. Parliamo – una questione metafisica – della differenza tra  essere  ed  esistereL’essere  è l’essenza che permane attraverso il cambiamento; è il fondamento;  esistere  è il modo in cui quell’essere si dispiega nel tempo; è manifestazione. Quando  l’esistere  è separato dall’essere, il “fare” diventa automatico, senz’anima, e l’opera si corrompe. Quando si riconciliano, l’azione acquista direzione e vita, significato. Fare  “essendo  esprime autenticità: agire a partire da ciò che si è.

Il primo segno di una talpa in un team è la perdita di gioia. Quando le persone smettono di celebrare un lavoro ben fatto, qualcosa si è incrinato sottoterra.

Il fare “essere” si compie quando è  con” e  “per” gli altri. Non siamo “qualcosa” da usare o scartare; siamo  qualcuno per qualcuno. È lì che si gioca la libertà: nella decisione quotidiana di donarci senza convertirci o diventare un mezzo.

Il soggetto e i fini

Il fine non giustifica i mezzi.

I team maturi non sono quelli che evitano il conflitto, ma quelli che lo trasformano in dialogo. Il silenzio imposto è dannoso quanto le parole aggressive. Un gruppo cresce quando impara a parlare e a tacere con rispetto; quando la leadership non si impone, ma serve e accompagna.

Viviamo in relazioni costanti. Ci preoccupiamo delle reazioni degli altri; viviamo in un dialogo costante, sia attraverso azioni che omissioni. Accettazione, riconoscimento e approvazione sono il feedback positivo che alimenta l’ottimismo nella lotta per essere fedeli alla nostra essenza. A volte una parola gentile è sufficiente per sostenere un’intera giornata.

Quando il bisogno di riconoscimento prende il sopravvento, emerge il servilismo.  Il servizio cerca il bene degli altri; il servilismo cerca se stesso. Il primo progetta e costruisce; il secondo esige e diventa impaziente… Chi serve partendo dalla propria identità non ha bisogno di applausi costanti: capisce che il valore del proprio lavoro non si riduce a un numero di paga o a una pacca sulla spalla.

Non siamo fatti per la solitudine, e una delle paure – una sorta di neo che ci tormenta – che più influenza le decisioni professionali è quella che a volte ci minaccia: essere esclusi, non essere presi in considerazione, non essere interpellati. Cerchiamo la “tribù” come nascondiglio. Le masse offuscano i contorni della paura.

Offrire valore è il miglior antidoto all’abbandono. Nei  team sani, le conversazioni ruotano attorno a un terreno comune: la missione, gli obiettivi e le persone. La complicità all’interno della “tribù!”, basata sulla critica degli assenti, genera tossicità e sfiducia.

La fiducia come compito

La governane della gestione e del processo decisionale ci rimanda alla  libertà.

Nel fare “essere”, l’autonomia responsabile è lo spazio in cui la creatività danza con il successo e il fallimento. Oggi, cerchiamo persone capaci di pensare con la propria testa, di prendere decisioni… Gestire bene significa distinguere tra  ciò che posso decidere senza consultare, ciò che posso decidere consultandomi prima e ciò che non dipende da me. La libertà interiore non è un luogo in cui nascondersi dietro un “non so, nessuna risposta”.

Un giardino condiviso richiede giardinieri consapevoli. Le buone intenzioni non bastano; è necessaria una cura sistematica. Ogni persona è responsabile del clima che crea. Le virtù che fertilizzano il terreno condiviso sono semplici e stimolanti:  umiltà, coerenza, gratitudine e senso dell’umorismo.

L’esperienza della libertà si misura nell’errore e nel successo, nell’accordo e nel disaccordo, nell’offesa e nel perdono. È una  continuazione persistente.  L’autonomia  non è emancipazione dalla verità e dal bene: è la maturità di chi allinea intelligenza, volontà e azione a uno scopo degno di vita. Una persona simile non si lascia frenare dalle critiche né sedurre dalle lusinghe; segue la voce della propria coscienza ed evita la doppiezza strategica che giustifica ogni cosa in base al risultato.

La coerenza richiede impegno e mantenerla nel tempo è estenuante.

Per questo motivo, è fondamentale imparare a riposare. Prendersi cura di sé è necessario per potersi prendere cura degli altri.

Nella gestione quotidiana, la fatica va gestita. A volte amiamo così tanto ciò che facciamo che è difficile abbandonarlo in tempo. Mi ha aiutato molto quello che mi ha detto un coach:  “Un’opera d’arte non è finita, è abbandonata”.

Autogoverno (libertà nello sviluppo)

In primo luogo, impariamo a governare le cose: a comprenderne la natura, a rispettarla e a metterle al nostro servizio. Non essere posseduti ci permette di lasciar andare quando il bene superiore lo richiede. Poi, governiamo le nostre decisioni, ed esse ci rivelano. La libertà, ben esercitata, ci rende capaci di trascendenza: ci abbandoniamo senza diluirci, ci doniamo senza perderci.

Non dimentichiamo mai chi siamo!

L’erba sarà sempre verde naturalmente

Rosa Montenegro

Pedagoga, orientadora familiar (UNAV) y autora del libro “El yo y sus metáforas” libro de antropología para gente sencilla. Con una extensa experiencia internacional en asesoramiento, formación y coaching, acompaña procesos de reconstrucción personal y promueve el fortalecimiento de la identidad desde un enfoque humanista y transformador.