19 Aprile, 2026

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Il Papa: Popolo di Dio che vivete e viaggiate in Camerun, non abbiate paura! Con la forza dello Spirito, sarete sale e luce di questa terra!

Omelia del Santo Padre, Aeroporto di Yaoundé-Ville (Camerun)

Il Papa: Popolo di Dio che vivete e viaggiate in Camerun, non abbiate paura! Con la forza dello Spirito, sarete sale e luce di questa terra!

Dopo aver salutato la Nunziatura Apostolica, alle 8:00 ora locale, il Santo Padre si è recato in auto all’aeroporto di Yaoundé-Ville per la Santa Messa votiva alla Vergine Maria, Regina degli Apostoli.

Alle 09:30 ora locale, dopo un giro sulla papamobile tra i fedeli, il Papa ha presieduto la celebrazione eucaristica.

Dopo i riti introduttivi e la Liturgia della Parola, il Santo Padre ha pronunciato l’omelia.

Al termine della Santa Messa, l’Arcivescovo di Yaoundé, Sua Eccellenza Monsignor Jean Mbarga, ha rivolto alcune parole di ringraziamento al Santo Padre.

Al termine della celebrazione eucaristica, Leone XIV pronunciò alcune parole di ringraziamento.

Il Papa è rientrato in sacrestia e poi si è recato in auto all’aeroporto internazionale di Yaoundé-Nsimalen per la cerimonia di commiato dal Camerun.

Nella sua omelia, il Santo Padre ha affermato che «la Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo cammino attraverso i secoli, tempeste e venti contrari», ma «Gesù è con noi, sempre, e più forte di qualsiasi potere del male».

Di seguito l’omelia pronunciata da Papa Leone XIV durante la celebrazione:

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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN ALGERIA, CAMERUN, ANGOLA E GUINEA EQUATORIALE
(13-23 APRILE 2026)

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE

Aeroporto di Yaoundé-Ville
Sabato, 18 aprile 2026

 

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Cari fratelli e sorelle, la pace sia con voi! La pace di Cristo, la cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita.

Celebriamo questa Santa Messa al termine della mia visita in Camerun, e vi sono molto grato per come mi avete accolto e per i momenti di gioia e di fede che abbiamo vissuto insieme.

Come abbiamo sentito nel Vangelo, la fede non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che la paura abbia la meglio. Noi però sappiamo che anche in essi, com’è successo ai discepoli sul mare di Galilea, Gesù non ci abbandona.

Ben tre evangelisti riportano l’episodio che abbiamo ascoltato, ciascuno a modo suo, con un messaggio diverso in funzione dei lettori a cui si rivolge. San Marco (cfr 6,45-52) presenta il Signore che raggiunge i discepoli, mentre questi faticano a remare a causa del vento contrario, che però si placa non appena Egli sale con loro sulla barca. San Matteo (cfr 14,22-33) aggiunge un dettaglio: Pietro vuole andare dal Maestro camminando sui flutti. Una volta sceso dalla barca, però, si lascia sopraffare dal timore e comincia ad affondare. Cristo lo afferra per la mano, lo salva e gli rimprovera la sua incredulità.

Nella versione di San Giovanni, che oggi è stata proclamata (cfr Gv 6,16-21), il Salvatore, camminando sulle acque, si avvicina ai discepoli e dice: «Sono io, non abbiate paura» (v. 20), e l’Evangelista sottolinea che «era ormai buio» (v. 17). Per la tradizione ebraica le “acque”, con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli inferi, il caos, il pericolo, la morte. Evocano, assieme alle tenebre, le forze del male, che l’uomo da solo non può dominare. Allo stesso tempo, però, nella memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo dalla schiavitù.

La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo i secoli, tempeste e “venti contrari”, e anche noi possiamo identificarci con i sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del lago di Tiberiade. È ciò che proviamo nei momenti in cui ci sembra di affondare, sopraffatti da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci sentiamo soli e fragili. Ma non è così. Gesù è con noi, sempre, più forte di qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: “Io sono qui con te: non aver paura”. Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con fiducia, sempre. Ed è grazie a Lui che, come diceva Papa Francesco, tanti «uomini e donne […] onorano il nostro popolo, onorano la nostra Chiesa […]: forti nel portare avanti la loro vita, la loro famiglia, il loro lavoro, la loro fede» (Catechesi, 14 maggio 2014, 2).

Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi, nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri. Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di fronte alle crisi – siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche – tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i propri bisogni. Le parole di Gesù, “sono io”, ci ricordano che, in una società fondata sul rispetto della dignità della persona, l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico, indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del mondo.

L’esortazione «non abbiate paura», allora, assume una dimensione ampia, anche a livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e sfide – particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia – insieme, con senso civico e responsabilità civile. La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli. Alla salvezza di una comunità non bastano gli sforzi individuali e isolati dei singoli: serve una decisione comune, che integri la dimensione spirituale ed etica del Vangelo nel cuore delle istituzioni e delle strutture, facendone strumenti per il bene comune, e non luoghi di conflitto, o di interesse, o teatro di lotte sterili.

Ce ne parla la prima Lettura (cfr At 6,1-7), in cui vediamo come la Chiesa affronta la sua prima crisi di crescita. Il rapido aumento del numero dei discepoli (v. 1) comporta per la comunità nuove sfide nell’esercizio della carità, a cui gli Apostoli non riescono più a provvedere da soli. Qualcuno è trascurato nel servizio delle mense, e perciò il mormorio cresce e un senso di ingiustizia minaccia l’unità. Il servizio quotidiano ai poveri era una pratica essenziale nella Chiesa primitiva, e mirava a sostenere i più fragili, in particolare gli orfani e le vedove. Bisognava integrarlo, però, con le necessità dell’annuncio e dell’insegnamento, che pure erano impellenti, e la soluzione non era semplice. Gli Apostoli, allora, si sono riuniti, hanno condiviso le preoccupazioni, si sono confrontati alla luce degli insegnamenti di Gesù e hanno pregato insieme, giungendo a superare ostacoli e incomprensioni che a prima vista sembravano insormontabili. Hanno così dato vita a qualcosa di nuovo, scegliendo uomini di «buona reputazione, pieni di Spirito Santo e di saggezza» (v. 3), e destinandoli, mediante l’imposizione delle mani, a un servizio pratico che era anche una missione spirituale. Ascoltando la voce dello Spirito Santo e facendosi attenti al grido dei sofferenti, non solo hanno evitato una frattura interna alla comunità, ma l’hanno dotata, per ispirazione divina, di strumenti nuovi e adeguati alla sua crescita, trasformando un momento di crisi in un’occasione di arricchimento e di sviluppo per tutti.

A volte la vita di una famiglia e di una società richiede anche questo: il coraggio di cambiare abitudini e strutture, perché la dignità della persona resti sempre al centro e si superino disuguaglianze ed emarginazioni. Del resto, facendosi uomo Dio si è identificato con gli ultimi, e questo rende la cura preferenziale dei poveri un’opzione fondamentale per la nostra identità cristiana (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 198; Esort. ap. Dilexi te, 16-17).

Fratelli e sorelle, oggi noi ci salutiamo. Ciascuno ritorna alle sue occupazioni abituali e la barca della Chiesa continua la sua rotta verso la meta, per grazia di Dio e con l’impegno di ciascuno. Teniamo vivo nel cuore il ricordo dei momenti belli che abbiamo vissuto insieme; anche in mezzo alle difficoltà continuiamo a fare spazio a Gesù, lasciandoci illuminare e ricreare ogni giorno dalla sua presenza. La Chiesa camerunese è viva, giovane, ricca di doni e di entusiasmo, vivace nella sua varietà e meravigliosa nella sua armonia. Con l’aiuto della Vergine Maria, nostra Madre, fatene fiorire sempre più la presenza festosa, e anche dei venti contrari, che non mancano mai nella vita, fate occasioni di crescita nel servizio gioioso di Dio e dei fratelli, nella condivisione, nell’ascolto, nella preghiera e nel desiderio di crescere insieme.

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Ringraziamento finale al termine della Messa

Carissimi fratelli e sorelle, con questa celebrazione si conclude la mia visita in Camerun. Ringrazio di cuore l’Arcivescovo e tutti i Pastori della Chiesa in questo Paese.

Rinnovo la mia riconoscenza alle Autorità civili e a tutti coloro che hanno cooperato a preparare e organizzare ogni cosa.

Grazie a tutti, in modo speciale ai malati, agli anziani e alle monache che hanno offerto la loro preghiera.

Popolo di Dio che vivi e cammini in Camerun, non temere! Rimani saldamente unito a Cristo Signore! Con la forza del suo Spirito, sarai sale e luce di questa terra! Grazie tante!

 

Exaudi Redazione

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