Il Papa: La risurrezione significa entrare in una comunione più profonda con Dio e con i fratelli
Udienza generale
L’Udienza generale di questa mattina si è tenuta alle ore 10.00 in Piazza San Pietro, dove il Santo Padre Leone XIV ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da tutto il mondo.
Nel suo discorso in italiano, il Papa, riprendendo il ciclo di catechesi che accompagna l’Anno giubilare “Gesù Cristo, nostra speranza”, ha incentrato la sua meditazione sul tema “Ravvivare”. “Non ardeva forse in noi il nostro cuore?” ( Lc 24,32).
Dopo aver riassunto la sua catechesi nelle varie lingue, il Santo Padre ha rivolto un saluto particolare ai fedeli presenti.
L’Udienza generale si è conclusa con la recita del Pater Noster e la Benedizione Apostolica.

Papa Leone XIV ci invita a scoprire che la Risurrezione di Cristo non si manifesta in gesti spettacolari, ma nella semplicità dell’amore quotidiano. Il Signore Risorto cammina accanto a noi nel silenzio dell’ordinario, trasformando il dolore in speranza e la vita quotidiana in un luogo di incontro con Dio.
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LEONE XIV
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 8 ottobre 2025
Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. III. La Pasqua di Gesù. 10. Riaccendere. «Non ci ardeva forse il cuore nel petto?» (Lc 24,32)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi vorrei invitarvi a riflettere su un aspetto sorprendente della Risurrezione di Cristo: la sua umiltà. Se ripensiamo ai racconti evangelici, ci accorgiamo che il Signore risorto non fa nulla di spettacolare per imporsi alla fede dei suoi discepoli. Non si presenta circondato da schiere di angeli, non compie gesti clamorosi, non pronuncia discorsi solenni per svelare i segreti dell’universo. Al contrario, si avvicina con discrezione, come un viandante qualsiasi, come un uomo affamato che chiede di condividere un po’ di pane (cfr Lc 24,15.41).
Maria di Magdala lo scambia per un giardiniere (cfr Gv 20,15). I discepoli di Emmaus lo credono un forestiero (cfr Lc 24,18). Pietro e gli altri pescatori pensano che sia un passante qualunque (cfr Gv 21,4). Noi ci saremmo aspettati effetti speciali, segni di potenza, prove schiaccianti. Ma il Signore non cerca questo: preferisce il linguaggio della prossimità, della normalità, della tavola condivisa.
Fratelli e sorelle, in questo c’è un messaggio prezioso: la Risurrezione non è un colpo di scena teatrale, è una trasformazione silenziosa che riempie di senso ogni gesto umano. Gesù risorto mangia una porzione di pesce davanti ai suoi discepoli: non è un dettaglio marginale, è la conferma che il nostro corpo, la nostra storia, le nostre relazioni non sono un involucro da gettare via. Sono destinate alla pienezza della vita. Risorgere non significa diventare spiriti evanescenti, ma entrare in una comunione più profonda con Dio e con i fratelli, in un’umanità trasfigurata dall’amore.
Nella Pasqua di Cristo, tutto può diventare grazia. Anche le cose più ordinarie: mangiare, lavorare, aspettare, curare la casa, sostenere un amico. La Risurrezione non sottrae la vita al tempo e alla fatica, ma ne cambia il senso e il “sapore”. Ogni gesto compiuto nella gratitudine e nella comunione anticipa il Regno di Dio.
Tuttavia, c’è un ostacolo che spesso ci impedisce di riconoscere questa presenza di Cristo nel quotidiano: la pretesa che la gioia debba essere priva di ferite. I discepoli di Emmaus camminano tristi perché speravano in un altro finale, in un Messia che non conoscesse la croce. Nonostante abbiano sentito dire che il sepolcro è vuoto, non riescono a sorridere. Ma Gesù si mette accanto a loro e con pazienza li aiuta a comprendere che il dolore non è la smentita della promessa, ma la strada attraverso cui Dio ha manifestato la misura del suo amore (cfr Lc 24,13-27).

Quando infine siedono a tavola con Lui e spezzano il pane, si aprono i loro occhi. E si accorgono che il loro cuore ardeva già, anche se non lo sapevano (cfr Lc 24,28-32). Questa è la sorpresa più grande: scoprire che sotto la cenere del disincanto e della stanchezza c’è sempre una brace viva, che attende solo di essere ravvivata.
Fratelli e sorelle, la risurrezione di Cristo ci insegna che non c’è storia tanto segnata dalla delusione o dal peccato da non poter essere visitata dalla speranza. Nessuna caduta è definitiva, nessuna notte è eterna, nessuna ferita è destinata a rimanere aperta per sempre. Per quanto possiamo sentirci lontani, smarriti o indegni, non c’è distanza che possa spegnere la forza indefettibile dell’amore di Dio.
A volte pensiamo che il Signore venga a visitarci soltanto nei momenti di raccoglimento o di fervore spirituale, quando ci sentiamo all’altezza, quando la nostra vita appare ordinata e luminosa. E invece il Risorto si fa vicino proprio nei luoghi più oscuri: nei nostri fallimenti, nelle relazioni logorate, nelle fatiche quotidiane che ci pesano sulle spalle, nei dubbi che ci scoraggiano. Nulla di ciò che siamo, nessun frammento della nostra esistenza gli è estraneo.
Oggi, il Signore risorto si affianca a ciascuno di noi, proprio mentre percorriamo le nostre strade – quelle del lavoro e dell’impegno, ma anche quelle della sofferenza e della solitudine – e con infinita delicatezza ci chiede di lasciarci riscaldare il cuore. Non si impone con clamore, non pretende di essere riconosciuto subito. Con pazienza attende il momento in cui i nostri occhi si apriranno per scorgere il suo volto amico, capace di trasformare la delusione in attesa fiduciosa, la tristezza in gratitudine, la rassegnazione in speranza.
Il Risorto desidera soltanto manifestare la sua presenza, farsi nostro compagno di strada e accendere in noi la certezza che la sua vita è più forte di ogni morte. Chiediamo allora la grazia di riconoscere la sua presenza umile e discreta, di non pretendere una vita senza prove, di scoprire che ogni dolore, se abitato dall’amore, può diventare luogo di comunione.
E così, come i discepoli di Emmaus, torniamo anche noi alle nostre case con un cuore che arde di gioia. Una gioia semplice, che non cancella le ferite ma le illumina. Una gioia che nasce dalla certezza che il Signore è vivo, cammina con noi, e ci dona in ogni istante la possibilità di ricominciare.
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Saluti
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Religiosi, le Religiose e i Consacrati di Istituti Secolari qui convenuti per il Giubileo della Vita Consacrata. Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per il vostro prezioso servizio al Vangelo e alla Chiesa e vi esorto ad essere segni eloquenti dell’amore di Dio e strumenti di pace in ogni ambiente. Non stancatevi di testimoniare la speranza sulle tante frontiere del mondo moderno, sapendo individuare con audacia missionaria strade nuove di evangelizzazione e di promozione umana.
Accolgo con affetto i fedeli delle Diocesi di Bologna, Bergamo, Casale Monferrato e quelli di Cagliari, con l’Arcivescovo Mons. Giuseppe Baturi. Saluto poi le comunità parrocchiali di Casalbordino, Rotondi, Lari; i militari del Comando logistico di Roma, gli alunni del Liceo Cortese di Maddaloni.
Il mio pensiero va infine ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Tutti invito a rivolgere il pensiero a Maria, invocata in questo mese di ottobre come Regina del santo Rosario; guardate a Lei e siate pronti a corrispondere al disegno d’amore che Dio ha per ognuno di voi. A tutti la mia benedizione!
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