20 Settembre, 2026

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Il Papa chiede ai vescovi latinoamericani di essere pastori vicini al loro popolo, fedeli a Cristo e dediti alla preghiera

Lettera Pontificia ai Vescovi dell'America Latina e dei Caraibi in occasione del 300° anniversario della canonizzazione di San Toribio de Mogrovejo

Il Papa chiede ai vescovi latinoamericani di essere pastori vicini al loro popolo, fedeli a Cristo e dediti alla preghiera
ANSA/FABIO FRUSTACI

Prendendo a modello san Toribio de Mogrovejo, il Santo Padre chiede ai vescovi latinoamericani di tornare all’essenziale: pastori vicini al loro popolo, fedeli a Cristo, dediti alla preghiera e disposti a portare i pesi della loro missione.

Di seguito la Lettera papale che il Santo Padre Leone XIV inviò ai vescovi dell’America Latina e dei Caraibi in occasione del 300° anniversario della canonizzazione di San Torio de Mogrovejo:

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Cari fratelli nell’Episcopato:

Accogliendo la richiesta dei Vescovi peruviani e in occasione del terzo centenario della canonizzazione di San Toribio de Mogrovejo, patrono dei vescovi dell’America Latina, vi saluto con affetto nel Signore e vi ringrazio per il servizio che rendete ogni giorno. Mentre vi rivolgo queste parole, il mio cuore è colmo di gratitudine per il privilegio di aver esercitato il ministero episcopale in Perù. Lì ho conosciuto intimamente la fede di un popolo dal quale ho ricevuto molto e ho maturato una comprensione più profonda di cosa significhi essere un pastore. Questa esperienza mi ha avvicinato in modo particolare a San Toribio, che anch’egli giunse da lontano in una terra che alla fine fece sua attraverso la carità pastorale.

I miei predecessori si sono soffermati a lungo sulla figura dell’«esaltato Metropolita di Lima», [1] ricordando il suo zelo evangelizzatore, [2] il suo impegno per l’edificazione e il rinnovamento della vita ecclesiale ,[3] e la sua vicinanza ai più poveri e vulnerabili. [4] Senza tornare ora alla sua biografia, vorrei contemplare il suo ministero alla luce di un segno che ci riporta all’origine stessa della nostra missione: l’accoglienza del vescovo nella sua cattedrale. [5] Un rito simile è prescritto per la visita pastorale a una comunità, [6] quasi che la Chiesa volesse condurre il prelato, più e più volte, al significato di quel primo ingresso. Ciò che la liturgia esprime in pochi gesti, l’Apostolo delle Ande lo ha vissuto per tutti i suoi anni di pastore. Il modo migliore per onorare la sua memoria sarà quello di lasciarci interpellare dal modo in cui ha vissuto il ministero che anche noi abbiamo ricevuto, e di imitarlo.

Il rito inizia alla porta della cattedrale. Lì, il nuovo vescovo viene accolto dalla Chiesa alla quale è stato inviato. Giunge in una comunità che lo precede, una comunità che ha percorso un cammino di fede e nella quale lo Spirito Santo era già all’opera. Varcando quella soglia, entra in una storia che non inizia con lui e si lega, attraverso il suo ministero, a un popolo specifico. Il santo arcivescovo è giunto in una terra di cui conosceva poco i popoli e le culture. Per guidarla, ha dovuto immergersi in quella realtà, e così ha viaggiato in lungo e in largo. Le sue visite pastorali e la sua sollecitudine affinché il Vangelo fosse annunciato nelle lingue locali hanno rafforzato il suo legame con quella terra e la sua gente. All’interno di una diocesi ci sono realtà difficili da cogliere stando seduti a una scrivania. Perciò, sforziamoci affinché la visita pastorale conservi tutta la sua forza: andiamo personalmente incontro alle nostre comunità, ascoltiamo il nostro gregge e cerchiamo coloro che raramente hanno l’opportunità di avvicinarsi al vescovo. Il ministero di un successore degli apostoli richiede di vivere con il cuore in cielo e i piedi per terra.

Ancora sulla soglia, il vescovo riceve un crocifisso e lo bacia. La Chiesa gli pone davanti Colui che amò i suoi fino alla fine. Questo gesto racchiude una promessa di donazione di sé. Il suo ministero potrebbe condurlo su strade inaspettate e richiedergli sacrifici mai immaginati. La croce gli ricorda che deve rimanere con il gregge nei momenti difficili e che proteggere le pecore può costare caro al pastore stesso. Toribio estese quel bacio alla carne sofferente del Signore nei suoi viaggi e nelle sue fatiche, difendendo le popolazioni indigene, correggendo gli abusi e rimanendo vicino ai poveri e ai sofferenti. Cari fratelli e sorelle, abbiamo bisogno di tornare spesso alla scuola della croce. L’abbandono del gregge può iniziare molto prima di una fuga visibile, quando il comfort, la paura o l’interesse personale prevalgono sul bene dei fedeli. Il mercenario calcola ciò che potrebbe perdere; il pastore sa che deve dare qualcosa di sé per rimanere fedele (cfr. Gv 10,12-13).

Il vescovo riceve quindi l’acqua santa, si asperge e asperge i presenti. Questo gesto lo riconduce alla fonte comune del Battesimo. Prima di essere pastore, è discepolo; prima di presiedere il Popolo di Dio, si annovera tra i battezzati, resi figli in Cristo. La santità del pastore non può essere data per scontata (cfr. 1 Tim 4,16). San Toribio poté chiedere una vita ecclesiale più fedele al Vangelo perché iniziò lasciandosi misurare proprio da questa esigenza. Chi ha ricevuto il mandato di santificare continua ad aver bisogno di essere santificato; chi annuncia la misericordia vive anche di essa. Prendiamoci dunque cura della nostra vita interiore e manteniamo la consapevolezza di essere discepoli bisognosi di conversione.

Il rito conduce poi il vescovo al Tabernacolo, dove si inginocchia e adora. Prima di iniziare il suo ministero, si sofferma in silenzio davanti al Santissimo Sacramento. I vescovi muoiono, Cristo rimane (cfr. Eb 13,8). I pastori cambiano, sorgono nuove esigenze e si intraprendono progetti, ma la Chiesa vive nel Signore. Perciò, vorrei invitarvi a fare dell’adorazione eucaristica una priorità pastorale. L’amore di Toribio per l’Eucaristia si manifestava nel suo desiderio di avvicinare tutti a Gesù. Offriamo ai nostri fedeli tempo e spazio per rimanere davanti a Lui e incoraggiamo un’adorazione prolungata. Sono convinto che la santa presenza del Signore, ricevuta e adorata fedelmente, sostenga ciò che le nostre forze non possono realizzare e apra strade che nessun progetto potrebbe prevedere. È il Suo amore che trasformerà le nostre diocesi.

Dopo aver indossato le vesti liturgiche, il vescovo si avvicina all’altare e lo bacia. È lo stesso Signore, davanti al quale si è appena inginocchiato, che ora viene contemplato come colui che raduna la sua Chiesa attorno a sé e la rende un solo corpo (cfr. 1 Cor 10,17). Il santo prelato ha servito una Chiesa vasta e diversificata, sforzandosi di mantenerla unita. Anche a noi spetta il compito di far sì che la diversità delle nostre diocesi trovi la sua unità in Cristo. L’altare ci ricorda che la comunione appartiene al cuore stesso della nostra missione.

Poi si reca alla cattedra e vengono lette le Lettere Apostoliche – la bolla con cui il Romano Pontefice lo ha nominato pastore di quella particolare Chiesa. Il vescovo non si è auto-attribuito questa missione; l’ha ricevuta e la esercita in comunione con la Chiesa, unito al Successore di Pietro e al Collegio dei Vescovi. L’insegnamento che offre dalla cattedra non scaturisce da parole proprie che egli deve imporre. Ha ricevuto la fede della Chiesa ed è chiamato a «custodire il buon deposito», ad approfondirlo e a renderlo comprensibile a coloro che gli sono affidati (cfr. 2 Tim 1,13-14). San Toribio comprese bene questa responsabilità. La sua accoglienza del Concilio di Trento, dei concili provinciali, dei sinodi diocesani e la sua opera catechetica testimoniano il suo desiderio di trasmettere la fede nella sua interezza e di renderla accessibile a coloro che lo hanno preceduto. In un tempo in cui tante voci rivendicano autorità sulla coscienza dei fedeli, spetta al vescovo offrire un insegnamento chiaro e paziente, radicato in quella comunione, per aiutare il suo popolo a riconoscere la voce dell’unico Pastore.

In seguito, il clero e i fedeli si avvicinano a “manifestare obbedienza e riverenza” [7] . La riverenza ricevuta diventa una responsabilità per il vescovo, e l’obbedienza offerta esige da lui un ruolo paterno. Ciò è particolarmente evidente nel suo rapporto con i sacerdoti, uniti a lui in modo unico nell’unico sacerdozio e nella missione affidata alla Chiesa particolare. Toribio vegliò sulla loro formazione, fu esigente nell’ammissione agli Ordini sacri, visitò i suoi sacerdoti e sostenne la disciplina ecclesiastica, consapevole che la vita del clero ha ripercussioni su quella del popolo. Cari fratelli, restiamo vicini ai nostri sacerdoti. Prendiamoci cura in modo particolare del seminario e dei primi anni di ministero, promuoviamo una fraternità autentica e assicuriamoci che nessun sacerdote si senta libero di rivolgersi al vescovo solo quando c’è un problema da risolvere. La paternità episcopale si riconosce spesso quando un sacerdote sa di poter bussare con fiducia alla porta della residenza episcopale.

Dopo il Vangelo, il vescovo si rivolge per la prima volta al suo popolo. Fino a quel momento, la liturgia li ha preparati a ricevere e ad ascoltare, conducendoli al silenzio dell’adorazione. Solo allora egli parla. Questo semplice ordine racchiude una lezione che dovremmo sempre tenere a mente. Tra le tante responsabilità che riempiono la nostra giornata, siamo stati inviati ad annunciare la Buona Novella. Come gli Apostoli, siamo chiamati a perseverare «nella preghiera e nel ministero della parola» ( Atti 6,4). San Toribio fece della sua vita una predicazione continua, e il suo messaggio fu credibile perché aveva permesso al Vangelo di plasmare prima la sua esistenza. Che nessuna urgenza o compito pastorale, per quanto necessario, releghi la preghiera al ruolo di preludio alla predicazione. Dedichiamo sempre il tempo necessario all’ascolto della Parola e prepariamo con cura come offrirla al nostro popolo.

Una volta completati i riti di accoglienza e celebrata la Liturgia della Parola, giunge il momento di presentare l’offertorio. In questo offertorio possiamo intravedere in anticipo tutto ciò che il vescovo deporrà, giorno dopo giorno, nelle mani del Signore: il suo lavoro, i progetti che intraprenderà, le decisioni che dovrà prendere, il popolo che gli è affidato, le sue preoccupazioni e le sue speranze. Ci saranno momenti in cui vedrà chiaramente la via e altri in cui si renderà conto della propria insignificanza: tutto questo trova posto sulla patena. Sta al vescovo offrire se stesso fedelmente; il frutto, in definitiva, appartiene a Dio (cfr. 1 Cor 3,6-7).

La celebrazione stessa rivela la fonte di questa fecondità. Nella Santa Messa, l’unico sacrificio di Cristo per la salvezza del mondo si rende sacramentalmente presente, mentre il suo Popolo si unisce all’offerta del Signore. Da questo Santo Sacrificio scaturisce la grazia per cui la Chiesa vive e attraverso la quale Cristo continua a radunarla e santificarla nel corso della storia. Il vescovo, come ogni sacerdote, presta la sua voce e le sue mani a Cristo, Sommo ed eterno Sacerdote, che agisce attraverso il suo ministero. Ciò che egli celebra deve estendersi anche alla sua stessa vita, sempre più unita all’offerta del Signore, finché tutta la sua esistenza diventi, in Cristo, un’offerta al Padre.

La geografia spirituale della Chiesa in America Latina è segnata da pastori che hanno reso visibile questa unione tra altare e vita. La figura di San Toribio, quindi, non è sola. Nel corso dei secoli e in diverse regioni del continente, si è formata una vera e propria costellazione di vescovi che la Chiesa venera come santi e beati. Accanto al grande Arcivescovo di Lima, troviamo i Santi Antonio María Claret, Ezequiel Moreno, Rafael Guízar e Óscar Romero, e i Beati Juan de Palafox, Jacinto Vera, Mamerto Esquiú, Enrique Angelelli, Jesús Jaramillo ed Eduardo Pironio, tra tanti altri illustri vescovi. Approfondiamo il ministero e gli scritti di questi pastori e facciamoli conoscere nelle nostre Chiese locali. La loro testimonianza può aiutarci a comprendere meglio la missione del vescovo ed è di particolare interesse per la formazione di seminaristi e sacerdoti. Le loro vite dimostrano come la stessa missione possa assumere forme diverse a seconda dei tempi e delle circostanze, e costituiscono una scuola di pastori nata dalla nostra storia ecclesiale. I santi continuano a formare altri santi (cfr. Eb 13,7).

Affidiamo alla Madonna di Guadalupe il nostro desiderio di vivere con rinnovata fedeltà la missione che abbiamo ricevuto. Agli albori dell’evangelizzazione di quel continente tanto amato, ella volle che san Juan Diego portasse la sua richiesta al vescovo, affinché egli potesse discernere e accogliere ciò che il Signore stava compiendo per mezzo di un umile messaggero. Quell’incontro continua ad essere un invito per noi pastori: ad essere attenti all’azione di Dio, che spesso si manifesta in modi inaspettati e si serve di coloro che meno ci aspettiamo. Per intercessione della Madre di Dio, chiediamo la grazia di conoscere, servire e amare le Chiese che ci sono state affidate, affinché, quando verrà il momento di rendere conto al Signore del nostro ministero, possiamo udire: «Bene, servo buono e fedele… entra nella gioia del tuo padrone» ( Mt 25,21).

Con affetto fraterno, vi benedico di cuore.

Città del Vaticano, 8 settembre 2026, Natività della Beata Vergine Maria.

 

LEONI PP. XIV

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[1]  Pio XII, Messaggio radiofonico al quinto congresso interamericano di educazione cattolica , 12 gennaio 1954.

[2]  Cfr. San Giovanni Paolo II, Incontro con i membri dell’Episcopato del Perù , 2 febbraio 1985.

[3]  Cfr. Benedetto XVI, Messaggio in occasione del quarto centenario della morte di san Toribio , 23 marzo 2006.

[4]  Cfr. Francesco, Incontro con i vescovi a Lima , 21 gennaio 2018.

[5] Cfr. Cerimoniale Bishoporum, 1141-1144.

[6] Cfr. Ibíd ., 1180.

[7] Ibid ., 1143.

Exaudi Redazione

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