14 Agosto, 2026

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Il 15 agosto 1920, miracolo sulla Vistola

L’anniversario della battaglia che salvò l’Europa dall’occupazione comunista

Il 15 agosto 1920, miracolo sulla Vistola
Wlodzimierz Redzioch

Per gli storici è una delle diciotto più importanti battaglie nella storia del mondo, invece per l’Europa cristiana è la battaglia la cui importanza è paragonabile soltanto alle vittorie a Lepanto (1571) e a Vienna (1683) che salvarono allora il nostro continente dall’invasione musulmana. Quest’anno, il 15 agosto, celebriamo il 106° anniversario della battaglia di Varsavia che è passata alla storia come “il miracolo sulla Vistola”: la vittoria dell’esercito polacco che salvò l’Europa dall’invasione della Russia comunista.

Per la Polonia furono gli anni della riconquistata indipendenza. In seguito alle tre spartizioni avvenute fra il 1772 e il 1795 ad opera dei tre potenti imperi vicini: russo, prussiano e austro-ungarico, la Polonia sparì dalla mappa dell’Europa per più di un secolo. Il Paese riconquistò la sovranità nazionale il 18 novembre 1918, ma l’indipendenza riconquistata dopo la Prima guerra mondiale fu subito minacciata, sempre dall’Est ma questa volta dalla Russia non più zarista ma bolscevica. Già nel novembre del 1918 il Consiglio dei Commissari del Popolo (il governo bolscevico) prese la decisione di formare nell’ambito dell’Armata Rossa la cosiddetta Armata Occidentale che doveva servire a realizzare il grande progetto dei comunisti sovietici: la rivoluzione comunista mondiale. Il 10 marzo del 1920 a Smolensk ebbe luogo una riunione dei capi dell’Armata Rossa e dei commissari comunisti, tra cui anche Stalin, che presero le decisioni dell’attacco alla Polonia e all’Europa. Nell’estate del 1920 l’Armata Rossa avanzava minacciosamente verso il fiume Vistola fino alle porte di Varsavia.

In questa drammatica situazione i vescovi polacchi, per smuovere le coscienze di tutti, inviarono delle lettere: alla nazione, agli Episcopati del mondo intero e al Papa, chiedendo a Benedetto XV preghiere e benedizione per la Polonia minacciata dai bolscevichi. La lettera dei vescovi è di grande importanza ed è d’attualità perché analizza l’ideologia comunista che i bolscevichi volevano imporre all’Europa e al mondo con le armi. I vescovi chiariscono che “per il nemico che ci combatte, la Polonia non è l’ultima meta della sua marcia; è piuttosto una tappa e una piattaforma di lancio verso la conquista del mondo (…) Il bolscevismo ha avvolto con una rete sovversiva, come un ragno, nazioni lontanissime dalla Russia (…) E oggi tutto è pronto per questa conquista del mondo. In tutti i Paesi vi sono schiere già organizzate, che aspettano soltanto il segnale di battaglia; fervono i preparativi di continui scioperi, che dovranno paralizzare la vita normale delle nazioni. La discordia fra le diverse classi sociali si sta trasformando in un odio esasperato e influenze internazionali bloccano astutamente ogni giudizio e autodifesa delle nazioni”. Allora vescovi volevano rendere tutti coscienti che in questa situazione “la Polonia è l’ultima barriera posta sulla strada del bolscevismo verso la conquista del mondo: se dovesse crollare, il bolscevismo si spanderebbe nel mondo intero, con tutta la sua potenza distruttrice. E l’ondata, che oggi minaccia di invadere il mondo, è veramente terribile”.

Le preoccupazioni dei vescovi polacchi erano fondati perché i capi bolscevichi a Mosca erano sempre più convinti della possibilità di conquistare l’Europa. Lenin, durante il II Congresso del Comintern (l’Internazionale Comunista, l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti), i primi di agosto 1920, affermava decisamente: “Sì, le truppe sovietiche sono a Varsavia. Fra poco avremo anche la Germania. Riconquisteremo l’Ungheria, e i Balcani si solleveranno contro il capitalismo. L’Italia tremerà. L’Europa borghese scricchiola da tutte le parti, in mezzo a questa tempesta”. Anche i militari ostentavano sicurezza: il maresciallo Michail Tuchacevskij diceva ai capi delle brigate della cavalleria cosacca: “Entro la fine dell’estate, si sentiranno gli zoccoli dei vostri cavalli per le strade di Parigi”.

Purtroppo, malgrado gli allarmi lanciati dalla Polonia il mondo rimase sordo alle richieste di aiuto dei polacchi. Sembrava che tutti, anche le cancellerie occidentali, erano rassegnati alla vittoria comunista e, paralizzati, non facevano niente. Invece nelle varie Chiese cominciarono le preghiere per la Polonia, sollecitate dallo stesso Pontefice.

La massiccia campagna di preghiere della Chiesa intera veniva derisa dagli ambienti socialisti e comunisti in Occidente. Il giornale socialista “Avanti” così derideva l’iniziativa del Pontefice: ”Il Papa fa assegnamento sull’intercessione della Madonna. (…) Sta fresco il Romano Pontefice se crede nell’efficacia della Vergine! Tre milioni di soldati indossano la divisa russa. (…) Questi soldati e i loro cannoni varranno assai più che non tutti i Rosari del mondo. Fra giorni ne avremo la prova”. Ma la realtà doveva smentire le sprezzanti parole dei rivoluzionari italiani.

In quei mesi terribili con i bolscevichi a pochi chilometri da Varsavia un ruolo importantissimo svolse mons. Achille Ratti, il primo nunzio apostolico nella rinata Polonia. Il Nunzio vaticano fu l’unico diplomatico, insieme all’ambasciatore turco, che nell’agosto del 1920 non lasciò la capitale, mentre tutto il corpo diplomatico fuggiva spaventato. Mons. Ratti partecipava alle preghiere organizzate durante la battaglia sulla Vistola. Fece anche un gesto molto coraggioso e simbolico che sollevò la morale dei combattenti: si recò a Radzymin sulla linea di fronte ancora durante la battaglia per far sentire la sua vicinanza ai soldati. Il futuro Papa Pio XI sapeva bene qual era la vera posta in gioco della guerra dicendo che “un angelo delle tenebre conduceva una gigantesca battaglia con l’angelo della luce”: per il Papa Ratti la Polonia sarebbe sempre rimasta “antemurale dell’Europa e del cristianesimo”.

Ovviamente, il ruolo capitale lo svolgeva la Chiesa della stessa Polonia che mobilitava la gente alla difesa della Patria. E grazie a questi appelli la gente si arruolava massicciamente nell’esercito. Chi non poteva combattere e rimaneva a casa, pregava perché era grande la paura dell’occupazione dei bolscevichi. La paura alimentata dalle notizie delle crudeltà commesse nelle zone già occupate. I sacerdoti stavano anche a fianco dei soldati polacchi. Alla storia è passato soprattutto uno di loro, padre Ignacy Skorupka, cappellano del 236° reggimento di fanteria composto dai volontari. P. Skorupka partecipava nella battaglia di Varsavia vestito sempre con la sottana. Il suo reggimento combatteva vicino la località Wołomin e subì importanti perdite. In un certo momento il cappellano si rese conto che era rimasto l’unico ufficiale in vita e che doveva prendere sulle sue spalle la responsabilità dei 250 soldati: con la croce in mano come unica arma guidò i giovani volontari al contrattacco sulle linee nemiche e morì.

Non si può parlare della battaglia di Varsavia senza menzionare gli eroici combattenti polacchi e il principale artefice della vittoria, il maresciallo Jozef Piłsudski. Questo grande statista polacco si rendeva conto del pericolo mortale che per l’Europa era il comunismo. Ma dall’altro lato era consapevole che l’Europa non si sarebbe mossa per difendersi contro questo pericolo e concedere degli aiuti alla Polonia. Allora difendendo la Patria difendeva la civiltà europea che correva un gravissimo rischio perché il giovane esercito polacco si trovava in una situazione difficilissima: l’esercito polacco si ritirava sul fronte di 500 chilometri davanti alla avanzata dei russi. I suoi consiglieri gli suggerivano di organizzare la linea di difesa lungo la Vistola intorno a Varsavia per mantenere ad ogni costo la capitale. Ma il maresciallo si rendeva conto che per fermare quasi due milioni di soldati bolscevichi ci volevano tantissimi soldati che lui non aveva a disposizione. Nella notte tra il 5 e 6 agosto egli si inventò un altro piano, tanto rischioso quanto geniale perché non previsto dai comandanti russi: dai resti dell’esercito formò 6 divisioni che attaccarono il fianco scoperto dell’Armata bolscevica al sud di Varsavia. Per fare questa manovra doveva privare la capitale della difesa, ma la manovra riuscì pienamente: i soldati russi sorpresi completamente da questo attacco audace cominciavano a perdere terreno e furono sconfitti, prima di poter riorganizzarsi.

Mons. Achille Ratti (futuro papa Pio XI), nunzio in Polonia durante la battaglia di Varsavia

Quando Achille Ratti divenne papa volle costruire nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo una nuova Cappella privata e vi fece collocare, a fianco del quadro della Madonna di Czestochowa, due dipinti del pittore polacco Jan Henryk Rosen di Leopoli con due fatti della storia della Polonia: da una parte la difesa del monastero di Jasna Gora di Czestochowa nel 1655 contro gli svedesi e dall’altra la battaglia di Varsavia – “Il miracolo sulla Vistola” appunto – con il valoroso p. Skorupka che con la croce in mano guida i soldati all’attacco. Questo omaggio del Papa Ratti ai difensori di Varsavia ci ricorda che tutti siamo loro debitori e che non dobbiamo scordarcene.

Durante l’udienza generale del 12 agosto, salutando i polacchi Leone XIV ha parlato della battaglia di Varsavia:

Saluto cordialmente i polacchi! Agosto è per voi un mese ricco di importanti anniversari. Per intercessione di Maria, il 15 agosto 1920, si compì la vittoria nella Battaglia di Varsavia, che cambiò il corso della storia della Polonia e dell’Europa“.

 

Wlodzimierz Redzioch

Wlodzimierz Redzioch è nato a Czestochowa (Polonia), si è laureato in Ingegneria nel Politecnico. Dopo aver continuato gli studi nell’Università di Varsavia, presso l’Istituto degli Studi africani, nel 1980 ha lavorato presso il Centro per i pellegrini polacchi a Roma. Dal 1981 al 2012 ha lavorato presso L’Osservatore romano. Dal 1995 collabora con il settimanale cattolico polacco Niedziela come corrispondente dal Vaticano e dall’Italia. Per la sua attività di vaticanista il 23 settembre 2000 ha ricevuto in Polonia il premio cattolico per il giornalismo «Mater Verbi»; mentre il 14 luglio 2006 Sua Santità Benedetto XVI gli ha conferito il titolo di commendatore dell’Ordine di San Silvestro papa. Autore prolifico, ha scritto diversi volumi sul Vaticano e guide ai due principali santuari mariani: Lourdes e Fatima. Promotore in Polonia del pellegrinaggio a Santiago de Compostela. In occasione della canonizzazione di Giovanni Paolo II ha pubblicato il libro “Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano” (Edizioni Ares, Milano 2014), con 22 interviste, compresa la testimonianza d’eccezione di Papa emerito Benedetto XVI. Nel 2024, per commemorare il 40mo anniversario dell’assassinio di don Jerzy Popiełuszko, ha pubblicato la sua biografia “Jerzy Popiełuszko. Martire del comunismo” (Edizioni Ares Milano 2024).