“Francesco mi ha chiamato figlio”
Salvatore Cernuzio racconta il legame filiale con Papa Francesco: confidenze, ironia e l’ultimo «grazie, scusi per il disturbo»
Il Papa dietro il Pontefice: In dialogo con Salvatore Cernuzio sul suo libro “Padre”
La figura di Francesco è stata analizzata sotto innumerevoli lenti: quella del diplomatico, del riformatore o del teologo delle periferie. Tuttavia, pochi hanno avuto il privilegio di varcare la soglia della solennità vaticana per scoprire l’uomo che, tra battute e momenti di profonda confidenza, è diventato semplicemente un padre. Nel suo nuovo libro, Salvatore Cernuzio mette da parte per un istante il rigore del cronista per offrire una testimonianza che nasce da un dono ricevuto: una relazione personale fatta di ascolto e vicinanza.
Quello che era iniziato come un rapporto professionale si è trasformato, nel tempo, in un legame filiale, suggellato da momenti di estrema vulnerabilità, come quel saluto speciale all’inizio di un ricovero in ospedale. In questa intervista per Exaudi, Cernuzio ci svela i retroscena di un’opera che è insieme catarsi e omaggio. Dai racconti di un Papa che smontava la formalità con l’ironia , ai suoi desideri più intimi di farsi “ponte” in terre martoriate come Kiev e Gaza , emerge il ritratto di un uomo che non ha mai nascosto la propria umanità, fatta di pregi, difetti e di una fede incrollabile.
Riviviamo insieme le lezioni di un magistero che ha spinto i giornalisti a “sporcarsi le suole delle scarpe” e scopriamo l’eredità profetica di un Pontefice che ha saputo guardare negli occhi il mondo, fino al suo ultimo, umile ringraziamento.
Salvatore, questo libro nasce da una relazione personale. Quando hai capito che non stavi più scrivendo solo su un Papa, ma su un padre?
Non avrei mai voluto fare un libro su Papa Francesco, perché temevo di dare l’impressione che, una volta morto, rendevo pubblici momenti intimi e privati. Una collega e amica, però, mi ha aperto gli occhi suggerendomi di mettere nero su bianco le tante cose viste, vissute, ascoltate. “Per me e per i miei figli”, prima che il tempo le cancelli dalla memoria. Allora ho iniziato ad appuntare tanti discorsi e tante scene che avevo in mente, ha preso una buona forma e soprattutto ho pensato che poteva essere un bene condividere con altri questo dono che, ancora non so perché, ho ricevuto.
Il tuo libro respira vicinanza. Non sembra una biografia, ma una conversazione nel tempo. Quando hai percepito che il rapporto con Francesco aveva superato il piano puramente giornalistico per diventare qualcosa di più intimo, quasi filiale?
Alla fine… Cioè in quel famoso incontro in ospedale di cui parlo nel primo capitolo. Non che Francesco non mi abbia negli anni precedenti dimostrato o rivelato il suo affetto, ma sapevo che aveva tanta gente a cui voleva bene, che riceveva spesso, a cui dedicava del tempo e che definiva come “figli”. Inclusi giornalisti. Ho sempre pensato di essere uno dei tanti. Il fatto però di aver pensato a me in un momento di massima incertezza, a inizio ricovero, solo per darmi il suo saluto perché non sapeva come andava a finire con la malattia, mi ha fatto rendere conto che forse, forse, avevo davvero un posto speciale nel suo cuore
Il titolo, Padre, è semplice e allo stesso tempo molto denso. Chi nomina davvero? Nomina il Papa, il sacerdote, il pastore… o anche l’uomo che ti ha accompagnato personalmente?
Nomina il padre gesuita che, in fondo, sentiva di essere; il padre spirituale che mi confessava prima di Pasqua e mi dava l’assoluzione ogni volta che partivo; il padre a cui potevo raccontare di tutto, anche cose molto riservate, e che aveva tempo per ascoltare e una parola di consiglio e direzione e con cui condividevo merende e regali.
C’è stato un episodio concreto che ti ha fatto scegliere questo titolo?
Non uno in particolare, l’ho chiamato da subito così. Mi è venuto naturale, lui non ha mai corretto e da lì è rimasto padre.
Le ultime parole di Francesco che racconti sono di una umiltà disarmante. Che cosa hai provato ascoltandole? Quel “grazie, scusi per il disturbo” prima di morire ha qualcosa di profondamente evangelico. Ti ha cambiato personalmente assistere a un finale così?
Sono parole perfettamente in linea con il suo modo di essere. Era abbastanza intransigente sull’educazione, da dare e da ricevere. Si alzava sempre, ad esempio, quando entrava un ospite nel suo appartamento, anche se faceva grande fatica. Dal garage, di ritorno dai giri per Roma, aspettava che tutti uscissero e rimaneva in piedi sulla porta per salutare. Non mi ha stupito che all’infermiere Stefano abbia detto queste parole di ringraziamento. Mi hanno commosso, quello sì, perché come tutti gli anziani soffriva della scarsa autonomia e magari davvero in quel momento si sentiva “di disturbo”.
Che cosa dice del suo modo di vivere l’autorità?
Teneva in considerazione tutti quelli che lavoravano al suo servizio: dai segretari ai gendarmi alle cuoche di Santa Marta. C’erano persone che voleva sempre che fossero presenti e ha governato provando a tenere sempre presente anche le difficoltà e le debolezze della gente. Poi a volte magari capitava che si potesse arrabbiare per qualcosa o prendere scelte istintive, ma la sua grandezza era proprio questa: non aver mai nascosto la sua umanità. Fatta di pregi e difetti, ma sempre, come diceva, accompagnata dalla grazia di Dio.
Nel libro emergono desideri che Francesco non ha potuto realizzare: Gaza, Kiev, perfino le Canarie. Che cosa rivelano queste mete? Più che viaggi, sembrano gesti pastorali. Ne parlava come strategia diplomatica o come impulso del cuore? Che cosa diceva quando pensava ai bambini della guerra?
Kiev voleva visitarla solo con Mosca. Era un progetto idealista, voleva essere lui il ponte, la chiave del dialogo. C’era certamente una strategia diplomatica in questo. Gaza era un semplice desiderio di abbracciare e toccare con mano quei bambini che, dopo oltre 400 chiamate, aveva imparato a conoscere nei volti e nei nomi. E poi magari la sua presenza avrebbe portato ad una tregua. Le Canarie erano il terzo atto dopo Lampedusa e Lesbo: Papa Francesco di nuovo in mezzo a un punto vivo della tragedia migratoria.
Nel tuo racconto appare un Papa profondamente umano: ironico, affettuoso, spontaneo. Quale tratto ti sorprendeva di più lontano dalle telecamere? Ci sono momenti in cui Francesco smonta la solennità vaticana con una battuta. Qual è il gesto quotidiano che meglio racconta l’uomo dietro il pontificato?
Beh, battute e barzellette erano proprio la sua specialità. Era simpatico e amava risultare simpatico alla gente: che fossi io o una suora, un cardinale, un re, un primo ministro, rompeva il ghiaccio con qualche frase umoristica, a volte anche irriverente. Aveva una grande ironia, una memoria incredibile, una capacità di farti sentire in quel momento ascoltato e visto
Questo libro è anche il tuo commiato personale? Oltre al ritratto del Papa, si percepisce una emozione trattenuta. Scrivere Padre è stato anche un modo per elaborare il distacco?
Sì, in alcuni momenti è stata una specie di catarsi. Più di tutto, però, vuole essere un omaggio a Francesco.
Francesco parlava spesso di una “terza guerra mondiale a pezzi”. La sua era una lettura più profetica che politica? Sentivi che parlava da capo di Stato o da pastore ferito dalla sofferenza umana?
Parlava sia da capo di Stato che da pastore. E, da una parte, c’era l’impeto di dover agire e intervenire o anche la frustrazione di non poter fare quello che aveva voluto, come nel caso di Russia e Ucraina. Dall’altra, c’era una profonda sofferenza per i ragazzi costretti a combattere, per i giovani che non tornavano a casa dalle mamme, per i bambini sotto le bombe. La chiamata a Gaza era esemplificativa di questo.
Dopo averlo conosciuto da vicino, quale parola definisce meglio il suo lascito? Misericordia, periferie, riforma… molti termini sono stati usati. Tu, che lo hai frequentato personalmente, quale sceglieresti e perché?
Profezia, direi. Nel senso che Papa Francesco è stato tra i primi a vedere i punti deboli e le crisi della Chiesa e intervenire, ha capito che in un mondo che corre così veloce la Chiesa non può restare indietro con la sua voce e il suo messaggio, ha visto quali erano gli scossoni da dare, quali porte aprire e dove avviare processi – senza occupare spazi, come diceva – e quali temi invece erano da discutere senza provocare strappi.
Che cosa ti ha insegnato Francesco sul giornalismo? Come collega e amico, ti ha dato consigli espliciti o impliciti?
Mi ha insegnato a “sporcarmi la suola delle scarpe”, cioè a non limitarmi a guardare tutto da dietro un computer o uno smartphone ma a immergermi in una realtà, a guardare negli occhi la gente di cui si parla in un articolo. I consigli non erano diretti, il Papa era curioso sul mondo della comunicazione e lo divertivano alcune dinamiche, io ogni tanto gli raccontavo procedure, filiere, aneddoti di questo lavoro e lui era molto interessato. Sicuramente come Pontefice ci ha stimolato ad essere sempre pronti e attivi, anche la sera, anche i sabati e le domeniche pomeriggio, a sviluppare una capacità immediata di catturare parole a braccio, visto che si distaccava sempre dal discorso scritto, a capire il valore dei gesti che spesso valgono più delle parole.
Se potessi fargli un’ultima domanda, quale sarebbe?
Vorrei chiedergli se sia morto sereno. Sereno della sua vita, del suo pontificato, di come ha vissuto l’ultimo periodo in mezzo a tante sofferenze fisiche. Immagino di sì, perché era volontà di Dio e Papa Francesco vi si affidava totalmente.

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