22 Marzo, 2026

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Feriti: Testimonianze che guariscono silenziosamente l’anima

Un documentario che rivela la misericordia di Dio all'ombra dell'aborto, invitando alla riconciliazione e alla speranza eterna

Feriti: Testimonianze che guariscono silenziosamente l’anima

Ho appena lasciato il cinema con il cuore che batteva forte, non per un climax drammatico, ma per la profonda quiete che accompagna una testimonianza autentica. ” Ferito” (2025), diretto da Borja Martínez-Echevarría, non è solo un documentario; è un abbraccio silenzioso per chi porta un fardello invisibile. Come cattolico che apprezza il cinema come strumento di evangelizzazione, lo consiglio vivamente: guardate questo film non per giudicare, ma per guarire, per ricordare che nessuna ferita sfugge all’amore infinito di Dio. Nei suoi 77 minuti, quest’opera umile ma potente ci immerge in quattro storie vere che illustrano come l’aborto lasci una “ferita che non sanguina, ma pulsa silenziosamente per anni”. È un invito didattico a comprendere il dolore post-aborto da una prospettiva basata sulla fede, senza cadere nella polarizzazione, ma piuttosto elevandosi verso la misericordia che Cristo offre nella confessione e nel perdono.

Immaginiamo per un attimo il deserto emotivo che segue una decisione presa nella tempesta della vita: pressione sociale, paura del futuro, solitudine. ” Wounded” non inizia con fredde statistiche o dibattiti ideologici – sebbene, didatticamente, ci ricordi che persino gli esperti pro-aborto riconoscono queste conseguenze psicologiche. Ci presenta invece quattro protagonisti anonimi, ispirati da testimonianze autentiche: tre donne e un uomo che, anni dopo, rompono il silenzio sul loro dolore. Non sono attori che provano battute; sono sensibili ricreazioni intrecciate con immagini poetiche della natura – zone umide che simboleggiano la stagnazione emotiva, deserti che evocano l’aridità spirituale – e sculture devozionali come la Madonna di Medjugorje o San Giuseppe con Gesù Bambino, che ci ricordano che la vera guarigione viene dal Cielo.

Il film analizza la “sindrome post-aborto” non come una rigida diagnosi medica, ma come una realtà umana dalle molteplici sfaccettature: il vuoto mascherato da apatia quotidiana, la rabbia che esplode nelle relazioni interrotte, le dipendenze che mascherano il vuoto di un dolore perinatale irrisolto. Una delle testimonianze, ad esempio, racconta come una fobia irrazionale per i bambini abbia rivelato, dopo terapia e preghiera, le sue radici in una perdita non elaborata. Qui risiede la genialità di Martínez-Echevarría: trasforma la clinica in catechesi vivente. Ci insegna che l’aborto non è una “cancellazione” della storia personale, ma un capitolo che, se ignorato, infetta il resto del libro della vita. Ma, ah, che bellezza nella sua svolta di speranza! Ogni storia ruota attorno alla guarigione, non come un magico oblio, ma come “imparare a guardare il passato senza dolore”, grazie al perdono.

Ferito” brilla come un faro di misericordia divina. In un’intervista rivelatrice, il regista confessa che il progetto è nato da una testimonianza che lo ha scosso: “Nessuno ha l’autorità di giudicare”, afferma, evocando la parabola del fariseo e del pubblicano (Luca 18,9-14), ricordandoci che solo Dio scruta i cuori. I protagonisti, dopo aver toccato “il cuore di Cristo”, diventano “apostoli della Vita”, come dice Monsignor Munilla. È istruttivo vedere come la confessione sacramentale agisca come un balsamo: non relativizza il peccato, ma lo trasforma in terreno sacro per la redenzione. Jesús Chavarría di Spei Mater spiega che la guarigione comprende l’aspetto fisico, psicologico e spirituale, culminando nel perdono di sé – quell’inafferrabile perdono di sé che richiede tempo, preghiera e, sì, la grazia di Dio. È interessante notare che la storia cita il dottor Bernard Nathanson, l’abortista convertito che, dopo aver visto un’ecografia, riconobbe la vita nel suo bambino perduto. La sua storia è un’eco di quella di Saulo sulla via di Damasco, a dimostrazione che nessuna conversione è mai troppo tardi.

Ciò che rende “Wounded” così avvincente e coinvolgente – sì, un documentario può esserlo – è la sua cruda e genuina onestà. Non ci sono cattivi o eroi precostituiti; ci sono esseri umani fragili che, nella loro vulnerabilità, riflettono il nostro bisogno di misericordia. Come spettatore, sono rimasto profondamente commosso da una scena ricreata in cui una madre, anni dopo, dà il nome al suo bambino perduto in una cerimonia simbolica: è un rituale di lutto benedetto dalla Chiesa, che ci ricorda il battesimo del desiderio e la comunione dei santi. Il film ci insegna con delicatezza la devozione mariana – una protagonista trova conforto a Medjugorje – e il ruolo di San Giuseppe come protettore della vita vulnerabile. È un vivido richiamo all’enciclica Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II  : l’aborto ferisce non solo il nascituro, ma l’intera famiglia umana, eppure Cristo è il Medico che guarisce.

In un mondo che spesso mette a tacere queste ferite per evitare “controversie” – come se negare il dolore potesse guarire – “Wounded” è un atto di carità cinematografica. Martínez-Echevarría lo dice chiaramente: “È come il foglietto illustrativo di un medicinale: bisogna avvertire degli effetti collaterali per aiutare”. E in quell’avvertimento risiede la speranza: il pubblico è invitato non solo a guardare, ma ad agire, magari partecipando a un ritiro spirituale o semplicemente ascoltando un amico in silenzio.

Consiglio vivamente “Ferite”: portatelo nelle parrocchie, nei gruppi giovanili o nelle famiglie. È perfetto per l’Avvento, la Quaresima e i tempi di conversione. Non ve ne andrete con lacrime secche, ma con un rinnovato fuoco di vita e di perdono. Perché, come mostra il film, non è mai troppo tardi perché Dio trasformi le nostre ferite in ali. Andate a vederlo al cinema; la vostra anima vi ringrazierà per il viaggio.

Javier Ferrer García

Soy un apasionado de la vida. Filósofo y economista. Mi carrera profesional se ha enriquecido con el constante deseo de aprender y crecer tanto en el ámbito académico como en el personal. Me considero un ferviente lector y amante del cine, lo cual me permite tener una perspectiva amplia y diversa sobre el mundo que nos rodea. Como católico comprometido, busco integrar mis valores en cada aspecto de mi vida, desde mi carrera profesional hasta mi rol como esposo y padre de familia