È possibile misurare la sofferenza umana?
Una domanda scomoda per la medicina
La sofferenza umana è una delle realtà più complesse e difficili da definire nella pratica medica e bioetica contemporanea. Oltre al dolore fisico, essa comprende dimensioni emotive, esistenziali e sociali che sfuggono a qualsiasi tentativo di misurazione oggettiva. Questo articolo analizza la natura multidimensionale della sofferenza, la sua rilevanza nel contesto clinico e giuridico – soprattutto dopo la legalizzazione dell’eutanasia in Spagna – e le difficoltà etiche che si presentano nel determinare quando una condizione può essere considerata intollerabile o irreversibile.
Nella pratica clinica contemporanea, pochi concetti sono tanto cruciali e, al tempo stesso, sfuggenti quanto quello della sofferenza. Nonostante la sua centralità in medicina, in particolare nell’ambito delle malattie gravi, della cronicizzazione e delle cure di fine vita, la letteratura scientifica rivela una notevole carenza di classificazione. Questa lacuna non è meramente accademica: ha conseguenze dirette sul processo decisionale clinico, etico e giuridico.
In Spagna, la Legge Organica 3/2021 sull’eutanasia introduce un elemento particolarmente rilevante. Tra i due motivi per richiederla, viene elencata l’esistenza di una “sofferenza intollerabile”. Questa formulazione, apparentemente chiara, presenta notevoli difficoltà: come si misura la sofferenza? Che tipo di sofferenza si intende? In base a quali criteri può essere classificata come intollerabile o irreversibile?
Il primo problema è concettuale. Come già sottolineato dal medico americano Eric J. Cassell, la sofferenza non si identifica esclusivamente con il dolore fisico, né si limita ad esso; piuttosto, costituisce una minaccia percepita all’integrità della persona nella sua interezza. Da ciò scaturisce un’affermazione cruciale: non sono i corpi a soffrire, ma le persone. Questa idea ci impone di abbandonare qualsiasi tentativo di ridurre la sofferenza a parametri puramente biologici e di riconoscerne la natura radicalmente impersonale.
Tuttavia, questa espansione concettuale introduce una seconda difficoltà: si tratta di un’esperienza soggettiva. A differenza di altri parametri clinici (un risultato di laboratorio o un esame di diagnostica per immagini), non può essere quantificata direttamente. Può essere solo riferita dalla persona che la vive. E ciò che costituisce una fonte di sofferenza per una persona potrebbe non esserlo per un’altra. Questa soggettività rende la sua valutazione clinica indiretta e mediata dall’interpretazione.
Le tre dimensioni della sofferenza
Data tale complessità, è essenziale procedere verso una classificazione, anche se solo di natura operativa. Da una prospettiva di medicina integrativa, si possono distinguere almeno tre dimensioni rilevanti della sofferenza:
- Organico . Deriva da alterazioni fisiche misurabili: dolore, mancanza di respiro, affaticamento cronico, ecc. Ha una base biologica identificabile e, in linea di principio, è suscettibile di intervento terapeutico. Tuttavia, la relazione tra lesione e sofferenza è complessa: il dolore non sempre genera sofferenza proporzionale e non tutta la sofferenza è dovuta a danni organici.
- Sofferenza emotiva o psicologica . Legata a stati affettivi come ansia, depressione, paura e senso di colpa. Questo tipo di sofferenza può coesistere con una malattia organica o manifestarsi in modo relativamente indipendente. La sua rilevanza è innegabile in contesti quali la diagnosi di una malattia grave e la perdita di autonomia.
- Esistenziale o spirituale . Questa è probabilmente la più difficile da studiare. Si riferisce alla percezione di una perdita di significato, identità o dignità. Si manifesta paradigmaticamente in situazioni di malattia avanzata, dipendenza o estrema vulnerabilità. Ci ricorda che gli esseri umani sono, in essenza, Homo patiens.
A queste dimensioni dobbiamo aggiungerne altre complementari. Ad esempio, la sofferenza sociale, derivante dall’isolamento o dalla perdita di ruolo. O la sofferenza morale, associata a conflitti di valori. Insieme, queste forme costituiscono un’esperienza multidimensionale che non può essere frammentata senza impoverirne la comprensione.
La sofferenza invisibile
È inoltre opportuno sottolineare che la sofferenza non si limita ai contesti clinici classici. È presente in molte situazioni umane, molte delle quali invisibili o non sufficientemente riconosciute.
Un esempio significativo è il suicidio. In Spagna, secondo i dati ufficiali, nel 2024 si sono registrati 3.953 decessi per questa causa. Questa cifra da sola rivela che la sofferenza, soprattutto quella di natura psicologica, è un fenomeno molto più ampio, profondo e diffuso di quanto spesso si riconosca nel dibattito pubblico.
La sofferenza che conduce al suicidio non è sempre visibile o facilmente oggettiva, ma la sua realtà è innegabile.
Curabile o irreversibile?
Un altro problema è la difficoltà nel distinguere tra sofferenza curabile e sofferenza considerata irreversibile.
Dal punto di vista clinico, l’irreversibilità è solitamente associata alla progressione di una malattia o alla mancanza di alternative terapeutiche efficaci. Tuttavia, quando la sofferenza è di natura psicologica o esistenziale, questa categoria diventa straordinariamente incerta. L’anamnesi clinica dimostra che le esperienze di sofferenza intensa possono essere modificate nel tempo attraverso interventi terapeutici, supporto o cambiamenti di vita.
Infine, la sofferenza associata alla malattia mentale merita un’attenzione particolare. Si tratta di una forma di sofferenza unica, caratterizzata dalla sua intensità e, a volte, dalla difficoltà di comunicarla. Inoltre, è spesso accolta con sospetto o sottovalutazione sociale, il che aggrava ulteriormente la sofferenza stessa.
In definitiva, la sofferenza umana non è una quantità facilmente misurabile, ma un’esperienza complessa, multidimensionale e profondamente personale. La medicina deve resistere alla tentazione di semplificarla eccessivamente. Il diritto, quando la utilizza come criterio decisivo, deve farlo con piena consapevolezza dei suoi limiti. Perché laddove tentiamo di misurare, la sofferenza ci ricorda che la comprensione rimane, in ultima analisi, il compito essenziale.
José María Domínguez. Presidente della Commissione di Etica e Deontologia Professionale dell’Ordine dei Medici spagnolo. Membro dell’Osservatorio di Bioetica. Istituto di Scienze della Vita. Università Cattolica di Valencia.
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