Compassione e Pace: l’appello di Papa Leone XIV nel 2025
Udienza Generale
Papa Leone XIV esorta l’umanità a praticare la compassione attiva e a cercare la pace nel mezzo degli attuali conflitti, soprattutto in Ucraina e a Gaza, ricordandoci che aiutare il prossimo è un atto di umanità che trascende tutte le religioni.
Nell’Udienza Generale di oggi, 28 maggio 2025, Papa Leone XIV ha rivolto ancora una volta un potente messaggio alla comunità internazionale e a tutti i credenti sull’importanza della compassione e sull’urgenza della pace. Nei suoi recenti interventi, il Santo Padre sottolinea che la compassione non è semplicemente un sentimento religioso, ma un imperativo umano fondamentale che deve guidarci nelle nostre azioni quotidiane.
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Durante un’udienza generale, il Papa ha riflettuto sulla parabola del Buon Samaritano, sottolineando che la vera compassione richiede di fermarsi, di impegnarsi e di agire a favore degli altri, anche quando la fretta o l’indifferenza sembrano più opportune. L’urgenza di prendersi cura della sofferenza altrui e di tendere la mano, indipendentemente da chi stia aiutando, è un appello che trascende confini e convinzioni.
Inoltre, Papa Leone XIV ha lanciato un forte appello alla pace nelle zone di conflitto, in particolare in Ucraina e nella Striscia di Gaza. Nel suo discorso, ha chiesto un cessate il fuoco immediato e ha sottolineato che la violenza genera solo più dolore e distruzione. Ha ricordato che la ricerca della pace è una responsabilità condivisa e che l’umanità deve lavorare insieme per sanare le ferite e costruire un futuro in cui prevalga la fratellanza.
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In un mondo in cui divisioni e conflitti sembrano perpetuarsi, il messaggio del Papa è un invito alla speranza e all’azione. Aiutare gli altri, afferma, è un atto di umanità che arricchisce tutti noi e ci avvicina alla costruzione di un mondo più giusto e solidale.
Testo completo:
Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Le parabole. 7. Il samaritano. Passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione (Lc 10,33b)
Cari fratelli e sorelle,
continuiamo a meditare su alcune parabole del Vangelo che sono un’occasione per cambiare prospettiva e aprirci alla speranza. La mancanza di speranza, a volte, è dovuta al fatto che ci fissiamo su un certo modo rigido e chiuso di vedere le cose, e le parabole ci aiutano a guardarle da un altro punto di vista.
Oggi vorrei parlarvi di una persona esperta, preparata, un dottore della Legge, che ha bisogno però di cambiare prospettiva, perché è concentrato su sé stesso e non si accorge degli altri (cfr Lc 10,25-37). Egli infatti interroga Gesù sul modo in cui si “eredita” la vita eterna, usando un’espressione che la intende come un diritto inequivocabile. Ma dietro questa domanda si nasconde forse proprio un bisogno di attenzione: l’unica parola su cui chiede spiegazioni a Gesù è il termine “prossimo”, che letteralmente vuol dire colui che è vicino.
Per questo Gesù racconta una parabola che è un cammino per trasformare quella domanda, per passare dal chi mi vuole bene? al chi ha voluto bene? La prima è una domanda immatura, la seconda è la domanda dell’adulto che ha compreso il senso della sua vita. La prima domanda è quella che pronunciamo quando ci mettiamo nell’angolo e aspettiamo, la seconda è quella che ci spinge a metterci in cammino.
La parabola che Gesù racconta ha, infatti, come scenario proprio una strada, ed è una strada difficile e impervia, come la vita. È la strada percorsa da un uomo che scende da Gerusalemme, la città sul monte, a Gerico, la città sotto il livello del mare. È un’immagine che già prelude a ciò che potrebbe succedere: accade infatti che quell’uomo viene assalito, bastonato, derubato e lasciato mezzo morto. È l’esperienza che capita quando le situazioni, le persone, a volte persino quelli di cui ci siamo fidati, ci tolgono tutto e ci lasciano in mezzo alla strada.
La vita però è fatta di incontri, e in questi incontri veniamo fuori per quello che siamo. Ci troviamo davanti all’altro, davanti alla sua fragilità e alla sua debolezza e possiamo decidere cosa fare: prendercene cura o fare finta di niente. Un sacerdote e un levita scendono per quella medesima strada. Sono persone che prestano servizio nel Tempio di Gerusalemme, che abitano nello spazio sacro. Eppure, la pratica del culto non porta automaticamente ad essere compassionevoli. Infatti, prima che una questione religiosa, la compassione è una questione di umanità! Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani.
Possiamo immaginare che, dopo essere rimasti a lungo a Gerusalemme, quel sacerdote e quel levita abbiano fretta di tornare a casa. È proprio la fretta, così presente nella nostra vita, che molte volte ci impedisce di provare compassione. Chi pensa che il proprio viaggio debba avere la priorità, non è disposto a fermarsi per un altro.
Ma ecco che arriva qualcuno che effettivamente è capace di fermarsi: è un samaritano, uno quindi che appartiene a un popolo disprezzato (cfr 2Re 17). Nel suo caso, il testo non precisa la direzione, ma dice solo che era in viaggio. La religiosità qui non c’entra. Questo samaritano si ferma semplicemente perché è un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto.
La compassione si esprime attraverso gesti concreti. L’evangelista Luca indugia sulle azioni del samaritano, che noi chiamiamo “buono”, ma che nel testo è semplicemente una persona: il samaritano si fa vicino, perché se vuoi aiutare qualcuno non puoi pensare di tenerti a distanza, ti devi coinvolgere, sporcare, forse contaminare; gli fascia le ferite dopo averle pulite con olio e vino; lo carica sulla sua cavalcatura, cioè se ne fa carico, perché si aiuta veramente se si è disposti a sentire il peso del dolore dell’altro; lo porta in un albergo dove spende dei soldi, “due denari”, più o meno due giornate di lavoro; e si impegna a tornare ed eventualmente a pagare ancora, perché l’altro non è un pacco da consegnare, ma qualcuno di cui prendersi cura.
Cari fratelli e sorelle, quando anche noi saremo capaci di interrompere il nostro viaggio e di avere compassione? Quando avremo capito che quell’uomo ferito lungo la strada rappresenta ognuno di noi. E allora la memoria di tutte le volte in cui Gesù si è fermato per prendersi cura di noi ci renderà più capaci di compassione.
Preghiamo, dunque, affinché possiamo crescere in umanità, così che le nostre relazioni siano più vere e più ricche di compassione. Chiediamo al Cuore di Cristo la grazia di avere sempre di più i suoi stessi sentimenti.
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APPELLO
In questi giorni il mio pensiero va spesso al popolo ucraino, colpito da nuovi, gravi attacchi contro civili e infrastrutture. Assicuro la mia vicinanza e la mia preghiera per tutte le vittime, in particolare per i bambini e le famiglie. Rinnovo con forza l’appello a fermare la guerra e a sostenere ogni iniziativa di dialogo e di pace. Chiedo a tutti di unirsi nella preghiera per la pace in Ucraina e ovunque si soffre per la guerra.
Dalla Striscia di Gaza si leva sempre più intenso al Cielo il pianto delle mamme e dei papà, che stringono a sé i corpi senza vita dei bambini, e che sono continuamente costretti a spostarsi alla ricerca di un po’ di cibo e di un riparo più sicuro dai bombardamenti. Ai responsabili rinnovo il mio appello: cessate il fuoco, siano liberati tutti gli ostaggi, si rispetti integralmente il diritto umanitario!
Maria, Regina della Pace, prega per noi!
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Saluti
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i Religiosi della Congregazione di Gesù e Maria (Eudisti) che ricordano il centenario di canonizzazione del loro fondatore; le Suore di San Giuseppe dell’Apparizione che hanno terminato il Capitolo Generale; i novizi del Frati Minori, le Missionarie e le ex allieve di Maria Ausiliatrice.
Saluto inoltre i gruppi parrocchiali, tra cui l’Unità pastorale Santa Lucia, Torricchio e Uzzano Castello, la parrocchia di Maria Santissima in Selva Candida di Roma e quella di San Giuseppe in Treviso.
Accolgo con affetto le scolaresche qui presenti, con un saluto speciale per l’Istituto Modugno-Moro di Barletta e la Scuola Giulio Cesare di Roma.
Il mio pensiero va infine ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Pensando alla imminente Solennità dell’Ascensione del Signore, incoraggio ciascuno a diffondere e testimoniare, come gli Apostoli, il Vangelo di Cristo. A tutti la mia benedizione!
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