16 Marzo, 2026

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Cardinale Arizmendi: Dio ha scelto di nascere e vivere in povertà

Natale autentico: l'Incarnazione di Cristo come opzione di Dio per i poveri

Cardinale Arizmendi: Dio ha scelto di nascere e vivere in povertà

Il cardinale  Felipe Arizmendi, vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas e responsabile della Dottrina della fede presso la  Conferenza episcopale messicana (CEM), offre ai lettori di Exaudi il suo articolo settimanale.

FATTI

Natale, un momento prezioso per la contemplazione e la celebrazione del mistero che ha cambiato la storia; un momento per la famiglia e l’amicizia; un momento in cui aneliamo alla pace e all’armonia; un momento d’inverno, di freddo, in cui tutto si secca, ma come processo verso la primavera tanto attesa.

Tuttavia, per molti è un periodo di vacanze, feste, regali, eccessi e shopping sfrenato, senza nulla a che fare con Gesù, senza partecipare alle celebrazioni liturgiche, senza le tradizionali posadas e senza alcuna conversione di vita. Un Natale senza Cristo! Un Natale con uno spirito completamente contrario al Vangelo!

FULMINE

Papa Leone XIV, nella sua esortazione  Dilexi te,  sull’amore per i poveri, ci guida ancora una volta su ciò che implica l’Incarnazione del Figlio del Padre. Egli afferma:

DIO SCEGLIE I POVERI. Dio è amore misericordioso, e il suo disegno d’amore, che si dispiega e si realizza nella storia, è soprattutto la sua discesa e la sua venuta tra noi per liberarci dalla schiavitù, dalla paura, dal peccato e dal potere della morte. Con sguardo misericordioso e cuore pieno d’amore, si è rivolto alle sue creature, assumendo la loro condizione umana e, pertanto, la loro povertà. Proprio per condividere i limiti e le fragilità della nostra natura umana, egli stesso si è fatto povero, è nato nella carne come noi, lo abbiamo conosciuto nella piccolezza di un bambino deposto in una mangiatoia e nell’estrema umiliazione della croce; lì ha condiviso la nostra povertà radicale, che è la morte. È facile comprendere, allora, perché si possa parlare anche teologicamente di opzione preferenziale di Dio per i poveri, un’espressione nata nel contesto del continente latinoamericano e in particolare nell’Assemblea di Puebla, ma che è stata ben integrata nel successivo Magistero della Chiesa. Questa “preferenza” non indica mai un esclusivismo o una discriminazione verso altri gruppi, cosa che in Dio sarebbe impossibile; ciò vuole sottolineare l’azione di Dio che ha compassione della povertà e della debolezza di tutta l’umanità e, volendo inaugurare un Regno di giustizia, di fraternità e di solidarietà, si preoccupa in modo particolare di quanti sono discriminati e oppressi, chiedendo anche a noi, sua Chiesa, un’opzione ferma e radicale in favore dei più deboli  (16).

In questa prospettiva, possiamo comprendere i numerosi passi dell’Antico  Testamento  in cui Dio è presentato come l’amico e il liberatore dei poveri, colui che ascolta il grido dei poveri e interviene per liberarli (cfr Sal 34,7). Dio, rifugio dei poveri, attraverso i profeti – ricordiamo in particolare Amos e Isaia – denuncia le iniquità commesse contro i più deboli e rivolge a Israele l’esortazione a rinnovare il culto dall’interno, perché non si può pregare od offrire sacrifici opprimendo i più deboli e i più poveri. Fin dall’inizio, la Scrittura manifesta con grande intensità l’amore di Dio attraverso la protezione dei deboli e dei più poveri, al punto da poter parlare di una vera e propria “debolezza” di Dio nei loro confronti. Il cuore di Dio ha un posto preferenziale per i poveri. Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri  (17).

Gesù, il Messia povero. Tutta la storia veterotestamentaria della predilezione di Dio per i poveri e del desiderio divino di ascoltare il loro grido – a cui ho accennato brevemente – trova la sua piena realizzazione in Gesù di Nazareth. Nella sua incarnazione, Egli «svuotò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana» (Fil 2,7), ci ha portato la salvezza. Si tratta di una povertà radicale, fondata sulla sua missione di rivelare il vero volto dell’amore divino (cfr Gv 1,18; 1 Gv 4,9). Per questo, con una delle sue mirabili sintesi, san Paolo può affermare: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9)  (18).

Il Vangelo, infatti, mostra come questa povertà abbia toccato ogni aspetto della sua vita. Fin dalla nascita, Gesù ha sperimentato le difficoltà del rifiuto. L’evangelista Luca, raccontando l’arrivo a Betlemme di Giuseppe e Maria, prossima al parto, osserva con amarezza: «Non c’era posto per loro nell’albergo» (Lc 2,7). Gesù nasce in condizioni umili; appena nato, viene deposto in una mangiatoia e, ben presto, per salvarlo dalla morte, i suoi genitori fuggono in Egitto (cfr Mt 2,13-15). All’inizio del suo ministero pubblico, viene espulso da Nazaret dopo aver annunciato che era giunto per lui l’anno di grazia, di cui si rallegrano i poveri (cfr Lc 4,14-30). Non trova un luogo accogliente nemmeno al momento della sua morte, quando viene condotto fuori da Gerusalemme per essere crocifisso (cfr Mc 15,22). Questa condizione riassume bene la povertà di Gesù. Questa è la stessa esclusione che caratterizza la definizione dei poveri: sono gli esclusi dalla società. Gesù è la rivelazione di questo privilegio dei poveri. Egli si presenta al mondo non solo come un Messia povero, ma come il Messia dei poveri e per i poveri  (19).

Vi sono alcuni indizi sulla posizione sociale di Gesù. In primo luogo, egli lavorava come artigiano o falegname, téktōn (cfr. Mc 6,3). Si trattava di una categoria di persone che viveva del lavoro manuale. Inoltre, non possedendo terreni, erano considerati inferiori ai contadini. Quando il bambino Gesù fu presentato al Tempio da Giuseppe e Maria, i suoi genitori offrirono una coppia di tortore o giovani colombi (cfr. Lc 2,22-24), che, secondo le prescrizioni del Libro del Levitico (cfr. 12,8), era l’offerta dei poveri. Un significativo episodio evangelico racconta come Gesù, insieme ai suoi discepoli, raccogliesse spighe per mangiarle mentre camminavano per i campi (cfr. Mc 2,23-28), e questa attività – spigolare – era permessa solo ai poveri. Gesù stesso dirà poi di sé: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi; ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,20; Lc 9,58). Egli, infatti, è un maestro itinerante, la cui povertà e precarietà è segno del suo legame con il Padre ed è ciò che viene richiesto anche a chi vuole seguirlo sulla via del discepolato, proprio perché la rinuncia ai beni, alle ricchezze e alle sicurezze di questo mondo sia segno visibile della fiducia in Dio e nella sua provvidenza (20).

All’inizio del suo ministero pubblico, Gesù si presentò nella sinagoga di Nazareth leggendo il libro del profeta Isaia e applicando a sé le parole del profeta: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18; cfr Is 61,1). Egli si presentò così come colui che viene a manifestare nel momento presente della storia la vicinanza amorevole di Dio, che è anzitutto opera di liberazione per quanti sono prigionieri del male, per i deboli e i poveri. I segni che accompagnavano la predicazione di Gesù erano manifestazione dell’amore e della compassione con cui Dio guarda i malati, i poveri e i peccatori che, a causa della loro condizione, erano emarginati dalla società, ma anche dalla religione. Egli aprì gli occhi ai ciechi, guarì i lebbrosi, risuscitò i morti e annunciò il lieto annuncio ai poveri; Dio si fece vicino, Dio li amò (cfr Lc 7,22). Ecco perché Egli proclama: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio!» (Lc 6,20). Dio, infatti, mostra una predilezione per i poveri; la parola di speranza e di liberazione del Signore è rivolta a loro, e perciò, anche nella condizione di povertà o di debolezza, nessuno deve sentirsi abbandonato. E la Chiesa, se vuole appartenere a Cristo, deve essere la Chiesa delle Beatitudini, una Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina in povertà con i poveri, un luogo dove i poveri hanno una posizione privilegiata (cfr Gc 2,2-4)  (21).

I poveri e i malati, incapaci di provvedere ai propri bisogni, erano spesso costretti a mendicare. A ciò si aggiungeva il peso della vergogna sociale, alimentata dalla convinzione che la malattia e la povertà fossero legate a qualche peccato personale. Gesù si oppose fermamente a questo modo di pensare, affermando che Dio «fa sorgere il suo sole sui malvagi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45). Anzi, capovolse completamente questa visione, come è ben esemplificato nella parabola del ricco e del povero Lazzaro: «Figlio, ricòrdati che tu hai ricevuto i tuoi beni nella vita e Lazzaro i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti» (Lc 16,25)  (22).

È chiaro, allora, che dalla nostra fede in Cristo, fattosi povero e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, scaturisce la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società. Mi chiedo spesso perché, nonostante la Sacra Scrittura sia così precisa sui poveri, molti continuino a pensare di poterli escludere dalla propria cura»  (23).

AZIONI

Esaminiamo con sincerità ciò che Dio ci dice attraverso il Papa e lasciamo che il nostro Natale sia fedele all’esempio di Gesù.

Cardenal Felipe Arizmendi

Nacido en Chiltepec el 1 de mayo de 1940. Estudió Humanidades y Filosofía en el Seminario de Toluca, de 1952 a 1959. Cursó la Teología en la Universidad Pontificia de Salamanca, España, de 1959 a 1963, obteniendo la licenciatura en Teología Dogmática. Por su cuenta, se especializó en Liturgia. Fue ordenado sacerdote el 25 de agosto de 1963 en Toluca. Sirvió como Vicario Parroquial en tres parroquias por tres años y medio y fue párroco de una comunidad indígena otomí, de 1967 a 1970. Fue Director Espiritual del Seminario de Toluca por diez años, y Rector del mismo de 1981 a 1991. El 7 de marzo de 1991, fue ordenado obispo de la diócesis de Tapachula, donde estuvo hasta el 30 de abril del año 2000. El 1 de mayo del 2000, inició su ministerio episcopal como XLVI obispo de la diócesis de San Cristóbal de las Casas, Chiapas, una de las diócesis más antiguas de México, erigida en 1539; allí sirvió por casi 18 años. Ha ocupado diversos cargos en la Conferencia del Episcopado Mexicano y en el CELAM. El 3 de noviembre de 2017, el Papa Francisco le aceptó, por edad, su renuncia al servicio episcopal en esta diócesis, que entregó a su sucesor el 3 de enero de 2018. Desde entonces, reside en la ciudad de Toluca. Desde 1979, escribe artículos de actualidad en varios medios religiosos y civiles. Es autor de varias publicaciones.