19 Aprile, 2026

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Cardinale Arizmendi: Con Clodovis o con Leonardo Boff?

La Chiesa dovrebbe concentrarsi di più sulla preghiera o sulle questioni sociali?

Cardinale Arizmendi: Con Clodovis o con Leonardo Boff?

Il cardinale  Felipe Arizmendi , vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas e responsabile della Dottrina della fede presso la  Conferenza episcopale messicana (CEM) , offre ai lettori di Exaudi il suo articolo settimanale.

FATTI

Clodovis e Leonardo Boff sono due fratelli, entrambi sacerdoti francescani brasiliani, che da anni ricoprono posizioni contrastanti. Clodovis insiste sulla necessità di preghiera, liturgia, maggiore catechesi sui misteri cristiani, incluso il Paradiso, un annuncio più esplicito di Gesù Cristo, ecc. Suo fratello Leonardo, che non esercita più il ministero sacerdotale, sottolinea l’aspetto sociale del messaggio cristiano, la liberazione dalle strutture ingiuste e, più recentemente, l’eco-teologia, ovvero la lotta contro la distruzione della natura, il tutto con una dimensione teologica. I due riflettono gli atteggiamenti contrastanti nella Chiesa, soprattutto negli ultimi anni. Alcuni cattolici enfatizzano le questioni sociali, mentre altri sottolineano i cosiddetti aspetti “spirituali”, come se il ministero sociale non facesse parte della spiritualità.

In occasione della recente assemblea del CELAM a Rio de Janeiro lo scorso maggio, per il 70° anniversario della sua fondazione, Clodovis ha inviato una lettera ai vescovi lamentando il fatto che, nei loro documenti, continuino a enfatizzare le questioni sociali, lasciando da parte Gesù Cristo. Ha affermato:  Perdonate la mia franchezza, ma continuate a ripetere lo stesso vecchio ritornello: questioni sociali, questioni sociali, questioni sociali… e lo fate da più di cinquant’anni. Cari fratelli e sorelle, non vedete che questa melodia è diventata noiosa? Quando ci porterete la buona novella di Dio, di Cristo e del suo Spirito? Della grazia e della salvezza? Della conversione del cuore e della meditazione della Parola? Della preghiera, dell’adorazione e della devozione alla Madre del Signore? Insomma, quando trasmetterete finalmente un messaggio veramente religioso e spirituale? Questo è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno oggi e ciò che abbiamo atteso in tutti questi anni”.

È vero che, quando affrontiamo questioni sociali, dimentichiamo Gesù Cristo, il Vangelo, la preghiera e la spiritualità? Ci possono essere casi, è vero. Non mancano operatori pastorali profondamente dediti alle questioni sociali, ma che sembrano più membri di una ONG, dato che danno poca importanza alla preghiera e alla liturgia. D’altra parte, ci sono anche coloro che insistono così tanto sulla preghiera, la devozione, la pietà e le pratiche religiose che si irritano quando ricordiamo loro che l’amore di Dio senza l’amore per il prossimo, soprattutto per chi è caduto in disgrazia, è incompleto e può essere falso.

FULMINE

Gesù Cristo armonizza perfettamente entrambe le dimensioni, quella verticale e quella orizzontale. È un uomo pienamente dedito al servizio delle persone, soprattutto degli esclusi e di coloro che soffrono, ma che trascorre lunghe ore in preghiera, in profonda comunicazione con il Padre. Condivide il momento sublime della sua trasfigurazione con i suoi amici più intimi, ma quando Pietro insiste per rimanere lì, dice loro che devono scendere dal monte ed essere vicini alle persone che lo attendono. Lo spirituale e il sociale sono intimamente uniti; nessuno senza l’altro. Come la croce, che ha un’asta verticale e un’asta orizzontale, ed è l’asta verticale che sostiene l’asta orizzontale.

Ricordiamo alcuni documenti del Magistero della Chiesa, che insistono sulla necessità di unire il messaggio cristiano all’amore sociale. Ad esempio, il Concilio Vaticano II, nel suo Decreto sul ministero e la vita dei presbiteri,  «raccomanda loro vivamente la celebrazione quotidiana della Messa»  e la preghiera (PO 13) ma allo stesso tempo afferma:  «Pur essendo debitori verso tutti, i presbiteri hanno una speciale responsabilità verso i poveri e i più deboli, con i quali il Signore si presenta come collaboratore, e la cui evangelizzazione è data come prova dell’opera messianica»  (PO 6).

San Paolo VI ci ha fatto vedere che entrambe le dimensioni, verticale e orizzontale, sono indispensabili, altrimenti perdiamo la nostra identità di seguaci di Gesù:  «Non c’è vera evangelizzazione se non si annuncia il nome, la dottrina, la vita, le promesse, il regno, il mistero di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio» (EN 22). Ma ci ha anche detto: «Tra evangelizzazione e promozione umana (sviluppo, liberazione) vi sono infatti legami molto forti… È inaccettabile che l’opera di evangelizzazione possa o debba trascurare le questioni gravissime, oggi così agitate, che riguardano la giustizia, la liberazione, lo sviluppo e la pace nel mondo. Se ciò accadesse, significherebbe ignorare la dottrina evangelica sull’amore per il prossimo che soffre o è nel bisogno»  (EN 31).

San Giovanni Paolo II, che alcuni hanno accusato di essere conservatore, lo ha detto con chiarezza: «Se siamo partiti veramente dalla contemplazione di Cristo, dobbiamo saperlo scoprire, soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha scelto di identificarsi». Il testo di Matteo 25,35-36 «non è un semplice invito alla carità: è una pagina di cristologia, che illumina il mistero di Cristo Redentore. In questa pagina, la Chiesa dà prova della sua fedeltà come Sposa di Cristo, non meno che nell’ambito dell’ortodossia»  (NMI 49). Ma ci ha avvertito:  «Dobbiamo chiederci se una pastorale orientata quasi esclusivamente ai bisogni materiali dei destinatari non abbia finito per deludere la fame di Dio che hanno queste popolazioni, lasciandole così vulnerabili a qualsiasi offerta apparentemente spirituale. Pertanto, è indispensabile che tutti abbiano contatto con Cristo attraverso l’annuncio kerygmatico gioioso e trasformante, soprattutto attraverso la predicazione nella liturgia»  (Ecclesia in America, 73).

Benedetto XVI, il grande teologo di profonda spiritualità, ci diceva ad Aparecida:  «Essere discepoli e missionari di Gesù Cristo e cercare la vita in Lui, implica essere profondamente radicati in Lui… Questa priorità non potrebbe essere una fuga nell’intimità, nell’individualismo religioso, un abbandono dell’urgente realtà dei grandi problemi economici, sociali e politici, una fuga dalla realtà in un mondo spirituale?… Solo chi riconosce Dio, conosce la realtà e può rispondervi in modo adeguato e veramente umano… La fede ci libera dall’isolamento dell’io, perché ci conduce alla comunione. L’incontro con Dio è, in sé stesso e come tale, un incontro con i fratelli, un atto di chiamata, di unificazione, di responsabilità gli uni verso gli altri e verso gli altri. In questo senso, l’opzione preferenziale per i poveri è implicita nella fede cristologica, in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci con la sua povertà… Amore di Dio e amore del prossimo si fondono insieme: nel più umile troviamo Gesù stesso e in Gesù troviamo Dio» (Discorso all’inaugurazione della Aparecida, 3).

Ad Aparecida, l’episcopato latinoamericano contraddice l’affermazione di Clodovis, poiché il fondamento e il centro di tutto è Gesù Cristo; ma un Cristo che ci conduce agli altri:  « Conoscere Gesù è il dono più grande che una persona possa ricevere; averlo incontrato è la cosa migliore che ci sia capitata nella vita, e farlo conoscere con le nostre parole e i nostri gesti è la nostra gioia»  (DA 29).  «I cristiani, come discepoli e missionari, sono chiamati a contemplare, nei volti sofferenti dei nostri fratelli e sorelle, il volto di Cristo che ci chiama a servirlo in loro: i volti sofferenti dei poveri sono i volti sofferenti di Cristo. Essi interpellano il nucleo dell’opera della Chiesa, della pastorale e dei nostri atteggiamenti cristiani. Tutto ciò che riguarda Cristo riguarda i poveri, e tutto ciò che riguarda i poveri interpella Gesù Cristo»  (DA 393).

Papa Francesco avverte chiaramente:  «Niente proposte mistiche senza un forte impegno sociale e missionario, né discorsi e pratiche sociali o pastorali senza spiritualità»  (EG 262).  «La Chiesa ha urgente bisogno del polmone della preghiera. Nello stesso tempo, dobbiamo respingere la tentazione di una spiritualità nascosta e individualista, che poco associ alle esigenze della carità e alla logica dell’Incarnazione»  (EG 263).  «Per essere evangelizzatori dell’anima, dobbiamo anche coltivare il gusto spirituale di essere vicini alla vita della gente, fino a scoprire che questo è fonte di una gioia superiore. La missione è una passione per Gesù, ma, al tempo stesso, una passione per il suo popolo» (EG 268). « Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore della gente. Quanto ci fa bene vederlo vicino a tutti!» (EG 269).

E Papa Leone XIV ci diceva, a proposito del recente Vangelo, delle due sorelle Marta e Maria: «Sarebbe sbagliato contrapporre questi due atteggiamenti, come pure fare paragoni di pregi tra le due donne. Dobbiamo unire questi due atteggiamenti: da una parte, “stare ai piedi” di Gesù, ascoltarlo mentre ci svela il segreto di ogni cosa; dall’altra, essere solerti e pronti all’ospitalità, quando Lui passa e bussa alla nostra porta, con il volto dell’amico che ha bisogno di un momento di riposo e di fraternità»  (Angelus, 20 luglio 2025).

AZIONI

Sappiamo coniugare entrambi gli atteggiamenti: grande amore per Dio, molta preghiera, partecipazione consapevole alla liturgia e alle pratiche pie, ma da lì attingere forza e ispirazione per amare gli altri, soprattutto coloro che soffrono nel corpo o nello spirito.

Cardenal Felipe Arizmendi

Nacido en Chiltepec el 1 de mayo de 1940. Estudió Humanidades y Filosofía en el Seminario de Toluca, de 1952 a 1959. Cursó la Teología en la Universidad Pontificia de Salamanca, España, de 1959 a 1963, obteniendo la licenciatura en Teología Dogmática. Por su cuenta, se especializó en Liturgia. Fue ordenado sacerdote el 25 de agosto de 1963 en Toluca. Sirvió como Vicario Parroquial en tres parroquias por tres años y medio y fue párroco de una comunidad indígena otomí, de 1967 a 1970. Fue Director Espiritual del Seminario de Toluca por diez años, y Rector del mismo de 1981 a 1991. El 7 de marzo de 1991, fue ordenado obispo de la diócesis de Tapachula, donde estuvo hasta el 30 de abril del año 2000. El 1 de mayo del 2000, inició su ministerio episcopal como XLVI obispo de la diócesis de San Cristóbal de las Casas, Chiapas, una de las diócesis más antiguas de México, erigida en 1539; allí sirvió por casi 18 años. Ha ocupado diversos cargos en la Conferencia del Episcopado Mexicano y en el CELAM. El 3 de noviembre de 2017, el Papa Francisco le aceptó, por edad, su renuncia al servicio episcopal en esta diócesis, que entregó a su sucesor el 3 de enero de 2018. Desde entonces, reside en la ciudad de Toluca. Desde 1979, escribe artículos de actualidad en varios medios religiosos y civiles. Es autor de varias publicaciones.