06 Marzo, 2026

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Papa Leone XIV: La morte, non una fine oscura, ma una soglia luminosa verso l’eternità

Nell'Udienza Generale del 10 dicembre, il Pontefice ha invitato i fedeli a contemplare la risurrezione di Cristo come antidoto alla paura contemporanea, ha criticato le illusioni transumaniste e ha invocato la riconciliazione in un mondo diviso

Papa Leone XIV: La morte, non una fine oscura, ma una soglia luminosa verso l’eternità

In una catechesi profonda e meditativa, il Papa ha approfondito il mistero della morte, presentandola non come un tabù moderno né come il tragico epilogo dell’esistenza, ma come un “passo verso la pienezza della luce” illuminata dalla risurrezione di Cristo. Questa riflessione, parte della serie “Gesù Cristo, nostra speranza”, ha trovato una forte risonanza in un tempo segnato da progressi tecnologici che promettono l’immortalità ma, secondo il Papa, non risolvono il desiderio più profondo del cuore umano.

Il Santo Padre, visibilmente commosso mentre benediceva un neonato in braccio alla madre e un gruppo di bambini che sventolavano bandierine, ha iniziato il suo discorso ricordando il paradosso insito nella morte: «È naturale perché ogni essere vivente sulla terra muore. È innaturale perché il desiderio di vita e di eternità che nutriamo per noi stessi e per coloro che amiamo ci fa vedere la morte come una condanna, come una “contraddizione”». In un mondo in cui la morte è diventata un “tabù” – evitata nei discorsi per preservare la pace interiore, a differenza delle culture antiche che la ritualizzavano – Leone XIV esortava i presenti ad affrontarla di petto. «Sapere che la morte esiste, e soprattutto rifletterci, ci insegna a scegliere cosa vogliamo veramente fare della nostra vita», ha affermato, citando Sant’Alfonso de’ Liguori, che la descriveva come una «grande maestra di vita» che ci invita a discernere l’effimero dall’eterno attraverso la preghiera.

Il nucleo della catechesi ruotava attorno alla risurrezione di Gesù, evocata dal Vangelo di Luca (Lc 23,52-54), che racconta la sepoltura del corpo di Cristo sotto le “luci del sabato”, prefigurazione dell’alba pasquale. “Il Risorto ci ha preceduto nella grande prova della morte, uscendone vittorioso grazie alla potenza dell’Amore divino. Così ci ha preparato il luogo del riposo eterno, la casa dove siamo attesi; ci ha donato la pienezza della vita in cui non ci sono più ombre né contraddizioni”, ha proclamato il Papa, sottolineando che solo questo evento illumina pienamente l’enigma della morte. “La luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento può illuminare pienamente il mistero della morte. In questa luce, e solo in questa luce, si realizza la speranza più profonda del cuore umano: che la morte non è la fine, ma il passaggio alla pienezza della luce, a un’eternità felice”.

In un passaggio che risuona con gli attuali dibattiti etici, Leone XIV mise in discussione le promesse del transumanesimo, quella visione antropologica contemporanea che aspira all’“immortalità immanente” attraverso la tecnologia. “La scienza può davvero sconfiggere la morte? Ma allora, potrebbe la scienza stessa garantire che una vita senza morte sia anche una vita felice?”, chiese il Papa, mettendo in guardia dall’illusione di un’eternità terrena che ignora il desiderio umano di trascendenza. Ispirandosi a San Francesco d’Assisi, ci invitò a chiamare la morte “sorella”, liberandoci dalla paura di scomparire e preparandoci alla “gioia della vita senza fine”. Questa prospettiva cristiana, sottolineò, trasforma la sofferenza e le prove in speranza, ricordandoci che “il nostro tempo sulla terra ci prepara all’eternità”.

L’udienza non si è limitata alla riflessione teologica. Nel suo discorso conclusivo, il Papa ha rivolto un commovente messaggio ai fedeli polacchi, commemorando il 60° anniversario della lettera dei vescovi polacchi ai loro fratelli tedeschi del 1965, che, con le parole “Perdoniamo e chiediamo perdono”, ha aperto la strada alla riconciliazione europea del dopoguerra. “Le parole di quel documento – ‘Perdoniamo e chiediamo perdono’ – siano per le nazioni oggi in conflitto una testimonianza che la riconciliazione e il perdono sono possibili quando nascono da un reciproco desiderio di pace e da un’azione comune, veramente per il bene dell’umanità”, ha detto Leone XIV, benedicendo gli organizzatori di un convegno tenutosi il giorno precedente presso la Pontificia Università Gregoriana.

Il Papa ha inoltre espresso la sua “profonda tristezza” per il rinnovato conflitto al confine tra Thailandia e Cambogia, dove i civili hanno perso la vita e migliaia di persone sono state sfollate. “Esprimo la mia vicinanza nella preghiera a queste amate popolazioni e chiedo alle parti di cessare immediatamente il fuoco e riprendere il dialogo”, ha implorato, offrendo una preghiera per la pace in quella regione asiatica.

Al termine dell’udienza, Papa Leone XIV ha rivolto un invito aperto: che la risurrezione di Cristo illumini la nostra vita quotidiana, dissipando le ombre della paura e aprendo orizzonti di speranza eterna. In un mondo accelerato dall’innovazione, la sua voce ammonitrice – autentica e pastorale – ci invita a una pausa contemplativa, ricordandoci che la vera vita non si realizza nei laboratori, ma nel mistero dell’Amore divino.

Testo:

LEONE XIV

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 10 dicembre 2025

 

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Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. IV. La Risurrezione di Cristo e le sfide del mondo attuale. 7. La Pasqua di Gesù Cristo: risposta ultima alla domanda sulla nostra morte

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Benvenuti tutti!

Il mistero della morte ha sempre suscitato nell’essere umano profondi interrogativi. Essa infatti appare come l’evento più naturale e allo stesso tempo più innaturale che esista. È naturale, perché ogni essere vivente, sulla terra, muore. È innaturale, perché il desiderio di vita e di eternità che noi sentiamo per noi stessi e per le persone che amiamo ci fa vedere la morte come una condanna, come un “contro-senso”.

Molti popoli antichi hanno sviluppato riti e usanze legate al culto dei morti, per accompagnare e ricordare chi si incamminava verso il mistero supremo. Oggi, invece, si registra una tendenza diversa. La morte appare una specie di tabù, un evento da tenere lontano; qualcosa di cui parlare sottovoce, per evitare di turbare la nostra sensibilità e tranquillità. Spesso per questo si evita anche di visitare i cimiteri, dove chi ci ha preceduto riposa in attesa della risurrezione.

Che cosa è dunque la morte? È davvero l’ultima parola sulla nostra vita? Solo l’essere umano si pone questa domanda, perché lui solo sa di dover morire. Ma l’esserne consapevole non lo salva dalla morte, anzi, in un certo senso lo “appesantisce” rispetto a tutte le altre creature viventi. Gli animali soffrono, certamente, e si rendono conto che la morte è prossima, ma non sanno che la morte fa parte del loro destino. Non si interrogano sul senso, sul fine, sull’esito della vita.

Nel constatare questo aspetto, si dovrebbe allora pensare che siamo creature paradossali, infelici, non solo perché moriamo, ma anche perché abbiamo la certezza che questo evento accadrà, sebbene ne ignoriamo il come e il quando. Ci scopriamo consapevoli e allo stesso tempo impotenti. Probabilmente da qui provengono le frequenti rimozioni, le fughe esistenziali davanti alla questione della morte.

Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, nel suo celebre scritto intitolato Apparecchio alla morte, riflette sul valore pedagogico della morte, evidenziando come essa sia una grande maestra di vita. Sapere che esiste e soprattutto meditare su di essa ci insegna a scegliere cosa davvero fare della nostra esistenza. Pregare, per comprendere ciò che giova in vista del regno dei cieli, e lasciare andare il superfluo che invece ci lega alle cose effimere, è il segreto per vivere in modo autentico, nella consapevolezza che il passaggio sulla terra ci prepara all’eternità.

Eppure molte visioni antropologiche attuali promettono immortalità immanenti, teorizzano il prolungamento della vita terrena mediante la tecnologia. È lo scenario del transumano, che si fa strada nell’orizzonte delle sfide del nostro tempo. La morte potrebbe essere davvero sconfitta con la scienza? Ma poi, la stessa scienza potrebbe garantirci che una vita senza morire sia anche una vita felice?

L’evento della Risurrezione di Cristo ci rivela che la morte non si oppone alla vita, ma ne è parte costitutiva come passaggio alla vita eterna. La Pasqua di Gesù ci fa pre-gustare, in questo tempo colmo ancora di sofferenze e di prove, la pienezza di ciò che accadrà dopo la morte.

L’evangelista Luca sembra cogliere questo presagio di luce nel buio quando, alla fine di quel pomeriggio in cui le tenebre avevano avvolto il Calvario, scrive: «Era il giorno della Parasceve e già risplendevano le luci del sabato» (Lc 23,54). Questa luce, che anticipa il mattino di Pasqua, già brilla nelle oscurità del cielo che appare ancora chiuso e muto. Le luci del sabato, per la prima ed unica volta, preannunciano l’alba del giorno dopo il sabato: la luce nuova della Risurrezione. Solo questo evento è capace di illuminare fino in fondo il mistero della morte. In questa luce, e solo in essa, diventa vero quello che il nostro cuore desidera e spera: che cioè la morte non sia la fine, ma il passaggio verso la luce piena, verso un’eternità felice.

Il Risorto ci ha preceduto nella grande prova della morte, uscendone vittorioso grazie alla potenza dell’Amore divino. Così ci ha preparato il luogo del ristoro eterno, la casa in cui siamo attesi; ci ha donato la pienezza della vita in cui non vi sono più ombre e contraddizioni.

Grazie a Lui, morto e risorto per amore, con San Francesco possiamo chiamare la morte “sorella”. Attenderla con la speranza certa della Risurrezione ci preserva dalla paura di scomparire per sempre e ci prepara alla gioia della vita senza fine.

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APPELLO

Sono profondamente rattristato dalla notizia del riacceso conflitto lungo il confine tra Thailandia e Cambogia, ci sono state vittime anche tra i civili e migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. Esprimo la mia vicinanza nella preghiera a queste care popolazioni e chiedo alle parti di cessare immediatamente il fuoco e di riprendere il dialogo.

Saluti

Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare, saluto i Membri della Famiglia carismatica Camilliana, il Reparto del Comando Aviazione dell’Esercito di Viterbo, il Gruppo Giovani Federmanager, la Fondazione Villaggio dei ragazzi di Maddaloni, il Liceo D’Annunzio di Pescara e l’Istituto Fermi di Lecce.

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Oggi celebriamo la memoria della Beata Vergine Maria di Loreto. Cari giovani, alla scuola di Maria imparate ad amare e a sperare; cari ammalati, la Santa Vergine vi sia compagna e conforto nella sofferenza; e voi, cari sposi novelli, affidate alla Madre di Gesù il vostro cammino coniugale.

A tutti la mia benedizione!

Exaudi Redazione

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