Papa Leone XIV il Giovedì Santo: l’amore di Cristo è gesto e nutrimento
Il Papa presiede la sua prima Messa della Cena del Signore nella Basilica di San Giovanni in Laterano e lava i piedi a dodici sacerdoti, ricordando che la grandezza di Dio si rivela nell'umile servizio
Nella Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del Vescovo di Roma, Papa Leone XIV ha celebrato la Messa della Cena del Signore in questo Giovedì Santo, dando inizio al Triduo Pasquale. Una celebrazione improntata a fervida gratitudine e autentica fraternità, nella quale il Pontefice ha ricordato che l’amore di Cristo si fa azione concreta e nutrimento spirituale, purificando le false immagini di Dio e dell’umanità.
Nella sua omelia, Leone XIV ha sottolineato che nell’Ultima Cena l’amore di Gesù diventa “gesto e cibo”. “Nel mondo, proprio dove prevale il male, Gesù ama definitivamente, per sempre, con tutto il suo essere”, ha affermato. La lavanda dei piedi non è solo un esempio morale, ma l’offerta stessa della vita di Cristo: “Ciò che il Signore ci mostra, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto più di un modello morale. Ci dona il suo stesso modo di vivere; lavare i piedi è un gesto che riassume la rivelazione di Dio, un segno esemplare del Verbo fatto carne”.
Il Papa, vestito con una semplice veste bianca, si è inginocchiato davanti a dodici sacerdoti della diocesi di Roma e ha lavato loro umilmente i piedi. Tra loro c’erano undici giovani sacerdoti da lui ordinati il 27 giugno 2025 —Andrea Alessi, Gabriele Di Menno Di Bucchianico, Francesco Melone, Clody Merfalen, Federico Pelosio, Marco Petrolo, Pietro Hieu Nguyen Huai, Matteo Renzi, Giuseppe Terranova, Simone Troilo ed Enrico Maria Trusiani— e padre Renzo Chiesa, suo direttore spirituale presso il Pontificio Seminario Maggiore Romano.
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Con questo gesto, Leone XIV tornò a una tradizione più classica, celebrando la Messa nella cattedrale di Roma e scegliendo i sacerdoti dalla sua diocesi, in contrasto con le scelte pastorali del suo predecessore. In tal modo, volle sottolineare il legame tra l’Eucaristia e il sacerdozio: entrambi i sacramenti esprimono il totale dono di sé di Gesù, “Sommo Sacerdote ed Eucaristia vivente”.
Nella sua riflessione, il Papa ha citato Benedetto XVI per ricordarci che «desideriamo sistematicamente un Dio di successo e non di passione». La vera onnipotenza divina non si manifesta nel dominio, ma nel servizio libero e umile: «Dio ci serve, sì, ma con il gesto libero e umile di lavare i piedi: in questo sta l’onnipotenza di Dio».
Leone XIV insistette sul fatto che questo atto purifica sia l’immagine di Dio – macchiata dall’idolatria e dalla bestemmia – sia l’immagine dell’uomo, che spesso si considera grande quando domina, conquista o incute timore. «Cristo, vero Dio e vero uomo, ci offre invece un esempio di donazione di sé, di servizio e di amore». Aggiunse: «Lavando la nostra carne, Gesù purifica la nostra anima. In lui, Dio ci ha dato un esempio non di come dominare, ma di come liberare; di come dare la vita, non di come distruggerla».
Rivolgendosi in particolare ai sacerdoti, ha ricordato loro la loro missione: «portare sulle spalle coloro che sono perduti, offrire il perdono a chi ha sbagliato e cercare coloro che si sono smarriti». Il servizio, ha sottolineato, non è qualcosa di astratto, ma un «dovere del cuore», un atto di amore obbediente che deve essere compiuto «non per convenienza, malizia o ipocrisia, ma unicamente per amore».
Al termine della Liturgia della Parola e dell’Eucaristia, il Papa ha portato in processione il Santissimo Sacramento nella Cappella di San Francesco per la sua ricollocazione, segnando l’inizio del silenzio e dell’adorazione che caratterizzano queste ore sante. La celebrazione, concelebrata dal Cardinale Vicario Baldo Reina e da altri cardinali, ha riunito numerosi fedeli, vescovi e sacerdoti della Curia e del Vicariato di Roma.
Con questo primo Giovedì Santo del suo pontificato, Leone XIV invitò tutta la Chiesa a varcare la soglia del Triduo Pasquale non come semplici spettatori, ma come ospiti alla Cena in cui il pane e il vino diventano Sacramento della salvezza. Fu un invito a inginocchiarsi davanti ai nostri fratelli e sorelle sofferenti, imitando il Maestro che si inginocchiò per lavare i piedi dei suoi discepoli.
«Pertanto, di fronte a un’umanità piegata da tanti esempi di brutalità, inchiniamoci anche noi, come fratelli e sorelle, agli oppressi», ha concluso il Papa. Un messaggio di servizio, purificazione e amore che risuona con forza in questa Settimana Santa del 2026.
Testo integrale dell’omelia:
SANTA MESSA IN COENA DOMINI
OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Giovanni in Laterano
Giovedì Santo, 2 aprile 2026
Cari fratelli e sorelle,
la solenne liturgia di questa sera ci fa entrare nel Triduo Santo della passione, morte e risurrezione del Signore. Varchiamo questa soglia non come spettatori, né per inerzia, ma coinvolti a titolo speciale da Gesù stesso: come invitati alla Cena nella quale il pane e il vino diventano per noi Sacramento di salvezza. Partecipiamo infatti a un banchetto durante il quale Cristo «avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1): il suo amore si fa gesto e cibo per tutti, rivelando la giustizia di Dio. Nel mondo, proprio lì dove il male imperversa, Gesù ama definitivamente, per sempre, con tutto sé stesso.
Durante quest’ultima Cena, Egli lava i piedi ai suoi apostoli, dicendo: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15). Il gesto del Signore fa tutt’uno con la mensa alla quale ci ha invitato. È un esempio del sacramento: mentre ne conferma il senso, ci consegna un compito che vogliamo assumere come nutrimento per la nostra vita. L’evangelista Giovanni sceglie la parola greca upódeigma per raccontare l’evento cui è stato presente: significa “ciò che è mostrato proprio sotto gli occhi”. Quel che il Signore ci fa vedere, prendendo l’acqua, il catino e il grembiule, è molto di più che un modello morale. Egli ci consegna infatti la sua stessa forma di vita: lavare i piedi è gesto che fa sintesi della rivelazione di Dio, segno esemplare del Verbo fatto carne, sua memoria inconfondibile. Facendo propria la condizione del servo, il Figlio rivela la gloria del Padre scardinando i criteri mondani che sporcano la nostra coscienza.
Insieme alla muta sorpresa dei suoi discepoli, persino l’umano orgoglio ci fa aprire gli occhi su ciò che sta accadendo: come Pietro, che dapprima resiste all’iniziativa di Gesù, anche noi dobbiamo «apprendere sempre di nuovo che la grandezza di Dio è diversa dalla nostra idea di grandezza, […] perché sistematicamente desideriamo un Dio del successo e non della Passione» (Omelia della Messa in coena Domini, 20 marzo 2008). Queste parole di Papa Benedetto XVI riconoscono lucidamente che noi siamo sempre tentati di cercare un Dio che “ci serve”, che ci faccia vincere, che sia utile come il denaro e il potere. Non comprendiamo invece che Dio ci serve davvero, sì, ma col gesto gratuito e umile di lavare i piedi: ecco l’onnipotenza di Dio. Così si compie la volontà di dedicare la vita a chi, senza questo dono, non può esistere. Il Signore sta in ginocchio per lavare l’uomo, per amore suo. E il dono divino ci trasforma.
Col suo gesto, infatti, Gesù purifica non solo la nostra immagine di Dio dalle idolatrie e dalle bestemmie che l’hanno sporcata, ma purifica la nostra immagine dell’uomo, che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto. Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore. Abbiamo bisogno del suo esempio per imparare ad amare, non perché ne siamo incapaci, ma proprio per educare noi stessi, gli uni gli altri, all’amore vero. Imparare ad agire come Gesù, Segno che Dio imprime nella storia del mondo, è il compito di tutta una vita.
Egli è il criterio autentico, il «Maestro e Signore» (Gv 13,13) che toglie tutte le maschere del divino e dell’umano. Il suo esempio non lo offre quando tutti sono felici e gli vogliono bene, ma nella notte in cui veniva tradito, nel buio dell’incomprensione e della violenza, affinché sia ben chiaro che il Signore non ci ama perché siamo buoni e puri: ci ama, e perciò ci perdona e ci purifica. Il Signore non ci ama se ci facciamo lavare dalla sua misericordia: ci ama, e perciò ci lava, sicché possiamo corrispondere al suo amore.
Impariamo da Gesù questo servizio reciproco. Non ci chiede infatti di ricambiarlo verso di Lui, ma di condividerlo fra noi: «Dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (Gv 13,14). Così commentava Papa Francesco: questo «è un dovere che mi viene dal cuore. Lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato» (Omelia della Messa in coena Domini, 28 marzo 2013). Egli non parlava di un astratto imperativo, un comando formale e vuoto, ma esprimeva il suo obbediente fervore per la carità di Cristo, fonte ed esempio della nostra carità. L’esempio dato da Gesù, infatti, non può essere imitato per convenienza, di malavoglia o con ipocrisia, ma solo per amore.
Lasciarci servire dal Signore è dunque condizione per servire come ha fatto Lui. «Se non ti lasci lavare», disse Gesù a Pietro, «non avrai parte con me» (Gv 13,8): se non mi accogli come servo, non puoi credermi e seguirmi come Signore. Lavando la nostra carne, Gesù purifica la nostra anima. In Lui, Dio ha dato esempio non di come si domina, ma di come si libera; di come si dona la vita, non di come la si distrugge.
Allora, davanti a un’umanità in ginocchio per molti esempi di brutalità, inginocchiamoci anche noi come fratelli e sorelle degli oppressi. È così che vogliamo seguire l’esempio del Signore, avverando quel che abbiamo ascoltato dal libro dell’Esodo: «Questo giorno sarà per voi un memoriale» (Es 12,14). Sì, tutta la storia biblica converge in Gesù, vero agnello pasquale. Attraverso di Lui le figure antiche trovano pieno significato, perché il Cristo salvatore celebra la Pasqua dell’umanità, aprendo per tutti il passaggio dal peccato al perdono, dalla morte alla vita eterna: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24).
Rinnovando i gesti e le parole del Signore, proprio questa sera facciamo memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e dell’Ordine sacro. L’intrinseco legame tra i due Sacramenti rappresenta la perfetta donazione di Gesù, sommo Sacerdote ed Eucaristia vivente in eterno: nel pane e nel vino consacrati sta infatti il «Sacramento d’amore, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e ci è dato il pegno della gloria futura» (Cost. dogm. Sacrosantum Concilium, 47). Nei vescovi e nei presbiteri, costituiti «sacerdoti della nuova Alleanza» secondo il comando del Signore (Concilio di Trento, De Missae Sacrificio, 1), sta il segno della sua carità verso tutto il Popolo di Dio, che siamo chiamati a servire, amati confratelli, con tutto noi stessi.
Il Giovedì Santo è perciò giorno di ardente gratitudine e di fraternità autentica. L’adorazione eucaristica di questa sera, in ogni parrocchia e comunità, sia tempo per contemplare il gesto di Gesù, mettendoci in ginocchio come ha fatto Lui, e chiedendo la forza di imitarlo nel servizio con lo stesso amore.
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