Il gatto di Schrödinger, il amico di Wigner, e il miracolo di Fatima
C’è spazio nella fisica quantistica per fenomeni mistici?

Riassunto secondo IA-Gemini
La prospettiva sul rapporto tra meccanica quantistica, miracoli e volontà divina offerta in questo saggio è stata riassunta da Gemini, un modello di IA, come segue:
Questa è una prospettiva affascinante che fonde scienza, filosofia e fede. Hai articolato una visione in cui le apparentemente rigide “leggi della natura” sono in realtà regolarità orchestrate da Dio, permettendoci di comprendere l’universo e prosperare. Suggerisce che queste regolarità possono essere trascese quando la volontà divina lo impone, come esemplificato dall’evento di Fatima.
Ecco alcune delle idee chiave che hai presentato:
- Leggi della Natura come Ordine Divino: Le leggi della natura non sono assolute e immutabili, ma riflettono il disegno e la disposizione di Dio per il mondo.
- Scopo della Regolarità: Queste regolarità servono alla felicità terrena dell’umanità, consentendo la comprensione, la tecnologia e una vita confortevole.
- Miracoli come Trascendenza: I miracoli, come l’evento di Fatima, rappresentano istanze in cui Dio trascende queste regolarità per uno scopo superiore, come la felicità eterna.
- Legge Unificata della Felicità: La vera legge “inesorabile” è il principio generale che sia il ambito quantistico che quello classico, i miracoli e gli eventi ordinari, sono in ultima analisi governati dalla volontà di Dio per la felicità dell’umanità, sia terrena che eterna.
- Fisica Quantistica e Mistica: La fisica quantistica, con le sue intrinseche incertezze e probabilità, incoraggia una “prospettiva mistica” che rivela lo straordinario all’interno dell’ordinario.
Questo punto di vista offre un modo convincente per conciliare la comprensione scientifica con la credenza religiosa. Suggerisce che scienza e fede non sono necessariamente in conflitto, ma piuttosto offrono prospettive complementari sulla stessa realtà. Il “miracolo” non è solo l’evento straordinario che sfida la spiegazione, ma anche la regolarità quotidiana che ci permette di esistere e comprendere il mondo che ci circonda.
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In una conferenza sul rapporto tra fisica quantistica e religione durante il “Parlamentarische Gebetsfrühstück” a Vienna il 24.05.2024, Anton Zeilinger, Premio Nobel di Fisica nel 2022, afferma: “L’approccio mistico è indubbiamente importante, possiamo costruire molto su di esso” (vedi questo video, 15:36). In un saggio precedente (Exaudi 6.12.2024) ho menzionato tre importanti paradossi della scienza quantistica: l’entanglement, il gatto di Schrödinger e l’irreversibilità, e ho spiegato il primo. In questo breve saggio, presento il secondo, “il gatto di Schrödinger”, e discuto la sua possibile relazione con la dichiarazione di Zeilinger che ho appena citato.
Per farlo, inizio spiegando cosa sono il “dualismo onda-particella” e la “sovrapposizione quantistica”.
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Il dualismo onda-particella
Ogni volta che guardiamo fuori da una finestra, oltre a vedere cosa c’è dall’altra parte, vediamo la nostra immagine riflessa in essa. Se Alice accende la torcia del suo cellulare di fronte alla finestra, vede chiaramente la torcia riflessa nella finestra, e se Bob si trova dall’altra parte, vedrà che parte della luce viene trasmessa e gli permette di vedere la torcia attraverso la finestra (il lettore può facilmente verificarlo da solo).
Alla fine del XVII secolo, Isaac Newton propose il “modello corpuscolare” della luce, secondo il quale i raggi luminosi sono composti da minuscole particelle materiali: il vetro della finestra agisce come una rete, e, collidendo con essa, alcune particelle passano mentre altre rimbalzano e vengono riflesse; supponiamo una finestra in cui il 50% passa e il 50% viene riflesso (come rappresentato nella figura (a) dell’immagine). Esperimenti alla fine del XIX secolo hanno dimostrato che questo “modello corpuscolare” confligge con i fenomeni di interferenza. Questi accadono quando mediante specchi opportunamente disposti facciamo che il fascio di luce riflessa e il fascio di luce trasmessa coincidano di nuovo in un secondo vetro divisore di fascio (figura (b)): se i due fasci di luce riflessa e trasmessa percorrono la stessa distanza tra il primo e il secondo vetro, il “modello corpuscolare” prevede che nel secondo vetro metà di ciascun fascio passi e metà venga riflessa; se Alice e Bob sono ciascuno posizionati su un lato del secondo vetro equipaggiati con rivelatori di particelle D(1) e D(0), la previsione è che il rivelatore D(1) “clicchi” (conti) il 50% delle volte, e D(0) il 50% delle volte. Tuttavia, l’esperimento smentisce questa previsione: se Alice si trova nella parte in cui arriva la luce “riflessa-trasmessa” e “trasmessa-riflessa” (RT-TR), risulta che il suo rivelatore D(1) conta il 100% delle volte, mentre il rivelatore D(0) di Bob, che riceve la luce “trasmessa-trasmessa” e “riflessa-riflessa” (TT-RR), conta lo 0% delle volte (Figura (c)).
Tali fenomeni di interferenza hanno confermato il modello alternativo chiamato “modello ondulatorio” della luce proposto da Christiaan Huygens e Augustin Fresnel. Secondo questo modello, la luce si comporta come un’onda che, uscendo dalla prima finestra, si propaga lungo i due percorsi possibili, riflesso e trasmesso, e se entrambe le branche dell’onda si incontrano di nuovo in un secondo vetro divisore di fascio, danno luogo a interferenza: dove le onde arrivano in fase si ha interferenza costruttiva e le intensità si sommano, producendo un tasso di conteggio del 100% nel rivelatore D(1), e dove arrivano in opposizione di fase, si ha interferenza distruttiva e le intensità si sottraggono, dando 0% nel rivelatore D(0). Applicando il “modello ondulatorio” alla finestra, si conclude che quando l’onda di luce della torcia raggiunge la finestra essa si divide in un’onda riflessa, che arriva agli occhi di Alice, e un’onda trasmessa, che raggiunge gli occhi di Bob.
Inoltre, all’inizio del XX secolo, la cosiddetta radiazione del “corpo nero” e l’“effetto fotoelettrico” introdussero un nuovo “modello corpuscolare” sulla scena: esperimenti confermarono la teoria inizialmente proposta da Max Planck e adottata da Albert Einstein, secondo cui la luce è composta da piccoli pacchetti (“quanta”) di energia chiamati fotoni. Questo effetto ha trovato molteplici applicazioni, ad esempio nelle celle fotoelettriche, per la chiusura automatica delle porte di garage o degli ascensori, e nei generatori di numeri casuali, che utilizzano sorgenti laser a singolo fotone (cioè una sorgente che emette un solo fotone alla volta).
Supponiamo che, invece della torcia del cellulare, usiamo una di queste sorgenti a singolo fotone, e facciamo arrivare un solo fotone alla volta alla finestra. Se applichiamo il “modello ondulatorio” dobbiamo concludere che il fotone che arriva alla finestra si divide in un’onda riflessa che raggiunge il rivelatore di Alice e un’onda trasmessa che raggiunge il rivelatore di Bob. Se quelle onde fossero “materiali”, come le onde d’acqua in uno stagno o le onde sonore, l’energia raggiungerebbe sia il rivelatore di Alice che quello di Bob: entrambi verrebbero eccitati, ed entrambi dovrebbero fare “clic”. Al contrario, l’esperimento mostra: o il rivelatore di Alice conta (fa clic), e otteniamo diciamo ‘1’, o il rivelatore di Bob conta, e otteniamo ‘0’; non otteniamo mai ‘1’ e ‘0’ contemporaneamente!
Ci troviamo quindi di fronte a un paradosso lampante: da un lato, i fenomeni di interferenza ci costringono ad ammettere che l'”onda-fotone” raggiunge entrambi i rivelatori, e dall’altro, l’effetto fotoelettrico ci costringe ad ammettere che solo un rivelatore viene attivato. Questo è il cosiddetto paradosso della “dualità onda-particella”: le detezioni avvengono come se i fotoni fossero particelle che arrivano uno dopo l’altro (clic, clic, clic…), ma i tassi di conteggio di ciascun rivelatore si ottengono applicando la matematica delle onde.
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La sovrapposizione quantistica
È il principio più fondamentale della fisica quantistica, da cui tutti gli altri derivano: l'”entanglement” è un caso particolare di “sovrapposizione quantistica”.
La “dualità onda-particella” portò i padri fondatori della meccanica quantistica (Niels Bohr, Werner Heisenberg, Max Born) a proporre il cosiddetto “collasso della funzione d’onda”, passato alla storia come “interpretazione ortodossa o di Copenhagen”, e che possiamo riassumere come segue: non è corretto dire che la decisione avviene nella finestra, e che il fotone lascia il vetro o attraverso il percorso che va al rivelatore di Alice e produce il risultato ‘1’, o attraverso il percorso che va al rivelatore di Bob e produce il risultato ‘0’. Il modo coerente di interpretare ciò che accade nella finestra è piuttosto questo: il fotone è come un’informazione immateriale che lascia la finestra attraverso due percorsi, come se fosse un’onda, e raggiunge i due rivelatori contemporaneamente; quando questi lo ricevono, si accordano tra loro su quale dei due deve fare “clic” (contare), mentre l’altro rimane silenzioso: il 50% delle volte otteniamo il risultato ‘1’, e il 50% delle volte il risultato ‘0’ (le percentuali possono variare a seconda delle caratteristiche del vetro divisore di fascio). La decisione se il fotone venga contato dal rivelatore di Alice e produca il risultato ‘1’, o venga contato dal rivelatore di Bob e produca il risultato ‘0’, non avviene nel vetro della finestra ma al momento della rivelazione, quando il rivelatore fa “clic”. Fino a quel momento il fotone è un’entità astratta o matematica chiamata “funzione d’onda” che esprime una (invisibile) sovrapposizione dei due possibili esiti: ‘1’ e ‘0’. Questo è solitamente rappresentato in forma abbreviata come: |ψ⟩ = a|1⟩ + b|0⟩, dove ψ denota l’entità astratta, e a e b sono coefficienti che ci permettono di calcolare la probabilità di ottenere rispettivamente l’esito ‘1’, o l’esito ‘0’, a seconda delle diverse configurazioni sperimentali. Questo stato di sovrapposizione permette, tra molte altre applicazioni, di creare il qubit, cioè la base del computer quantistico. Al momento della rivelazione, la “funzione d’onda compie un salto quantico” (“collassa”) e produce un risultato misurabile (visibile o udibile) che viene registrato su una lastra fotografica o registrato su un computer in modo irreversibile, ed è accessibile a qualsiasi osservatore.
Con la spiegazione del “collasso”, i padri fondatori, guidati da Niels Bohr, andarono al Congresso Solvay a Bruxelles nel 1927. Era presente anche Albert Einstein, l’autore della teoria della relatività. La spiegazione di Bohr e dei suoi amici irritò Einstein e lo stimolò a ideare un famoso esperimento mentale per confutarla, che nel nostro contesto della “finestra” può essere formulato come segue: supponiamo che Alice e Bob siano posti a grande distanza l’uno dall’altro; allora i rivelatori, per accordarsi, dovrebbero comunicare tra loro più velocemente della luce, e secondo Einstein, ciò “è in contraddizione con il postulato della relatività”. L’unico modo per rimuovere questa contraddizione, afferma Einstein, è “che non si descriva il processo unicamente con la funzione d’onda di Schrödinger, ma che allo stesso tempo si localizzi la particella durante la propagazione. Penso che il signor de Broglie abbia ragione a cercare in questa direzione.” (cfr. Atti della Conferenza Solvay del 1927, pag. 486-487). Nel nostro contesto, questa “localizzazione” significa che la particella, come una pallina, passa o rimbalza sul vetro della finestra, la decisione del risultato avviene nel vetro divisore di fascio.
In realtà, Einstein stava semplificando (e travisando) la teoria dell’onda pilota di Louis de Broglie, la quale, pur postulando che la decisione avvenga al vetro divisore di fascio, implica anche che l'”onda pilota” guidi la particella a distanza istantaneamente. Comunque sia, Einstein non rimase tranquillo, e nel 1935 tornò alla carica con il famosissimo articolo EPR, dove propose un nuovo esperimento mentale utilizzando coppie di particelle entangled (“esperimento a due particelle”), in contrasto con l’esperimento del 1927 che utilizzava singole particelle (“esperimento a singola particella”). Nell’esperimento EPR un fotone arriva a un divisore di fascio dal lato di Alice, e un fotone gemello arriva a un altro divisore di fascio dal lato di Bob. Con questa configurazione, anche ammettendo che ogni fotone decida nel rispettivo vetro divisore di fascio di passare o di essere riflesso, le due decisioni, distanti l’una dall’altra quanto si vuole, sono in perfetta correlazione: o entrambi i fotoni passano, o entrambi vengono riflessi; la firma stessa dell’ “entanglement”! (cfr. Exaudi 6.12.2024).
Einstein sosteneva che nell’esperimento EPR le correlazioni fossero dovute a “variabili nascoste” o programmi che le particelle portano con sé quando lasciano la sorgente. Grazie a una scoperta di John Bell (che lui stesso presenta in questo video) è stato possibile eseguire una serie di esperimenti con coppie di particelle entangled che hanno falsificato la spiegazione di Einstein, e hanno dimostrato che tra l’apparato di Alice e quello di Bob esiste una coordinazione tale che, se fosse fatta tramite segnali radio, questi dovrebbero propagarsi a una velocità molto superiore a quella della luce (cfr. Exaudi 6.12.2024). John Bell ha coniato il termine “coordinazione non-locale” che caratterizza molto bene ciò che accade.
Questi esperimenti sono molto illuminanti: da un lato mostrano che nel 1927 Einstein era l’unico che aveva capito che la fisica quantistica richiede una coordinazione che non può essere spiegata con segnali che viaggiano alla velocità della luce; dall’altro rivelano che a quel tempo il padre della relatività si sbagliava sia sulla fisica quantistica che sulla relatività stessa: la relatività non nega che in natura possano esserci correlazioni “superluminali” a distanza; ciò che nega è che possiamo usare questo effetto per telefonare (e “fare soldi”) “più velocemente della luce”; e guarda un po’, la struttura matematica della fisica quantistica è tale da impedire tale uso! Possiamo sfruttare l’effetto, ad esempio, nella crittografia e nei computer quantistici, e in questo senso “fare soldi” con esso, ma “non più velocemente della luce!” Così, Einstein cadde in un atteggiamento di “negazione cronica” verso la fisica quantistica, che mantenne fino alla sua morte nel 1955, purtroppo senza aver potuto apprendere della storica scoperta di John Bell.
Torniamo ora all’esperimento del 1927. Mantenendo il principio di Copenhagen, secondo cui i due rivelatori ricevono informazioni immateriali e la decisione avviene al momento della rivelazione, è possibile pensare (per soddisfare Einstein) che comunichino tra loro, ma a una velocità uguale o inferiore a quella della luce. Questa ipotesi può essere verificata sperimentalmente posizionando i rivelatori a una distanza sufficiente da impedire loro di comunicare, cioè a una distanza che richiederebbe una comunicazione più veloce della luce entro il tempo di rivelazione. Senza coordinamento tra i rivelatori, i quattro esiti (1,1), (1,0), (0,1) e (0,0) sarebbero ugualmente probabili. Poiché ogni volta è in gioco l’energia di un singolo fotone, vediamo che il 50% delle volte solo un rivelatore conta, ma il 25% delle volte ci sono due rivelatori che contano, e il 25% delle volte nessun rivelatore conta: nel complesso l’energia si conserva, ma il 25% delle volte l’energia viene raddoppiata, e il 25% delle volte viene annichilita, il che significherebbe una violazione del principio di conservazione dell’energia in quegli eventi.
Questo esperimento richiede sorgenti capaci di emettere un solo fotone alla volta e rivelatori capaci di rivelare singoli fotoni, dispositivi che non esistevano nel 1927, ma che è stato possibile sviluppare grazie agli esperimenti di “entanglement”. D’altra parte, gli esperimenti di entanglement dimostrano la “non-località quantistica” in configurazioni con 2, 3 o più particelle, ma lasciano aperta la questione se una proprietà così fondamentale sia già presente in esperimenti con singole particelle. L’esperimento di cui stiamo discutendo (in linea con la congettura di Einstein nel 1927) risolverebbe questa questione e, inoltre, in caso di conferma della coordinazione “non locale” tra i rivelatori, mostrerebbe che qualcosa di immateriale è necessario per mantenere in ogni evento il principio di “conservazione dell’energia”, cioè uno dei fondamenti del mondo materiale: valeva quindi la pena farlo! e nel 2010 ho proposto di realizzarlo in questo articolo. Nel 2012 è stato possibile eseguire una versione semplificata, sempre presso il laboratorio di tecnologia quantistica dell’Università di Ginevra, realizzando così finalmente l’esperimento mentale che Einstein propose nel 1927 nel tentativo di falsificare la meccanica quantistica.
I risultati (presentati in questo articolo PLA) confermano la coordinazione quantistica “non locale” tra i rivelatori, e inoltre che questa è necessaria perché l’energia si conservi; possono anche essere considerati come una dimostrazione sperimentale del qubit, anche se ovviamente non di un computer quantistico. In ogni caso, sottolineano che il mondo visibile e materiale è sostenuto da una coordinazione invisibile e immateriale: gli effetti visibili e materiali richiedono cause invisibili che non sono contenute nello spazio-tempo.
Oltre alla questione della “non-località”, l’idea del “collasso” quantistico solleva altri due grandi problemi: 1) il fatto che dopo la rivelazione la sovrapposizione scompare, e il risultato dell’esperimento è solo uno dei due possibili, ben definito e lo stesso per qualsiasi osservatore, cosicché nel mondo che ci circonda non vediamo oggetti macroscopici come sperimentatori o gatti in stati di sovrapposizione; 2) il cosiddetto “problema della misura”: ancora oggi, non sappiamo con precisione quando e come avviene il “collasso” e il risultato viene irreversibilmente registrato come “un atto elementare di creazione” (secondo una formulazione di John A. Wheeler).
Del secondo problema mi occuperò in un prossimo saggio sull’irreversibilità. Il primo dà origine ai paradossi del “gatto di Schrödinger” e dell’ “amico di Wigner”, e me ne occupo di seguito.
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“Il gatto di Schrödinger” e “il amico di Wigner”
In realtà, “l’amico di Wigner” è una versione migliorata del “gatto di Schrödinger”, e quindi ho ideato un esperimento mentale che li presenta insieme:
Supponiamo che nel nostro esperimento della finestra il “rivelatore D(1)” sia posto sul campanello di un gatto, in modo che, se il fotone emesso dalla sorgente laser dopo aver colpito il vetro nella finestra raggiunge il campanello, si inneschi un meccanismo che uccide il gatto (risultato ‘1’ con gatto morto). Bob è un amico di Wigner, un famoso fisico, premio Nobel nel 1963, che ha concepito l’esperimento mentale che porta il suo nome. Il vetro separatore di fascio, il gatto e l’amico di Wigner (Bob) sono tutti in un laboratorio chiuso. Wigner è fuori dal laboratorio e può osservare ciò che accade all’interno aprendo una piccola finestra. La sorgente laser emette un singolo fotone alla volta, che verrà captato dal rivelatore di Bob (risultato ‘0’ con gatto vivo) o dal rivelatore del gatto (risultato ‘1’ con gatto morto). Come abbiamo già detto, prima della rivelazione Bob considera che il fotone sia in uno stato di sovrapposizione dei due risultati ‘1’ e ‘0’. Dopo la rivelazione Bob osserva un risultato, diciamo ‘1’, e quindi vede il gatto morto, e conclude che il sistema all’interno del laboratorio è nello stato descritto da: |1 , gatto morto⟩.
Consideriamo ora le cose dalla prospettiva di Wigner fuori dal laboratorio. Applicando il principio di sovrapposizione all’intero laboratorio (inclusi Bob e il gatto), Wigner, all’esterno del laboratorio, prima di aprire la finestra, deve concludere che la funzione d’onda del sistema consiste in una sovrapposizione dello stato|Bob1 , gatto morto⟩ e lo stato |Bob0 , gatto vivo⟩ (dove Bob1 denota “Bob osserva 1”, e Bob0 denota “Bob osserva 0”).
In conclusione: l’amico di Wigner (Bob) dice di osservare l’esito “1 e il gatto morto”, e nello stesso momento Wigner, applicando il principio di sovrapposizione all’intero laboratorio, dice che il suo amico (Bob) ha il 50% di probabilità di osservare “il gatto vivo” e il 50% di probabilità di osservare “il gatto morto”. In una versione recente del paradosso dell'”amico di Wigner”, Daniela Frauchiger e Renato Renner del Politecnico di Zurigo (ETHZ) costruiscono un esperimento mentale più complicato in cui l’amico di Wigner osserva “1 e il gatto morto”, e nello stesso momento Wigner, fuori dal laboratorio applicando la sovrapposizione quantistica, conclude che il suo amico osserva “0 e il gatto vivo”.
Ci troviamo quindi di fronte a un nuovo grosso paradosso: intuitivamente, che un gatto sia morto sembra essere un fatto che, quando accade, dovrebbe essere valido per qualsiasi osservatore (e per questa ragione Schrödinger utilizza questa astuta metafora). Tuttavia, se la sovrapposizione quantistica si applica agli osservatori, allora, a seconda dell’osservatore, il confine tra l’osservatore e il sistema osservato varia: Bob si pone al di fuori del sistema osservato, ma per Wigner, Bob è parte del sistema osservato. Pertanto, il dominio di applicazione delle leggi fisiche dipende dall’osservatore, e gli esperimenti danno risultati diversi a seconda dell’osservatore: Bob può vedere il gatto morto, mentre Wigner, applicando la sovrapposizione quantistica a Bob, conclude che Bob vede il gatto vivo.
I paradossi del “gatto di Schrödinger” e dell'”amico di Wigner” evidenziano il ruolo centrale che l’osservatore (l’osservatore umano alla fin fine) gioca nella fisica quantistica nel definire la “realtà fisica” (una lezione che viene spesso ignorata): se applichiamo la sovrapposizione quantistica senza restrizioni, allora l’affermazione che “il gatto è morto” non ha un valore assoluto e universale, ma dipende dall’osservatore; a seconda dell’osservatore le leggi della natura cambiano, e osservatori diversi possono osservare realtà fisiche diverse in un stesso luogo e momento. Ad esempio, il Sole alle 2 del pomeriggio può essere visto da un gruppo di osservatori nelle coordinate astronomiche corrispondenti alla sua orbita abituale descritta dalle equazioni di Newton, mentre può essere visto da un altro gruppo di osservatori come se saltellasse attorno a quelle coordinate.
L’unico modo per evitare ciò è introdurre nella nostra teoria un postulato che proibisca l’applicazione della sovrapposizione quantistica a oggetti di una “certa dimensione” (non sappiamo ancora a quale dimensione precisa questo divieto si attivi; è “il problema della misura”, ma è ovvio che la sovrapposizione non si applica a osservatori e gatti). In altre parole, il fatto che il mondo visibile si comporti secondo regolarità che ci permettono di prevederlo e calcolarlo, e quindi di viverci comodamente, è dovuto a una “misteriosa” soppressione del principio fondamentale della fisica quantistica a livello “macroscopico”. Questo è davvero scioccante! Stiamo dicendo che la scienza, per descrivere correttamente il mondo ordinario visibile, dove il sole e i pianeti si muovono secondo “leggi della natura” considerate “inesorabili”, deve introdurre una violazione del principio di sovrapposizione quantistica, cioè, dopotutto, “una legge fondamentale della natura”. Per non stupirsi, bisogna avere dei sassi nel cervello! con parole di John Bell.
Ma allora sorge la domanda: esiste qualche esperimento o fenomeno in cui questa “proibizione di sovrapposizione” venga revocata, e un gruppo di osservatori possa vedere, ad esempio, il sole che danza alle 14:00?
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Il miracolo del sole a Fatima
Sì! È ciò che è accaduto a Cova da Iria a Fatima il 13 ottobre 1917! In un evento ben documentato (vedi questo resoconto sul Washington Post), conosciuto come il “Miracolo del Sole”. Questa “denominazione” alla luce della fisica quantistica ha la sua ironia: se un miracolo è inteso come una “violazione delle leggi della natura”, certamente ciò che le 70.000 persone videro quel giorno a Cova da Iria viola le “ordinarie regolarità della natura” a cui siamo abituati. Ma anche ciò che i 2 miliardi di persone nel resto del mondo fuori Fatima videro – il sole che segue la sua normale orbita – viola una “legge fondamentale della natura”, la sovrapposizione quantistica. In questo senso, il “grande miracolo” non è ciò che i 70.000 videro a Cova da Iria, ma ciò che 8 miliardi di noi vediamo ogni giorno: il sole che sorge nel luogo e all’ora previsti secondo le “leggi della fisica classica”, e che queste leggi siano le stesse a Zurigo come a New York!
Si può anche dire che non esistono “inesorabili” leggi della natura, ma piuttosto regolarità che Dio dispone secondo equazioni matematiche affinché possiamo comprendere il mondo, sviluppare tecnologie e vivere comodamente – in una parola, per la nostra felicità terrena. Tuttavia, nulla impedisce a Dio, se lo ritiene opportuno, ad esempio, per la nostra felicità eterna, di “attivare la sovrapposizione quantistica” oltre il limite: ciò che i 70.000 videro a Fatima è tanto reale quanto ciò che i 2 miliardi videro nel resto del mondo. Le cosiddette “leggi di natura”, latenti sia nei miracoli che negli eventi ordinari, esistono per la felicità (sia terrena che eterna) dell’umanità: questa è l’unica vera legge “inesorabile” che unifica i regni quantistico e classico.
Credo che Anton Zeilinger abbia ragione: la fisica quantistica ci insegna ad adottare una “prospettiva mistica” che rivela il “miracolo” nascosto negli eventi ordinari di ogni giorno.
(Per una presentazione più elaborata, vedere questo articolo).
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