03 Aprile, 2025

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Giobbe, il mistero della sofferenza

Il mistero della sofferenza alla luce di Giobbe e della Croce di Cristo

Giobbe, il mistero della sofferenza

“Voi, che siete messi alla prova,

tu, spaventato di

possano le tue spalle indebolirsi,

possano le tue spalle piegarsi,

possa la forza delle tue braccia indebolirsi

possano le tue mani cadere deboli –

– Siate vigilanti – è tempo di prova,

– Guarda – è il momento di Giobbe. –

tu, calpestato,

nella kátorga, nella tortura – tu –

Lavoro – Lavoro –.” (Karol Wojtyla. Giobbe; p. 269)

La sofferenza, le tribolazioni, le battute d’arresto, le tragedie nostre e altrui, le ingiustizie che gridano al cielo, sono un mistero. Ci chiediamo: perché? Perché la sofferenza degli innocenti? Rivolgiamo subito queste domande a Dio. Perché, Signore, ci mandi queste prove? Passano i giorni e i secoli e la sofferenza si manifesta in molteplici forme. Spiegandolo, ciò che si dice per spiegarlo, è piuttosto poco. L’esperienza della sofferenza supera di gran lunga i tentativi di chiarirla in poche righe. Karol Wojtyla (1920-2005) scrisse l’opera teatrale JOB nel 1940 per sollevare le anime sofferenti, i Job del nostro tempo, incoraggiandole ad alzare lo sguardo per entrare nella storia della Salvezza, annunciata nella poesia del servo sofferente. Quarantaquattro anni dopo, san Giovanni Paolo II scrisse l’Esortazione apostolica Salvifici doloris (1984). Ritorna alla sofferenza, torna a Giobbe, in una meditazione che ha il suo seme nella sua opera teatrale del 1940.

Conosciamo la storia di Giobbe: ha perso tutto. Egli dice a Dio: “Hai preso i miei buoi e le mie pecore, /Hai preso i miei cammelli, i miei asini, /Hai colpito i miei figli con il tuo vento, /Hai colpito le mie figlie vergini – /Hai dato, hai tolto –/Tutto è tuo, Tuo è –/Tua è la Volontà e Tuo è il Potere –/- Perché mi dai ancora da mangiare -? (pp. 185-187)”. Giobbe accetta la volontà di Dio, ma è sopraffatto dal dolore; Sconcertato, grida a Dio: “Ho peccato contro il mio prossimo, / o come giudice seduto alla porta, / ho abusato del mio potere legale -? / Ho oppresso il povero -? / Ho lasciato qualche orfano nella miseria? – / Sono stato duro di cuore? – / Mi sono adirato con la moglie di un altro uomo – / O ho preteso – o preso qualcosa -? / Non mi è permesso gridare? / Perché, Signore, questo nella mia vita? – / Perché carichi così tanto sulle mie deboli spalle? – / Perché sei così spietato con me? – / Perché porti la tua ira contro di me? – (Giobbe, p. 205).” Sono le lamentele, nate dal dolore, di chi non capisce il motivo per cui si soffra così tanto senza alcuna colpa da parte sua.

Gli amici credono di conoscere le cause dei mali di Giobbe. È una logica semplice: ha fatto qualcosa di molto male ed è per questo che Dio lo punisce. Lo consolano dicendogli che deve essere forte nel suo dolore, perché se sarà come dice, otterrà misericordia, riacquisterà la grazia e tutto tornerà a posto. Un consiglio basato sulla semplice e diretta regola del tre. Le parole dei suoi amici non alleviano il suo dolore, mentre Giobbe insiste sulla sua innocenza. Il mistero del dolore continua ed è Dio stesso che, alla fine del libro di Giobbe, «rimprovera i suoi amici per le loro accuse e riconosce che Giobbe non è colpevole. La sua è la sofferenza di un innocente; essa deve essere accolta come un mistero che l’uomo non può comprendere appieno con la sua intelligenza. Il libro di Giobbe non travisa i fondamenti dell’ordine morale trascendente, fondato sulla giustizia, così come proposto da tutta la Rivelazione nell’Antica e nella Nuova Alleanza. Ma, nello stesso tempo, il libro dimostra chiaramente che i principi di quest’ordine non possono essere applicati in modo esclusivo e superficiale. Se è vero che la sofferenza ha un significato di punizione quando è legata alla colpa, non è vero, al contrario, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa e abbia carattere di punizione. La figura del giusto Giobbe ne è una prova eloquente nell’Antico Testamento (Salvifici doloris, n. 11).

Il Libro di Giobbe dice molto, ma non è l’ultima parola dell’Apocalisse sulla sofferenza. Sarà la Passione di Cristo a far luce sulla comprensione della sofferenza degli innocenti. Il giovane Wojtyla, nel suo dramma Giobbe, proclama questo annuncio per bocca di Elihu: «E guardando i secoli, vedo: “Hai permesso / a quest’uomo una grande sofferenza, / benché fosse retto, benché sulle sue labbra / non ci fossero parole indegne — / vedo – vedo … Tu lo permetti / – la folla trascina il Giusto e la gente comune urla, / la plebe lo calpesta – / ecco, conducono il Giusto – / nei tribunali lo conducono – Tu lo hai permesso …». Più avanti, Elihu conclude: Vedo attraverso i secoli – lo annuncio a te – / a te che soffri, che ti affliggi, Giobbe – / innalzo la mia anima profetica attraverso i secoli, / dalla Sofferenza sorge la Nuova Legge». (Giobbe, p. 263). E quando corpo e anima vacillano, quando sembra che non si possa più sopportare, e non c’è modo di comprendere il male presente, Elihu insiste: – Vegliate, è tempo di prova, / – Vegliate, è il tempo di Giobbe. – / tu, calpestato, / nel tormento – tu – / Lavoro – Lavoro.” È Cristo che rivela all’essere umano le profondità del suo essere.

Possiamo fare nostra la considerazione di Wojtyla e dire che oggi, adesso, è anche tempo di prova, tempo di tormento, tempo di Giobbe. Insieme alle cose belle che abbiamo davanti a noi, c’è anche la realtà attuale della nostra sofferenza e di quella di tante altre persone in tutto il mondo. Né può mancare il disagio nel vedere la barca di Pietro vacillare sotto i venti che ne scuotono l’unità, la santità, la cattolicità e l’apostolicità. È sicuramente il momento di Jobs.

La questione della sofferenza continua a cercare risposte. San Giovanni Paolo II risponde: Cristo soffre volontariamente e soffre innocentemente. Egli accoglie con la sua sofferenza quella domanda che, posta più volte dagli uomini, è stata espressa, in un certo senso, in modo radicale nel libro di Giobbe. Ma Cristo non solo porta con sé la stessa domanda (…), ma porta anche la massima risposta possibile a questa domanda. La risposta emerge, potremmo dire, dal materiale stesso da cui è formata la domanda. Cristo dà la risposta alla domanda sulla sofferenza e sul suo senso non solo con il suo insegnamento, cioè con la Buona Novella, ma soprattutto con la sua stessa sofferenza (…). Ecco la parola conclusiva e concisa di questo insegnamento: «La dottrina della Croce», come dirà un giorno san Paolo [Cf. 1 Cor 1, 18] (Salvifici doloris, n. 18).

Con lo sguardo rivolto alla Croce di Cristo, la nostra sofferenza diventa segno di solidarietà con la Passione del Signore. Cessiamo di essere un verso doloroso e sciolto nel cosmo, per unirci al grande poema del servo addolorato e alla catena d’amore del Buon Samaritano, pronti ad alleviare il dolore del nostro prossimo sofferente con gesti di cura e consolazione. È il Signore che ci sostiene nell’essere samaritani per il nostro prossimo, anche quando siamo stanchi e oppressi.

Francisco Bobadilla

Francisco Bobadilla es profesor principal de la Universidad de Piura, donde dicta clases para el pre-grado y posgrado. Interesado en las Humanidades y en la dimensión ética de la conducta humana. Lector habitual, de cuyas lecturas se nutre en gran parte este blog. Es autor, entre otros, de los libros “Pasión por la Excelencia”, “Empresas con alma”, «Progreso económico y desarrollo humano», «El Código da Vinci: de la ficción a la realidad»; «La disponibilidad de los derechos de la personalidad». Abogado y Master en Derecho Civil por la PUCP, doctor en Derecho por la Universidad de Zaragoza; Licenciado en Ciencias de la Información por la Universidad de Piura. Sus temas: pensamiento político y social, ética y cultura, derechos de la persona.