Cardinale Arizmendi: Incontro dei Traduttori Indigeni
91 traduttori indigeni si sono riuniti in Messico per promuovere l'inculturazione della liturgia
Il cardinale Felipe Arizmendi , vescovo emerito di San Cristóbal de Las Casas e responsabile della Dottrina della Fede presso la Conferenza Episcopale Messicana (CEM) , offre ai lettori di Exaudi il suo articolo settimanale.
FATTI
Questa settimana, a Città del Messico, nei pressi della Basilica di Guadalupe, si è tenuto il Secondo Incontro sulle Traduzioni e gli Adattamenti Liturgici Indigeni, con l’obiettivo di condividere le esperienze delle diocesi, analizzare i criteri biblici, liturgici e culturali relativi alle traduzioni e agli adattamenti liturgici e proporre processi per proseguire l’inculturazione della liturgia presso le popolazioni indigene.
Hanno partecipato 91 persone dei gruppi etnici Zapotec, Otomi, Maya, Mixtec, Purépecha, Nahuatl, Tseltal, Totonaca, Rarámuri, Ténec, Tsotsil, Mam, Popoluca, Mixe, Chinantec, Mazahua, Chatina, Amuzgo, Ch’ol e Wixárika. Qualcuno della cultura guarayana veniva dalla Bolivia; dalla Colombia, dalle culture Embera e Tucano; dal Guatemala, dalla cultura Mam e Maya Chuj.
Erano presenti anche il Vescovo Aurelio García, Sottosegretario del Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; l’Arcivescovo Víctor Sánchez di Puebla, Presidente della Commissione per la Pastorale Liturgica; e il Vescovo Adolfo Castaño, Vescovo eletto di Atlacomulco e Presidente della Commissione Episcopale per la Pastorale Profetica. Erano inoltre presenti i vescovi responsabili delle seguenti dimensioni episcopali: la dimensione liturgica, l’Arcivescovo Raúl Gómez di Toluca; la dimensione dottrinale, il Vescovo Guadalupe Antonio Ruiz Urquín di Huautla; la dimensione dell’animazione pastorale biblica, il Vescovo Gonzalo Alonso Calzada di Tehuacán; la dimensione dei popoli indigeni e afrodiscendenti, il Vescovo José Hiraís di Huejutla; e la dimensione dell’educazione e della cultura, il Segretario di tale dimensione, Padre Eduardo Corral, in rappresentanza del vescovo.
Il sostegno del Dicastero per il Culto Divino è degno di nota, perché sentiamo di non star sbagliando nulla. Roma ci offre norme e linee guida, non per giudicare e condannare, ma per aprirci nuove strade. Per alcuni anni non l’abbiamo percepito in questo modo; perciò è stato molto toccante sperimentare la loro vicinanza e la loro disponibilità a offrirci criteri validi e affidabili. Il Dicastero ci accompagna, ci comprende e ci incoraggia.
È stato molto incoraggiante vedere una risposta così entusiasta da parte di coloro che erano interessati a fornire questo servizio alle nostre comunità indigene. Avevo stimato una partecipazione di circa 35 persone, e invece ne sono venute 91. Altre avrebbero voluto partecipare, ma non c’era più posto. Voglio inoltre sottolineare la presenza vivace e attiva dei giovani, che garantisce la continuità, e anche il gran numero di donne, che assicura la fedeltà alle culture. Anche se alcune non hanno terminato la scuola primaria, portano la lingua nel cuore e la difendono con tutte le loro forze.
FULMINE
L’Incarnazione è un modello di inculturazione: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Gesù è la via della Chiesa. L’Incarnazione dell’eterno Figlio del Padre continua nell’incarnazione della Chiesa nelle culture, attraverso l’opera dello Spirito Santo. L’inculturazione è sia una conseguenza che un’espressione dell’Incarnazione. L’eterno Verbo del Padre si è incarnato in una cultura e in una lingua marginalizzate, l’aramaico. Conosceva l’ebraico, la lingua dominante, ma la sua lingua madre era l’aramaico.
La Vergine di Guadalupe non parlava spagnolo, la lingua dei conquistatori, ma nahuatl, la lingua dei conquistati. Non era la sua lingua madre, ma si immerse profondamente sia nella lingua che nella cultura nahuatl. La Vergine Maria si è sempre dimostrata molto vicina ai vulnerabili, ai sofferenti, ai poveri e agli oppressi.
Il Concilio Vaticano II lo aveva già affermato 63 anni fa, ma sembra che ancora non lo si tenga in considerazione: «La Chiesa non cerca di imporre una rigida uniformità in ciò che non riguarda la fede o il bene dell’intera comunità, neanche nella liturgia; al contrario, rispetta e valorizza il genio e le qualità distintive dei diversi popoli e razze. Studia con simpatia e, se possibile, conserva intatto ciò che trova nelle consuetudini dei popoli che non è inestricabilmente legato a superstizioni ed errori, e talvolta le accetta anche nella liturgia stessa, purché siano armonizzabili con il vero e autentico spirito liturgico».
Papa Francesco ci ha detto: «Le Chiese particolari devono promuovere attivamente almeno le prime forme di inculturazione. Se permettiamo che dubbi e timori soffochino ogni audacia, è possibile che, invece di essere creativi, restiamo semplicemente comodi e non realizziamo alcun progresso, e in tal caso non saremo partecipi di processi storici con la nostra cooperazione, ma semplici spettatori di una stagnazione infruttuosa della Chiesa».
Questo ci permette di integrare nella liturgia molti elementi caratteristici dell’esperienza dei popoli indigeni nel loro intimo contatto con la natura e di incoraggiare le espressioni autoctone in canti, danze, riti, gesti e simboli. Già il Concilio Vaticano II aveva auspicato questo sforzo di inculturazione della liturgia tra i popoli indigeni, ma sono trascorsi più di cinquant’anni e abbiamo fatto pochi progressi in questo ambito.
AZIONI
Apprezziamo, valorizziamo, rispettiamo e promuoviamo le culture indigene, perché sono espressione della sapienza di Dio e dei doni dello Spirito Santo; sono un tesoro per la Chiesa. Che queste culture non vadano perdute, ma che anzi noi siamo loro alleati nella loro conservazione e nel loro sviluppo.
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